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Le Rubriche di PiacenzaSera - Universi

La “saggezza digitale” ci salverà: i giovani, la scuola e la didattica ai tempi del Covid

La didattica a distanza e l’impreparazione digitale della scuola al tempo del Covid. La reale capacità relazionale degli insegnanti e la “media education” con la sua evoluzione segnata dalla nascita degli “spettautori” (spettatori e al contempo autori di contenuti). E ancora, l’esigenza di affrontare anche in classe l’argomento “social” diffondendo quella “saggezza digitale” di cui tutti abbiamo un gran bisogno.

E’ un’intervista molto ricca e immersa nell’attualità, quella che la redazione di “Universi” ha realizzato in videoconferenza con la professoressa Alessandra Carenzio (vedi scheda), ricercatrice di didattica dell’Università Cattolica ed esperta di media digitali. Con diversi passaggi importanti e parole non banali sulla didattica a distanza nelle scuole e di grande attenzione intorno al mondo dei contenuti digitali e dei social, accostati all’educazione e degli adolescenti. Un’intervista collettiva alla quale hanno preso parte – a distanza – tutti i redattori di Universi, Roberta, Chiara, Alex, Hassan, Micaela, supportati da Davide Chiappini per il coordinamento editoriale e Fabio Franceschetti al coordinamento pedagogico. Tutta da leggere, accomodatevi e prendetevi il tempo necessario.

Buongiorno professoressa Carenzio, ci parla un poco di lei?

Sono ricercatrice di didattica in Università Cattolica. Insegno dal 2005 nelle sedi di Piacenza e di Milano e mi occupo essenzialmente di didattica e del rapporto che esiste tra mass media e tecnologie da un lato, e ambito educativo e didattico dall’altro. Quando faccio riferimento all’educazione intendo ambiti differenti, come dell’extra-scuola e dell’educazione familiare rispetto ai media. Quando mi riferisco alla didattica riecheggia maggiormente il tema delle classi e della didattica nel digitale e con il digitale. Sono laureata in Scienze dell’Educazione e della Formazione e poi ho fatto un dottorato di didattica. Lavoro anche in un centro di ricerca diretto dal Professor Rivoltella che si chiama Cremit: Centro di Ricerca sull’Educazione ai Media, all’Innovazione e alla Tecnologia. Ha sede a Milano in Largo Gemelli.

Cos’è la “media education”?

È una domanda interessante, soprattutto posta adesso: è una prospettiva di intervento educativo e di ricerca che nasce formalmente negli anni ’70 dello scorso secolo. Dico “formalmente” perché già prima se ne parlava a diversi livelli. Nasce come forma di lavoro quasi protettivo nei confronti soprattutto dei minori e dei bambini: l’idea era di aiutare, soprattutto i più piccoli, a farsi strada all’interno degli spazi della comunicazione mediale, che erano spazi carichi di significati, e secondo le concezioni dell’epoca erano spazi rischiosi. La prima idea di “media education” era quasi da concepire come contro i media, perché di fatto quello che si insegnava era fare selezione tra contenuti meritevoli e altri da rifuggire. Nel corso degli anni la “media education” ha cambiato direzione: non si è più posta l’obiettivo di difendere le persone dai media ma di renderle capaci di partecipare al mondo dei media.

Le due parole chiave della media education sono sempre state “pensiero critico” e “responsabilità”: in realtà nei primi decenni la vera parola chiave era “pensiero critico”, perché si pensava che lavorando su questo si potessero aiutare le persone a essere autonome nella selezione critica dei contenuti (ad esempio, di fronte ad una trasmissione televisiva riuscire a comprendere se fosse meritevole di visione oppure poco profonda se non addirittura pericolosa). A questa parola chiave si è aggiunta “responsabilità”, perché con l’evoluzione dei media noi non siamo più solo lettori o spettatori, tutti noi siamo capaci di produrre contenuti, semplicemente prendendo in mano uno smartphone o un tablet, tutte le volte che scattiamo un’immagine, una fotografia e questa viene condivisa con gli altri. La “responsabilità” diviene quindi fondamentale soprattutto quando diventiamo autori di comunicazione.

