Le Rubriche di PiacenzaSera - Nave in bottiglia

I giorni nostri tra visibili e invisibili

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La Nave in Bottiglia del giornalista Mauro Molinaroli

Tutt’attorno al centro storico le vie e le piazze sono vuote, o quasi, ben prima del coprifuoco. E alla chiusura dei negozi, i fantasmi prendono posto sotto le vetrine dalle luci dorate. Un effetto del Covid è proprio quello di rendere visibili gli invisibili, perché dall’inizio dell’emergenza il disagio sociale è in aumento ed aumentano anche i senzatetto come attestano le realtà che si occupano di loro.

Fagotti allineati sotto i portici del Politeama, schiacciati ai muri del Corso e mimetizzati tra le vetrine buie, si vedono in diverse zone della città, ma in tutta Italia è la stessa preoccupanti situazione e questi scenari più che in una realtà piacentina, risaltano soprattutto nel panorama semideserto delle grandi città quando cala il tramonto. Basta fare un giro in una qualunque sera per contarne diversi: più distanti l’uno dall’altro, probabilmente più soli. Memoria, storia, ricordi; tutto si tende a mettere insieme pensando agli invisibili, soprattutto viene in mente il passaggio tra il vecchio e il nuovo secolo.

Era l’ora zero del Duemila e le erano piazze gremite di gente, ci si immaginava il terzo millennio come un Babbo Natale in vena di regali; fu l’11 settembre del 2001 a farci capire che saremmo stati in forte pericolo. Ci pensò poi la crisi del 2007 a rimodellare equilibri, situazioni, povertà e ricchezze: da allora molte cose sono cambiate e anche la nostra percezione del futuro ha assunto significati diversi e nuove consapevolezze sono emerse, non tutte propriamente ottimistiche. E poi il Covid-19, le bare sui mezzi dell’Esercito, le città nel lockdown, gli ospedali travolti da una pandemia ancora oggi parzialmente inspiegabile.

Tra zone colorate che assomigliano ai confini dei territori conquistati dopo una lunga guerra, penso a quanto eravamo ingenui e semplici noi, con la televisione in bianco e nero, che abbiamo fatto la comunione sotto il Governo Tambroni e la cresima sotto il governo Moro; non abbiamo neppure avuto il tempo di sentirci dire se eravamo intolleranti al lattosio o al glutine e mentre i carri armati entravano a Budapest eravamo ancora intenti a studiare la pascoliana Cavallina Storna. Abbiamo assistito alla mutazione antropologica di operai che, anziché cantare l’Internazionale, si dilettavano a corteggiare la loro futura moglie con l’ultima canzone del Festivalbar e abbiamo visto passare la Madonna agli albori degli anni Sessanta con il campo Daturi gremito di fedeli, gli stessi che qualche anno dopo col naso all’insù, avrebbero visto collocare l’Angìl dal Dom restaurato, in vetta alla torre campanaria della Cattedrale. E poi i vaccini che sembravano avere scacciato per sempre le grandi paure dell’Ottocento e del secolo scorso: vaiolo, poliomielite e da ultimi i vaccini antinfluenzali e quello per polmonite da streptococco.

In questi giorni viene da pensare che a noi, ragazzi negli anni del boom, hanno dato un Papa, Giovanni XXIII, che si è messo a guardare la luna e ci ha puntato il dito sopra. Senza rendercene conto abbiamo avuto la sua carezza per tramite delle inesauribili mani delle nostre madri. Abbiamo goduto delle battaglie dei padri per lo straordinario e per il contratto. Non abbiamo rinnegato la nostra identità, quella che con semplicità e laboriosità ci aveva cresciuti. Poi? Poi è quel mondo finito e noi, figli degli ex operai degli anni Cinquanta, ci siamo trovati come tanti con un mondo devastato negli affetti, nei legami e anche nelle sue forme di vita.

Mauro Molinaroli

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