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Il lockdown non pulisce l’aria, le Pm10 alimentate da riscaldamento e biomasse

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L’eccesso di concentrazione di polveri fini nell’aria non viene scalfito dalla diminuzione del traffico automobilistico. Il terzo rapporto Life Prepair sulla composizione chimica del particolato, Covid-19 e qualità dell’aria conferma gli studi precedenti condotti nella fase del lockdown sulle città padane.

Il terzo report è stato presentato nel corso di un webinar, a cui hanno partecipato oltre 200 addetti ai lavori: al centro del lavoro gli effetti delle misure Covid-19 sulla qualità dell’aria nel bacino padano. Fin dall’avvio del lockdown della scorsa primavera, questo è uno dei temi a cui il progetto dedica maggiore attenzione: nei mesi scorsi sono stati pubblicati i primi due report, che si sono occupati di concentrazioni ed emissioni nel periodo febbraio-maggio 2020. Il rapporto presentato si concentra sull’analisi della composizione chimica del particolato, in questo caso il PM10.

I risultati dello studio mostrano come lo “spegnimento” o la riduzione delle emissioni di una parte degli inquinanti non sia sufficiente a determinare una variazione apprezzabile nella formazione del particolato secondario. Confermano inoltre che gli interventi che possono essere intrapresi per una riduzione del particolato non solo devono essere coordinati a livello di bacino, ma devono riguardare tutte le attività che concorrono alla produzione di precursori (principalmente l’agricoltura e tutte le combustioni, quali traffico, biomassa legnosa, comparto industriale e servizi), agendo in maniera incisiva sulle emissioni.

Un fermo quasi totale dei trasporti e di moltissime attività commerciali ha determinato un crollo della concentrazione in aria di biossido di azoto, legato direttamente alle emissioni dei motori a combustione, mentre le PM10 sono calate molto meno e vi sono stati addirittura superamenti del limite vigente. Questo fenomeno è attribuibile a due fattori, secondo lo studio: il riscaldamento domestico dovuto alla permanenza in casa di gran parte della popolazione ha portato ad un aumento delle emissioni in atmosfera di PM10 da combustione, soprattutto di biomasse; le attività agricole hanno continuato regolarmente immettendo in atmosfera ammoniaca in grado di produrre, assieme a ossidi di azoto e solfati, PM secondario che costituisce fino al 70% del PM presente in pianura padana.

Serve allora un piano – sono le conclusioni del rapporto – che agisca a breve termine sulle misure emergenziali applicate durante i periodi di elevato inquinamento, e a lungo termine sulle misure strutturali applicate durante il periodo invernale.

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