C’è un termine molto in voga al momento, ovvero spettautori o consumattori, che legano la doppia anima: noi siamo contemporaneamente spettatori e autori, produttori e consumatori di contenuti. Il termine originale è “prosumer” che unisce “producer” e “consumer”. Se siamo produttori, allora dobbiamo essere responsabili, soprattutto per evitare di ferire gli altri. La media education è quindi non solo una prospettiva di studio e ricerca sui media, ma anche una prospettiva di intervento, poiché spesso si concretizza in percorsi operativi, laboratori nei quali confrontarsi coi media, non solo a livello teorico ma soprattutto a livello pratico: sono delle vere e proprie officine di pensiero critico e responsabilità.

Nell’insegnamento la componente relazionale è indispensabile: come si può conciliare questo aspetto con la didattica a distanza?

Una domanda con la “d” maiuscola, che in questi mesi ci ha tenuti davvero in sospeso. Premetto un’indicazione di massima: se si è insegnanti relazionali, ovvero capaci di investire sulla relazione in presenza, è difficile che non lo si sia anche a distanza. Il problema non è essere a distanza o in presenza ma è essere relazionali. Quello che in questi mesi noi abbiamo osservato, percepito e visto è che gli insegnanti che erano stati capaci di entrare in relazione con gli studenti in presenza, capaci di costruire con loro una relazione e di alimentarla, hanno fatto pochissima fatica a trasferire questa impronta relazionale negli spazi digitali. Il problema non è il digitale ma è essere relazionale, prima della didattica a distanza o digitale integrata come si dice spesso oggi. Chi ha avuto problemi grossi? Tutti quegli insegnanti che già in presenza non erano stati in grado, per una serie di motivi, di entrare in relazione.

Questo è sicuramente un dato su cui riflettere: il problema non è la tecnologia o la didattica a distanza, ma lo è la capacità delle persone di entrare in relazione con gli altri. Si può assolutamente conciliare la componente relazionale con la didattica a distanza. Ci sono tante modalità per farsi presenti, anche nella distanza: tra queste vi è curare la comunicazione, fare in modo che vi sia una comunicazione che sia rispettosa degli studenti. Abbiamo assistito a delle scene fuori dal mondo di insegnanti che interrogavano i ragazzi a distanza chiedendo loro di bendarsi, per paura che potessero copiare. Capite bene che questo non è un atteggiamento relazionale e rispettoso. Il tema è quello di utilizzare bene gli strumenti della comunicazione digitale che possano farci entrare in contatto con l’altro. Una comunicazione che sia rispettosa dell’altro, che sia sempre attenta e in ascolto: lo si può in chat, con le mail. Con un messaggio WhatsApp, o un audio che si può caricare in piattaforma; lo si può con dei piccoli pensieri, come la condivisione di link di video di interesse.

L’idea di mantenere attivo il canale comunicativo anche a distanza è un’idea vincente, e a volta si è anche più capaci di entrare in relazione con i ragazzi, poiché si hanno più spazi. A scuola di solito siamo in contatto diretto da un orario preciso a un orario preciso. Nella didattica digitalmente integrata questo problema non si pone: potrei essere relazionale anche fuori orario scolastico, per usare una nota più leggera. Importante è quindi lavorare sulle competenze relazionali delle persone, a prescindere dall’online o dall’offline. Abbiamo assistito anche a delle grandi dinamiche di incontro, per cui i ragazzi stessi hanno apprezzato ancora di più la presenza relazionale e affettiva degli insegnanti: un po’ come ricordava Don Milani con l’idea dell’”I Care”. Se mi interesso a te, non è importante che sia a distanza o in presenza. Molto spesso si dà la colpa alla tecnologia, quando in realtà la responsabilità sta nel soggetto di stare con l’altro. Ad esempio, chi si è lamentato della didattica a distanza dicendo che non si riusciva ad insegnare, lo ha fatto perché ingenuamente ha trovato delle difficoltà, magari per mancanza di esperienza, nel progettare lezioni a distanza e ha magari banalmente trasferito le lezioni in presenza in ambito digitale, come se non ci fosse differenza.

