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“Chiusura punti nascita, Bonaccini ci ripensi anche a Piacenza”

Punti nascita, il coordinamento provinciale dei comitati su sanità e medicina territoriale di Piacenza chiede che anche a Piacenza vengano riaperti i reparti di maternità negli ospedali periferici.

“Il presidente della regione Bonaccini ha recentemente riconosciuto l’errore in merito alla decisione di concentrare i punti nascita esclusivamente negli ospedali principali, chiudendoli in quelli più periferici della rete ospedaliera – scrive il comitato -. Lo ha fatto rivolgendosi alla platea modenese ma analoghe considerazioni vanno riproposte sulla rete ospedaliera piacentina, anche rivedendo il piano sociosanitario approvato del 2017 che ha sancito che il nosocomio del capoluogo diventasse l’unico riferimento provinciale come punto nascite, tagliando fuori Bobbio, Fiorenzuola e Castel San Giovanni. Nulla osta che il capoluogo diventi punto di riferimento soprattutto per quei parti che, in ragione di complicazioni, rendano necessario l’accesso ad una migliore riposta specialistica, ma ciò non deve eliminare la presenza, distribuita sul territorio, di un accesso alle cure ed all’assistenza alle partorienti”.

“Ribadiamo – continua il comitato – la nostra richiesta all’ASL ed ai sindaci della Conferenza sociosanitaria Piacentina di aprire una verifica seria sul pano sociosanitario in vigore per recuperare quei depotenziamenti che così pesantemente stanno colpendo la distribuzione della risposta ospedaliera a livello provinciale. Questione da noi sollevata più volte in diversi incontri, a maggior ragione adesso dopo l’autocritica del presidente della regione. Tutti ultimamente vantano l’importanza della medicina territoriale. Su questo come comitato salute provinciale abbiamo già denunciato la scarsità di progettazione, ma soprattutto abbiamo denunciato come la medicina territoriale sia vista solo come strumento per ridurre l’ospedalizzazione e non invece come una rete di cura ed assistenza che richiede anche un rapporto stretto con i presidi ospedalieri dei singoli distretti” continua.

“Medicina territoriale non può essere ridotta solo ai Medici di medicina generale (MMG) ma richiede investimenti per dotare i vari distretti di reti di presa in cura, di punti per esami diagnostici e visite specialistiche, di reti assistenziali, di supporto alle fragilità, alle politiche di prevenzione. Una rete che non può funzionare senza connessione con la presenza di presidi ospedalieri che garantiscano pronti soccorso, reparti (chirurgia e medicina, ortopedia, punti nascita ecc). Osservazioni queste che abbiamo più volte esposto alla direzione Ausl ed ai sindaci della Conferenza Socio Sanitaria. Non si può avere una sanità territoriale efficace senza investimenti. La razionalizzazione della rete ospedaliera centrata sul contenimento dei costi non porta a nessuna distribuzione sanitaria sul territorio, anzi, al contrario la riduce ulteriormente e come sta succedendo, viene rimpiazzata da strutture private. E’ questo l’obiettivo?”

“Da parte nostra nulla in contrario sulla scelta di puntare per ogni presidio ospedaliero provinciale ad una propria specifica specializzazione ma questo non deve impedire che ogni ospedale sia messo in grado di prendersi cura della popolazione del proprio distretto in rapporto stretto con la propria rete di medicina territoriale e le patologie a cui questa deve rispondere. L’autocritica di Bonaccini sulla chiusura dei punti nascita nei presidi periferici del Modenese – concludono – conferma proprio gran parte delle nostre preoccupazioni e la necessità (possibilità) che si rimetta mano finalmente al piano sociosanitario provinciale con l’obiettivo, non già di razionalizzare la risposta sanitaria ma di costruire un sistema di presa in cura che vede lavorare assieme sia la medicina territoriale che la rete ospedaliera provinciale”.

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