Le Rubriche di PiacenzaSera - Universi

Tra fragilità e scrittura, la redazione di “Universi” racconta la rassegna Incontri

La redazione di Universi ha seguito il festival Incontri – Lettura, scrittura e fragilità, l’evento letterario organizzato il 3 dicembre scorso in occasione della Giornata internazionale delle persone con disabilità e trasmesso via social.

I redattori della rubrica-blog di PiacenzaSera.it hanno raccontato alcuni degli incontri con gli scrittori protagonisti della rassegna nata dalla collaborazione tra Asp Città di Piacenza e la casa editrice piacentina Officine Gutenberg. Micaela Ghisoni ne aveva già parlato nell’articolo qui.

Alberto Capelli a Universi

Nella foto un incontro della redazione di Universi nei mesi scorsi

Ecco i loro contributi:

Hassan Haidane
Il cinque dicembre si è svolta la seconda edizione del festival “Incontri, letture, scritture e fragilità”, in diretta su Facebook, in occasione della giornata internazionale delle persone diversamenti abili, nel quale sono stati intervistati alcuni scrittori. Alessandro Principe, che ha presentato il suo romanzo “In gamba, fratello!” che si tratta la storia di un signore tetraplegico, i suoi genitori sono morti, quindi è destinato a continuare a vivere da solo con l’aiuto di una badante, affrontando tutte le difficoltà. Interessante come viene raccontata la visione della società nei confronti dei disabili, spesso divisi in due categorie, quelli che partecipano alle paralimpiadi che sono considerati eroi, e quelli che vengono isolati dalla società come gli autistici. Una società che giudica ogni diversità come quella che caratterizza gli immigrati, omosessuali e anche gli handicappati. Manuele Galante è un fotografo in collaborazione con Progetto Emmaus ha realizzato la mostra “Alza la testa”, con la cooperativa sociale Piemontese, con i pazienti semi indipendenti che vengono indirizzati dagli educatori in cinque dipartimenti. Durante la presentazione c’è è stato un confronto con la redazione del Civico Undici, che racconta le attività che succedono in una residenza per disabili a Piacenza. Daniele Mencarelli finalista Premio Strega 2020 e vincitore del Premio Strega giovani, autore di tre romanzi, che ha raccontato del timore della critica del contesto sociale che circonda le persone con disabilità.

Chiara Ruggeri
Secondo Daniele Mencarelli, poeta e scrittore, vincitore del Premio Strega Giovani 2020 con il romanzo “Tutto chiede salvezza”, la sola salvezza per l’uomo viene dalla condivisione. Sabato 5 dicembre si è tenuta in diretta Facebook sulla pagina di Officine Gutenberg un serie di incontri sul tema: “Lettura, scrittura e fragilità”. Fra le varie proposte, tutte interessanti e meritevoli di attenzione, quella che più mi ha attratto per l’originalità della tematica è stato l’incontro con il poeta e scrittore Daniele Mencarelli, (intervistato dalla giornalista del quotidiano Libertà Barbara Belzini e dallo scrittore Giovanni Battista Menzani), autore di un romanzo fortemente autobiografico con cui ha vinto il Premio Strega Giovani 2020. Il titolo “Tutto chiede salvezza” mi ha incuriosita e spinta ad ascoltare le sue parole e la sua testimonianza.

Questo libro, che affronta un tema complesso e particolare, mi ha dato la possibilità di conoscere un mondo che non ho mai incontrato direttamente e che sento in un certo senso affine al mio per la sofferenza che viene espressa sia dal protagonista Daniele, cioè l’autore stesso, che dai suoi compagni di sventura in un percorso interiore che mette in discussione tutti i principi e le regole su cui è costruita la vita degli esseri umani. La parola “follia” evoca spesso un’immagine di violenza, di squilibrio e di paura, che noi tutti proviamo per ciò che non comprendiamo e non riusciamo a catalogare.

Daniele all’inizio vive un’esperienza di isolamento nel reparto psichiatrico in cui è stato ricoverato con un TSO (trattamento sanitario obbligatorio) dopo una crisi violenta di rabbia. Però, scopre progressivamente la profonda umanità dei suoi compagni di stanza e, dopo un momento di distacco da loro, arriva a provare un senso di affinità e di fraternità con altri esseri che soffrono come lui, vittime incolpevoli di un male che li spinge a penetrare sempre più a fondo nei meandri della psiche umana. Essi vivono ogni emozione in modo assoluto ed esagerato, come se portassero sulle loro spalle tutti i mali e le sofferenze del mondo.

Daniele simboleggia un istinto che esiste in fondo all’animo di ogni uomo, cioè il desiderio e insieme il rifiuto di scavare a fondo dentro di sé nella speranza di trovare una risposta ai dubbi che ci assillano per tutta la nostra esistenza.  Il protagonista, però, si sente diverso dai suoi coetanei perché è ossessionato da un bisogno insopprimibile di trovare una risposta alle domande che si pone di continuo sul senso della vita. Non riuscendo a trovare una spiegazione che lo rassicuri, cerca prima una via di fuga nella droga e poi “scoppia” letteralmente diventando violento e aggressivo nei confronti del padre. Quell’episodio scatena sensi di colpa e disperazione, ma soprattutto la paura di essere pazzo come i suoi cinque compagni di stanza nel reparto di psichiatria oppure sul punto di diventarlo.