Quanto la scuola italiana è arrivata impreparata rispetto a questa situazione nuova?

È stato un cambiamento del tutto imprevisto nella rapidità con cui ci siamo trovati a passare dalla didattica in aula alla didattica a casa. Però se ci pensiamo bene, si parla di tecnologie nella didattica da decenni. Quello che ci siamo trovati ad affrontare è stata una doccia fredda. Sono riusciti ad affrontare relativamente bene la novità tutti quegli insegnanti, quei dirigenti e quelle comunità scolastiche che già avevano costruito un percorso di utilizzo e avvicinamento alla tecnologia, attraverso formazione, la costruzione di competenze didattiche, anche attraverso la predisposizione di un ambiente adeguato. Chi non ha fatto questi passaggi, si è trovato a nuotare in mezzo all’oceano senza avere scialuppe e sostegni. La scuola italiana si è trovata in una situazione a macchia di leopardo, con grandi eccellenze che hanno continuato a fare didattica di qualità, perché si erano preparate, non alla pandemia perché era impossibile saperlo, ma al digitale. Già lo usavano in classe, già avevano fatto un percorso di comprensione del digitale, non solo come strumento ma anche come cultura. Chi non ha fatto questo passaggio si è trovato in una situazione di difficoltà perché lo ha dovuto fare da un giorno all’altro. Io conosco tante insegnanti che in questi anni hanno progettato per il digitale, che hanno provato sempre ad includere il digitale nella didattica ordinaria, quotidiana, non una volta ogni tanto. Conosco anche insegnanti che si sono trovati impreparati proprio perché questo passaggio non era stato fatto, né a livello individuale né a livello comunitario. Questo ha fatto la differenza.

In base alla sua esperienza degli ultimi mesi, la situazione generale è più improntata alla difficoltà con le tecnologie oppure si è fatta trovare pronta?

Io ho un punto di vista privilegiato: lavoro in un centro di ricerca che si occupa di educazione ai media, innovazione e tecnologia dal 2004 più o meno, formalmente dal 2005. Quindi ho la fortuna di avere a che fare con tanti insegnanti sperimentatori che da decenni lavorano in questo ambito. Se penso al mio osservatorio, ho visto tanti insegnanti che lavoravano con noi, che hanno partecipato alle nostre ricerche e formazioni, che si sono trovati preparati. Se devo uscire dal mio osservatorio e guardare alla situazione generale, credo che molti si siano fatti trovati un po’ impreparati. Devo anche dire che molti si sono rimboccati le maniche, nonostante fossero impreparati ad affrontare la didattica in questa situazione. È stato molto utile confrontarsi con quelle comunità di insegnanti che invece da anni sperimentavano con le tecnologie. Su Facebook ci sono tanti gruppi di insegnanti: quelle community che avevano già raccolto molti materiali li hanno messi a disposizione dei neofiti. Anche in situazioni di difficoltà si possono sempre condividere le proprie esperienze e il proprio expertise con chi ancora un percorso non lo ha compiuto. Ho potuto osservare che tanti insegnanti, invece di puntare il dito e dire “Te l’avevo detto” verso chi non si era preparato, hanno invece messo a disposizione competenze e materiali a titolo gratuito. Questo lo hanno fatto anche le università, penso al centro di ricerca diretto dal professor Rivoltella, che proprio in quei mesi ha attivato una serie di iniziative di solidarietà digitale, totalmente gratuite, per gli insegnanti.

Questo cambiamento improvviso nell’ambito della didattica porta con sé un rischio per le fasce più svantaggiate?

