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Il magistrato Davigo al Gioia “In Italia delinquere conviene, occuparsi di giustizia no”

“L’Italia? Un paese poco serio, questo è il problema: dove le pene sono poco più che intimidazioni nelle mani del legislatore e una vera riforma della giustizia non viene attuata per non ledere gli interessi dei vertici di potere e dei loro sottoposti”.

Lo sostiene con schietta convinzione il magistrato Piercamillo Davigo, ospite del primo incontro online organizzato il 29 gennaio dal Caffè letterario del liceo Gioia. “Inizio di una serie di appuntamenti web incentrati sull’articolato tema “Diritti e doveri in tempo di pandemia”, come hanno ricordato il preside Mario Magnelli e il docente Matteo Sozzi. Confrontandosi a distanza con gli studenti di viale Risorgimento, l’illustre toga non ha mancato di sottolineare che le storture di sistema oltrepassano di molto la sfera di giustizia penale, investendo pienamente il campo civile: “Perché mai un debitore dovrebbe pagare un creditore? – incalza provocatoriamente -, dopo un arco di tempo il creditore si trova con una sentenza decaduta e i beni del debitore spariti:il gioco è fatto”. “Sapete quanto ricava lo Stato dalle depenalizzazioni concesse per alleggerire la macchina giudiziaria? Il 4% delle sanzioni amministrative erogate”- continua Davigo.

È insomma un pensiero lucido, che non fa sconti, quello dell’ex pm nato a Candida Lomellina di Pavia, classe 1950. Ufficialmente a riposo, dopo aver compiuto settant’anni lo scorso autunno, Davigo di esperienza ne ha da vendere, come magistrato e come uomo: Presidente della II Sezione Penale presso la Corte Suprema di Cassazione ed ex membro togato del Consiglio superiore della magistratura, è stato sostituto procuratore al Tribunale di Milano dal 1981, finendo poi alla ribalta della cronaca per il suo impegno nel pool “Mani pulite” che smascherò il legame tangentizio tra imprenditoria e politica, ponendo fine alla Prima Repubblica. Non è stato quindi un caso che nella sua conferenza “Diritto e diritti” tenuta per il liceo Gioia e condotta dalla professoressa di storia Marisa Cogliati, l’ex pm abbia saputo tracciare un quadro di ampio respiro dell’Italia dagli Ottanta ad oggi, passando per lo scandalo di Tangentopoli: un Paese frammentato e ambiguo, un ammasso intricato, in cui la corruzione è sempre stata più o meno, surrettiziamente o palesemente, dilagante.

“Entrai in magistratura nell’anno del sequestro Moro – ha spiegato – il 1978: il clima era difficile, sembrava che lo Stato non ci fosse più, totalmente incapace di reagire al terrorismo se non in termini di forza muscolare. A Roma erano schierati 70000 uomini di polizia, eppure le Brigate rosse continuavano a recapitare le lettere del rapito con una velocità impressionante”. “È complicato per noi docenti spiegare agli studenti la Storia degli anni 70-80 – ha fatto poi notare Cogliati -, caratterizzati come sono da un intreccio sistemico tra formazioni eversive di destra e di sinistra, criminalità organizzata e organizzazioni mafiose, cui poi si aggiungono gli scandali (dai fondi neri erogati al gruppo Iri a Tangentopoli).

Ma che ruolo ha avuto la corruzione in questo marasma? Davigo non tarda a chiarire con una visione d’insieme : “È chiaro che la corruzione ha fatto perdere credibilità alle istituzioni, e se le Brigate Rosse si fossero concentrate un po’ più su questo aspetto anziché sulla lotta all’imperialismo delle multinazionali, forse avrebbero ottenuto più popolarità -ha osservato-. È anche vero che il malaffare aveva origini in retroscena oscuri e interconnessi”. E qui arriva l’esempio della P2 di Licio Gelli, in cui si intersecano vicende poco chiare relative ai servizi di sicurezza e ad alcuni apparati di polizia, fatti di gravissime corruzioni, reati che in parte si risolveranno proprio nell’ambito delle indagini “Mani pulite”, entrando quindi nell’universo di collusione tra economia e politica. “L’intersezione dei piani è evidente”- sottolinea l’ex pm. Poi un accenno alla strage di Bologna: tanti tentativi di depistaggio e una verità che ancora manca, ma bisogna continuare a cercare. Fino a “Mani pulite”, indagini degli anni Novanta che Davigo ha preso in mano dopo essersi occupato a lungo di mafia e criminalità organizzata, e dopo aver conosciuto a fondo Giovanni Falcone; morto nella terribile strage di Capaci.

“L’arresto di Mario Chiesa diede avvio a Tangentopoli, scoperchiando in breve tempo il vaso di pandora del sistema corrotto di imprese consorziate per ottenere appalti di opere pubbliche in cambio di finanziamenti ai politici, tanto di maggioranza quanto di opposizione: quando i soldi finirono saltò il sistema” – ha spiegato il magistrato. “Come non ricordare il discorso di Craxi – ha sottolineato-, che solo quattro mesi dopo aver definito Chiesa un caso isolato, ha dichiarato il finanziamento dei partiti in larga misura illegale, una realtà illecita che coinvolgeva praticamente tutti, tanto da portare alla scomparsa di ben cinque partiti tradizionali. Come cittadino è stato uno dei giorni peggiori della mia vita, non avrei mai immaginato una situazione così grave”. “Il problema è stata l’iniziale pesante sottovalutazione da parte della politica, perché anche se certamente non tutti erano direttamente coinvolti, quantomeno non sapevano cosa accadesse ai vertici del loro partito – conclude Davigo-. Anche oggi quando mi dicono che rubano tutti, io rispondo che non è vero: rubano in tanti e i processi servono proprio a distinguere i ladri dagli onesti”.

Agli studenti che gli chiedono come sia la mafia oggi, risponde evidenziando una sempre maggiore compenetrazione con lo Stato e il territorio: “basta pensare al processo Aemilia – dice -, non lontano da qui”. Poi uno sguardo sulle carceri italiane: smontato il falso mito del sovraffollamento, “semmai da noi è previsto più spazio in cella per ciascun detenuto rispetto all’estero, e questo crea un problema oggettivo di gestione – spiega l’ex pm -, senza contare che in Italia buona parte delle pene finiscono con estrema facilità agli arresti domiciliari, se non si tratta di reati davvero clamorosi”. “Se dopo tutto quello che vi ho detto avete ancora voglia di occuparvi di giustizia – scherza Davigo con i ragazzi-, vi raccomando schiena dritta e cuore saldo, gli unici ingredienti che ritengo davvero necessari per fare questo mestiere. Ma io non ve lo consiglio, in Italia ci sono già troppi impiegati nel settore, soprattutto gli avvocati sono sproporzionati rispetto al resto d’Europa”.

Due ore di conversazione passate veloci, tra le parole di chi, con competenza e brillante disincanto ha saputo disegnare in breve il ritratto di un Paese in cui, da ieri a oggi, c’è ancora molto, anche troppo, da cambiare, ma poco interesse per farlo. Il prossimo appuntamento online per la continuazione della rassegna organizzata dal liceo Gioia, si terrà venerdì prossimo 5 febbraio, con la professoressa Francesca Romana Recchia Luciani.

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