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Le Rubriche di PiacenzaSera - UniCatt

“Resistere nonostante tutto”, voci dalla shoah a confronto in Cattolica

Un binario verso Auschwitz, tragico capolinea per innumerevoli vittime della Shoah mai più ritornate.

Iniziano da qui le testimonianze dello scrittore Primo Levi e dello psichiatra Viktor Frankl, ebrei deportati sopravvissuti al lager, su cui il 28 gennaio si è focalizzato il webinar “Resistere in situazioni estreme”, incontro organizzato dall’Università Cattolica di Piacenza per onorare la Giornata della Memoria, ma soprattutto riflessione sulla vita e la natura dell’uomo dal respiro ben più ampio di una singola mattinata.

Le testimonianze dei due superstiti cominciano simili, appiano il racconto di una discesa agli inferi, dove, gradino dopo gradino, si scivola rapidamente verso la perdita di sé stessi. Ma ben per presto si discostano: mentre Primo Levi, nella prigionia come dopo la guerra, rimane schiacciato dal male assoluto della Storia, Viktor Frankl cerca di auto-distanziarsi da ciò che accade in lager, anche con l’aiuto della propria esperienza medica, trovando un senso-altro rispetto all’orrore vissuto. Dopo la Liberazione riesce a costruire un nuovo inizio.

Ad affiancarsi durante la giornata delineando le due diverse figure di testimoni, sono stati i docenti d’ateneo Daniele Bruzzone (dipartimento di Pedagogia) e Caterina Frustagli (Italianistica), preceduti dai saluti accademici e istituzionali del preside Domenico Simeone, della professoressa Milena Santerini – già deputata alla Camera e attualmente coordinatrice nazionale contro l’antisemitismo – e dal prefetto di Piacenza Daniela Lupo. Gli studenti Alessandro Bolognesi e Francesca Bossoli hanno inframmezzato gli interventi dei docenti con letture di alcuni passi tratti da “Se questo è un uomo” di Levi e “Uno psicologo nei lager” (poi tradotto come “Un uomo in cerca di senso”) di Frankl.

“Entrambi i deportati incontrano e si scontrano con quel processo di disorientamento, shock, violenza, perdita di contatto con la lingua madre che è destino comune ai prigionieri del lager – hanno spiegato Bruzzone e Frustagli – una sistematica, avvilente spogliazione dell’identità che conduce alla bestializzazione dell’individuo – sottolinea Frustagli -, raccontata dai protagonisti in un martellante presente; che ravviva l’esperienza traumatica e catapulta il lettore nella vicenda”. Ma diversa è la reazione, l’elaborazione del dolore: mentre per Levi la speranza è vana e impossibile la rinascita, morale se non fisica, di fronte all’umiliazione dell’offesa, Frankl riesce a non perdersi osservando il mondo del lager lontano da sé, attraverso la lente degli altri prigionieri. Le piccole conquiste di ogni giorno e soprattutto grazie al ricordo dell’amore per la moglie.

“Potremo forse sopravvivere alle malattie […], forse anche resistere al lavoro e alla fame che ci consumano. E dopo? Noi […] abbiamo visto partire verso il niente le nostre donne e i nostri bambini, noi, fatti schiavi, abbiamo marciato cento volte avanti e indietro nella fatica muta, spenti nell’anima prima che dalla morte anonima. Noi non ritorneremo” scrive Primo Levi.

Frankl invece si trascina con gli altri nel freddo agghiacciante e nella neve, sotto insopportabili carichi di lavoro, ma ad un tratto pensa all’amata moglie e trova la forza di resistere. “Chi ha un perché nella vita può sopportare quasi tutti i come” è e sarà il suo motto adottato da Nietzsche; che in lager perseguirà traendo positività da ogni “più piccola fatica risparmiata”, per caso o per fortuna. “Una felicità al negativo” che non coincide certo con la gioia, ma almeno con la momentanea assenza del dolore, come egli stesso spiega. Una netta differenza di senso e di visione che i due ‘salvati’ si porteranno dentro ben oltre la  Liberazione. “Che finisse o che non finisse era la stessa cosa”, per Levi “l’ultima traccia di civiltà era sparita”. Mentre lo psicologo del lager, proprio a partire dalla fine della prigionia riuscirà a penetrare, giorno dopo giorno in una nuova vita ridiventando pienamente uomo.

Come ha spiegato Caterina Frustagli, Primo Levi “vivrà per sempre segnato da una ferita profonda, non rimarginabile, schiacciato tra le offese subite, la colpa dell’essere sopravvissuto e la ferma convinzione di dover testimoniare per chi non è tornato”. Lo scrittore non smetterà infatti di raccontare il lager con dolore cocente, soprattutto agli studenti, perché conoscano e non dimentichino, fino alla sua morte, sopraggiunta in maniera poco chiara nel 1987. “L’ipotesi del suicidio resta la più accreditata” sottolinea la docente.

Sulla nuova vita del dottor Frankl a illuminarci è stato Bruzzone, svelando un medico – ricercatore di fama mondiale, insignito di 29 lauree honoris causa, impiegato al policlinico di Vienna fino al 1975 e circondato dagli affetti di una nuova famiglia. “Un professionista che dell’aiuto agli altri a cercare un senso alla vita  ha fatto il centro della propria arte” ha osservato il professore. Interrogativi profondamente differenti accompagnano i due sopravvissuti: Levi continuerà a chiedersi perché lo sterminio sia accaduto, perché così tanti innocenti sono stati torturati e uccisi. “A questa domanda rivolta al male nella Storia non riuscirà a trovare riposta, la scrittura e  la famiglia non basteranno – conclude Bruzzone -. L’interrogativo di Frankl, è al contrario rivolto se stesso; al perché sia stato risparmiato e al cosa fare della propria nuova esistenza :la risposta dipende dalla sua volontà di azione e di scelta”.

Quesiti diversi, ma complementari di figure simili eppure ben distinte: entrambe più che mai necessarie per comprendere chi è l’uomo e cosa può diventare nell’abisso scivoloso del bene e del male.

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