Non tutti gli studenti sul territorio nazionale, ma anche nel mondo, hanno o avevano dispositivi dai quali potersi connettere per fare scuola. Immaginatevi famiglie numerose con problematiche socio-economiche, con magari un dispositivo che doveva servire alla mamma, al papà o a tanti figli. Allora non si può sicuramente estrarre a sorte chi si collega oggi per fare lezione. Il rischio è stato quello di una scuola che esclude, il che è sicuramente successo, però devo anche rimarcare il fatto che in questi mesi le scuole, le famiglie, le associazioni genitori, tante aziende, cooperative e realtà del terzo settore si sono alleate per poter raccogliere questi dispositivi e portarli nelle case dei bambini. Sono state raccolte le richieste di necessità di dispositivi e nel giro di pochissimi giorni sono stati recuperati, donati o prestati alle famiglie. Sicuramente però una parte della popolazione ha perso molto, non didattica ma soprattutto l’occasione di stare con gli altri. La didattica si può recuperare con qualche aiuto.

Rischio maggiore è stato quello di aumentare le disuguaglianze sociali, il digital divide, di cui ci eravamo un po’ dimenticati: la forbice si è sicuramente allargata ma sono state anche tante le iniziative che hanno partecipato per ridurre questa forbice. È stato fondamentale a questo scopo fare sinergia, fare comunità, mettere insieme risorse: quelle comunità scolastiche attente ai bambini e alle famiglie si sono mosse nell’immediato, altre invece non l’hanno fatto. Una volta eliminato il problema dell’accesso al dispositivo si è potuto lavorare in maniera più utile, completa ed essenziale per ricreare quella comunità. Il mio suggerimento è quello di restare sempre in ascolto delle realtà, di creare sinergie e di non avere paura di chiedere e proporre. Per fare un esempio, nella scuola di mia figlia l’associazione genitore aveva raccolto una serie di fondi dalle feste e altre forme di finanziamento e invece di tenere tale cifra come fosse un tesoretto ha raccolto le richieste di alcuni genitori della scuola per l’acquisto di tablet consegnati alle famiglie dopo poco. La stessa dirigente ha divulgato un questionario di raccolta dei bisogni. Ci sono anche quelle scuole nelle quali già si usavano i dispositivi a livello personale, uno per ciascuno studente.

In che modo la media education, e in generale il mondo del digitale applicato alla didattica, può aiutare gli studenti con disabilità, soprattutto mantenendo lo scambio emotivo così importante per chi ha più difficoltà?

Se si lavora con il digitale in maniera positiva non si creano problematiche emotive e non si allontanano le persone. Io credo sempre che sia fondamentale l’intenzionalità educativa: non basta dire che c’è il digitale per includere studenti con disabilità. In tante situazioni la possibilità di mantenere aperto il canale comunicativo ha sicuramente favorito l’incontro e l’inclusione, però senza un educatore, un compagno di classe, un insegnante capace dall’altra parte, la tecnologia da sola non fa miracoli. C’è sempre l’esigenza di un accompagnamento e interessamento educativo. Il digitale ha un’impronta importante in termini di apprendimento, ma anche a livello di comunicazione e relazione, se ben pensati, gli ambienti digitali possono essere un punto di scambio e incontro invece che isolamento. Un grande spazio di lavoro che si sta percorrendo adesso è tutto il tema della didattica attraverso simulazione immersiva e ambienti aumentati digitalmente, creando spazi accessibili mediante visori e toccare con mano le cose, fare esperienza nella simulazione. È il tema della creazione di mondi e spazi in ambiente digitale esplorabile. Ci sono tanti laboratori che se ne occupano, io faccio riferimento a uno, ovvero Digitus Lab, che ha sede nell’ex spazio Expo di Milano e ha l’obiettivo di creare situazioni immersive nelle quali fare esperienza anche in funzione dell’acquisizione di competenze e contenuti.

È positivo abituare i bambini fin dall’inizio della scuola primaria all’uso di dispositivi? Si corre il rischio di favorire un utilizzo eccessivo e dannoso di questi strumenti di comunicazione o è possibile un apprendimento genuino?