Un aspetto che mi ha particolarmente colpito di questa vicenda dolorosa e in un certo senso imbarazzante dell’autore è il suo sforzo di essere totalmente sincero, di non nascondere nulla del suo dramma e della sua condizione di malato di mente in un’epoca in cui non si vuole mai far emergere l’aspetto più oscuro della propria personalità, perché si cerca il consenso degli altri ad ogni costo nella vita di tutti i giorni e sui social per essere parte di una comunità. Daniele Mencarelli, al contrario, sottolinea il senso di esclusione che lo accomuna agli altri malati psichiatrici, considerati diversi e posti ai margini della società, che accetta solo chi si conforma alle regole non scritte che condizionano un’esistenza puramente esteriore fondata sull’apparenza e sulla forma.

Daniele e gli altri “pazzi” sono del tutto in contrasto con il conformismo e la banalità di giovani e di adulti cosiddetti normali, che non vivono, ma si accontentano di esistere. Lui, invece, come Gianluca, Mario, Giorgio, Alessandro e “Madonnina”, ha l’incoscienza e il coraggio di guardare quello che molti non riescono a vedere e ad analizzare lucidamente. Sembrano dei reietti e degli sconfitti, ma l’autore ci insegna che solo chi soffre e ha una sensibilità particolare sa dare un significato all’esistenza, così spesso piena di ostacoli e di cadute, ma anche a volte capace di sorprenderci e di farci rinascere e trovare la salvezza, qualunque essa sia per ciascuno di noi.

Quello che mi è piaciuto di più dell’intervento di Daniele Mencarelli è stata la sua affermazione che la salvezza si raggiunge con la condivisione ed è quello che gli succede nella settimana trascorsa in ospedale perché nasce fra lui e i suoi cinque compagni di stanza un rapporto intenso e profondo che non avrebbe potuto svilupparsi in un altro ambiente. Infatti, in quel brevissimo lasso di tempo lo scrittore si è trovato a stretto contatto con uomini diversi da lui per età, condizione sociale e stato mentale, ma in quel luogo sono state abolite tutte le sovrastrutture che nella normalità ci impediscono di stabilire un legame immediato e significativo. Daniele ha vissuto un’esperienza nuova e alienante, ma non è stato solo a viverla perché l’ha condivisa con coloro che alla fine del periodo di degenza considera fratelli e vicini a lui emotivamente come forse nessun altro lo è stato nel corso della sua vita precedente.

In conclusione, questo poeta diventato romanziere ha voluto farci vedere una strada da percorrere per guarire dal nostro male di vivere: è un uomo che ha superato quella fase, che lui definisce “turbolenta”, della sua esistenza grazie alla condivisione e alla consapevolezza che ognuno di noi è soggetto alla sofferenza, che è parte integrante della natura umana e va affrontata e non sfuggita, dato che è inevitabile.

Roberta Capannini
Sabato 5 dicembre, in occasione della giornata della disabilità, ho seguito in diretta Facebook l’intervista ad Alessandro Principe che ha parlato del suo ultimo romanzo “In gamba, fratello”, nato dalla sua amicizia con Massimo, tetraplegico dalla nascita.
Si tratta di una storia inventata ma che fa riflettere. Due amici, Massimo e Tommaso, entrambi disabili, decidono di combattere le ingiustizie, preferibilmente di notte, a cavallo delle loro sedie a rotelle, come due supereroi, facendosi chiamare Max Wheels e Tom Wolf. La loro arma segreta è la sedia a rotelle, proprio perché è sottovalutata dagli altri. In seguito è intervenuto anche Matteo Schianchi, storico della disabilità e responsabile della mediateca Ledha.

Da sottolineare la riflessione che le persone disabili, chiamate in vari modi a seconda della considerazione che si ha di loro (come disabili, diversamente abili, handicappati o portatori di handicap) vengano quasi sempre poste in due categorie: superhandicappati, considerati con compassione e pietà, o superdisabili, quelli in grado di fare cose eccezionali. Ma, per primi i media, non dovrebbero categorizzare le persone con disabilità, ma semplicemente far emergere le loro storie, le loro personalità e i loro problemi, perché per interessare non è che una storia debba essere necessariamente sopra le righe. Dalla mia esperienza di ragazza tetraplegica su sedia a rotelle mi sento di dire che noi siamo persone normali, viviamo ovviamente i problemi della disabilità ma possiamo fare anche tutto il resto come tutte le persone “normali”, anche se molto spesso ci sentiamo esclusi dal mondo perché colpiti dall’ostilità di quelli che ci circondano. Alla fine siamo un po’ tutti supereroi, tutti i giorni, quando combattiamo contro le disattenzioni e la mancanza di senso civico della società, come le macchine parcheggiate sul marciapiede o negli stalli per disabili senza diritto ma “solo per un minuto”, i marciapiedi o i negozi senza scivoli e tanto altro.

Leggerò sicuramente il libro di Alessandro Principe.

Commenti

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