Sicuramente è positivo, dipende da come lo si fa. In questi anni l’accesso al digitale è sempre più precoce. Siamo ormai abituati a vedere bambini anche molto piccoli davanti a schermi. Quello è sicuramente il rovescio della medaglia: nel momento in cui il bambino sta da solo davanti ad uno schermo non stiamo favorendo una situazione profonda di relazione con il dispositivo. Quello che si può fare a scuola è educare i bambini fin da subito ad un uso più consapevole dei dispositivi digitali. Tantissimi bambini passano una o due ore al giorno davanti ai videogiochi: sarebbe interessante a scuola aiutarli a riflettere su cosa mi chiede il videogioco, sia in termini di abilità tecniche, di conoscenze che in termini critici, quindi magari iniziare a scegliere tra i videogiochi quelli fatti meglio e non “subire” le pressioni del mercato; ma anche essere capaci di leggere tra le righe del videogioco. Ad esempio in classe si possono analizzare dei videogiochi, capire come sono costruiti, provare a ricrearne le trame anche in una situazione didattica. Fatti questi passaggi, quando torno a casa il videogioco lo faccio con un altro atteggiamento. Per fare un altro esempio, si parla tanto di social media: sappiamo che a quell’età sono interdetti dato il limite di età minima per poter accedere agli spazi sociali e piattaforme social; però sappiamo anche che in realtà tanti bambini, anche alla scuola primaria, hanno un profilo, penso a TikTok, ad Instagram, non tanto a Facebook che ormai è questione di adulti e professionisti. Rischiano quindi doppiamente di non saperlo usare in maniera profonda e pensata. Sarebbe quindi necessario costruire dei percorsi di cittadinanza anche in questi spazi e che parlino di questi spazi. La logica è quella di prevenire comportamenti dannosi che hanno a che fare anche con la stupidità digitale, con il cyberbullismo o un uso passivo dei dispositivi digitali.

Come può la media education aiutare a contrastare la diffusione delle fake news?

Si può fare un lavoro etico ovvero di dire che tutte le volte in cui si trovano notizie false o che lavorano verso una disinformazione, intervenire, segnalare, ci sono tanti strumenti per farlo anche nei social. Partecipare alle conversazioni non solo supportando ciò che viene detto ma anche affermando una critica. Essendo in una situazione di disintermediazione possiamo noi intervenire direttamente. È necessario anche abituare le persone a leggere con minore superficialità quello che incontrano nei social, a capire che ci sono alcune notizie costruite ad hoc per renderci meno sensibili e meno capaci di pensare in maniera autonoma. È una democrazia sicuramente ambigua perché ci fa credere di poter partecipare a pieno diritto e di essere ascoltati, mentre molto spesso si creano delle bolle e situazioni di grande confusione per cui la nostra opinione alla fine non conta molto. La media education può aiutare i soggetti a creare competenze più complesse in termini di lettura e smascheramento di fenomeni poco chiari e poco democratici, anche attraverso una partecipazione diversa. Molto spesso si fa riferimento al termine “attivismo da clic” o “couchtivism”, ovvero “attivismo da divano”, per cui a noi sembra di partecipare alla vita sociale semplicemente perché mettiamo un like o condividiamo una petizione: questa non è partecipazione democratica, è solamente un gesto, un comportamento che ha delle limitazioni. Insegnare ai bambini ad andare oltre al clic, a partecipare alla società civile, attraverso l’aiuto fattivo degli altri, e partecipare in rete diventando autori di buona comunicazione, non “buonista” ma buona, capace di creare dei ponti tra le persone e non dei fossati. Questo ha a che fare anche con il lavoro di prevenzione del cyberbullismo, che io vorrei leggere più come promozione di un comportamento consapevole, critico e responsabile.

C’è un termine particolarmente diffuso da qualche anno, “stupidità digitale” contrapposta alla “saggezza digitale”: la prima comprende tanti fenomeni che hanno a che fare con l’offesa degli altri, con le vendette online, con comportamenti di persecuzione online. La media education interviene creando le condizioni affinché non ci siano offese verso gli altri: ad esempio se siamo più capaci di comunicare bene, sicuramente partecipiamo alla decrescita di fenomeni di stupidità digitale, aumentiamo la sensibilizzazione, la capacità di entrare in contatto tra le persone e riduciamo l’incidenza di comportamenti sciocchi, che hanno spesso conseguenze complesse se non addirittura drammatiche. Quando si lavora in ambito media-educativo si potenzia il senso critico, il giudizio, la capacità di partecipare bene alla comunicazione digitale, e si riduce così il rischio di diffusione di fenomeni di cyberbullismo, perché si eliminano tutte quelle condizioni alla sua base. Il cyberbullismo inoltre non è esclusivamente digitale, ma è nella maggior parte dei casi “blended” ovvero una forma mista: inizia presenzialmente e si protrae in rete o viceversa. Problema del cyberbullismo è che non si può chiudere il canale comunicativo, la rete ed internet sono sempre aperte. Quando invece il bullismo è solo presenziale è possibile cambiare il comportamento per evitare il bullismo. Nel caso del cyberbullismo ciò è molto più difficile, e oltretutto il pubblico che assiste a comportamenti di cyberbullismo è un pubblico pressoché infinito, perché anche se contingentato nel numero dei nostri contatti si può replicare nei contatti dei nostri contatti. È quindi fondamentale creare una rete di contatti ben pensata, che già a monte prevenga delle derive.

Spesso quando si parla di media education, si parla di education, di semplice educazione: questo perché oggi i media fanno parte della nostra vita, del nostro modo di stare con gli altri, non ci sono momenti nei quali non ci sono dispositivi digitali fra noi e gli altri o anche con noi. Luciano Floridi ha parlato di “onlife”: non c’è più differenza tra offline e online, anche quando siamo “offline”, c’è sempre una presenza mediale. Oggi educazione ed educazione ai media finiscono per essere molto molto vicine, ancora più che in passato.

Secondo lei il mondo del lavoro reggerà l’impatto delle nuove tecnologie? A quale sfida siamo chiamati in Italia e nel mondo?

Rispondo facendo riferimento ad un convegno che abbiamo organizzato a fine novembre in università con le colleghe Zanfroni e Musaio, dal titolo “Non ho bisogno che sia facile, ma che sia possibile. Il lavoro per tutti tra sfide educative e azioni di comunità”. In quell’occasione, per capire quali fossero le sfide del lavoro e del digitale, avevo preso in mano un documento del 2019 della Commissione Europea, in particolare del Joint Research Centre, che parla della natura mutevole del lavoro e delle competenze richieste della digital age, l’età digitale. Le tecnologie digitali influiscono più sui compiti che sull’occupazione, cioè dobbiamo abituarci a pensare con un paradigma diverso al fatto che non è vero che le tecnologie distruggano lavori o ne creino di totalmente nuovi: le tecnologie trasformano quello che le persone fanno in ambito lavorativo e quindi dobbiamo essere capaci di inserirci in questa trasformazione, di immaginare con creatività modi diversi di lavorare. Al centro del lavoro ci sarà sempre di più la dimensione creativa, l’autonomia e soprattutto la relazionalità cioè facciamo riferimento non tanto alle conoscenze, ma a quanto sono in grado di essere flessibile e resiliente, di essere in continuo cambiamento, di imparare a imparare, ad acquisire competenze. Questo è quello che il mondo del lavoro ci sta chiedendo oggi, cioè di essere creativi e divergenti, di trovare delle strade diverse per leggere e rispondere ai problemi, essere capaci di usare il digitale non solo come strumento ma come parte del nostro ambiente culturale. La sfida umana è quella di essere sempre più inclusivi e di ascoltare le voci di tutti, che non necessariamente dipende dalla qualità delle tecnologie, ma dalla qualità delle risposte che noi sappiamo fornire, del nostro comportamento insieme alle tecnologie.

L’Italia sarà capace di adeguarsi a questo nuovo mondo del lavoro, vista la diffusa reticenza ad adattarsi alle novità in ambito digitale e di competenze richieste?

In Italia siamo creativi nell’arrangiarci: quello che chiede il lavoro però di trovare strategie diverse, questo costa molta fatica e non è detto che dia immediatamente i frutti attesi, quindi forse dovremmo essere più capaci di usare la nostra grande creatività per creare qualcosa di nuovo. Chiaramente cambiare non piace a tutti. Molti hanno però trovato un valore aggiunto nel cambiare abitudini e sviluppare un pensiero divergente. Avere fondi e risorse, avere creatività e avere supporto anche a livello di partecipazione dello Stato è favorevole: penso a tutti i paesi del nord Europa dove sembra molto più facile fare imprenditoria dal basso magari anche con idee poco creative. Io spero che con il cambio generazionale soprattutto ai vertici si possa fare qualcosa di più. Viviamo in una realtà in cui siamo sempre stati abituati a immaginare il posto fisso come qualcosa di assolutamente lodevole, mentre in altri paesi ciò non è mai accaduto. In alcuni paesi si passa da un lavoro all’altro con una grande velocità, non per demerito ma per volontà di cambiamento. Negli anni siamo stati abituati a mitizzare questa stabilità e invece, in realtà, il cambiamento in alcuni casi può essere un valore aggiunto.

Tornando sul tema dell’impatto dei media sulle nuove generazioni, ha notato delle differenze tra i cartoni animati del passato rispetto a quelli odierni?

Sono cambiati molto i formati in tema di scrittura: oggi c’è un mercato vastissimo di contenuti animati che si è esteso, indirizzandosi ai bambini in età prescolare. Ci sono cartoni e filoni di ricerca e di scrittura proprio per loro, qualche anno fa questo non succedeva. I cartoni erano molto più trasversali, non ci interessava quasi nulla se fossero più o meno educativi, per cui un bambino di 3 anni guardava Goldrake o Peline ed era la stessa, per citare cartoni noti del passato. È successo che l’infanzia è divenuta un oggetto di attenzione e interesse maggiore in termini pedagogici. È diventata un segmento su cui investire a livello di mercato, un segmento molto prolifico che genera grandissimo business. Alcuni prodotti molto noti come Peppa Pig, Pocoyo, Masha e Orso hanno un vastissimo mercato, anche a livello di merchandising. Il segmento dell’infanzia e dell’età prescolare è diventata occasione di business con una serie di prodotti creati ad hoc per loro, anche cercando di adattarsi alla capacità di attenzione: questi prodotti animati sono infatti molto brevi, cartoni di 4-5 minuti. Questo perché gli studi ci dicono che evidentemente a quell’età i bambini hanno un’attenzione sicuramente ridotta e quindi è inutile investire su prodotti lunghi; ci dicono anche che la “bidimensione” di Peppa Pig a loro piace.

Sui contenuti, si può notare che ci siano poche famiglie e più soggetti individuali che partecipano ad avventure: ad esempio Pocoyo è accompagnato da due animali, un papero ed un elefante; Masha vive da sola in un bosco in Russia con un orso. Forse negli anni ottanta e novanta la famiglia rappresentata era una famiglia drammatica: analizzando i cartoni del tempo non c’era una famiglia che non avesse un problema importante, o erano orfani, o erano abbandonati, o erano alla ricerca dei genitori, o erano in situazioni disastrose. Con questi anche tutto il filone dei cartoni giapponesi, su cui si scriveva molto: si diceva ad esempio che Goldrake e Ufo Robot avrebbero rovinato i bambini dell’epoca. I contenuti da soli non rovinano, è il fatto di non avere nessuno con cui confrontarsi su questi contenuti. Vi cito un autore, Serge Tisseron, il quale dice che è importante lavorare sull’alternanza, cioè sul favorire consumi diversificati, mediali e non mediali, digitali e non insieme; lavorare sulla autoregolazione, cioè la capacità col tempo di regolarsi nei consumi e nelle scelte; lavorare sull’accompagnamento, che prende in causa tutti gli educatori, i genitori e i cosiddetti caregivers. È nell’accompagnamento e nel confronto che si risolve il dubbio del bambino di fronte al contenuto: è ancora una volta una chiamata all’educazione.

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