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L’illustratrice Anna Resmini “La pandemia? Un cerchio impossibile, ma la qualità resiste”

Illustratrice concettuale, nelle sue opere il concetto prende forma in immagine e l’immagine diventa metafora visiva dell’idea. È Anna Resmini, giovane artista milanese (1986) conosciuta in Italia e all’estero, che del disegno ha fatto una sua grande passione, prima e otre che un lavoro. Nelle sue creazioni tocco personale e tecnologia digitale si intrecciano, cercando un delicato equilibrio tra innovazione e qualità.

La pandemia non l’ha fermata, l’ha impoverita: di relazioni, di viaggi, di incontri, di esperienze culturali, tutti aspetti essenziali, specie nel mondo dell’arte. Ma il tempo, quello lento della riflessione e del dettaglio, è stato un’alleato prezioso, “forse l’unico”- dice lei- in questo periodo complicato. Tramite un’intervista ripercorriamo qui sotto l’opera dell’artista, riuscita a farsi strada senza mai perdere di vista l’importanza di esprimere sé stessa: tanto da sognare ‘un libro tutto per sé’ (per saperne di più www.annaresmini.com)

Tu vivi e lavori a Milano, ma qual è il tuo legame con Piacenza?

La mia avventura a Piacenza comincia di recente, quando nel 2017 ho conosciuto le ragazze di Nivule+PesciRossi, una sartoria artigianale piacentina. Le ho incontrate casualmente ad una fiera di Milano e il loro lavoro completamente fatto a mano mi è piaciuto moltissimo. Così abbiamo deciso di collaborare e io ho disegnato per loro una serie di pattern grafici, stampati poi su tessuto con stampa serigrafica, non digitale: ne è nata una Capsule Collection, una piccola collezione di capi con i miei disegni. Una bellissima esperienza, proseguita con nuove idee nel 2019.

Partiamo dai Tuoi studi: illustratrice da sempre appassionata di disegno, con formazione umanistica e filosofica. In che modo humus culturale e opere si influenzano vicendevolmente?

Ho frequentato Storia dell’arte e poi mi sono specializzata in Filosofia estetica, un percorso fondamentale per il mio lavoro artistico, sempre molto concettuale: essenziale per me è costruire  metafore visive a partire da testi che mi vengono forniti, generare idee attraverso immagini. La bellezza dei disegno mantiene un proprio peso, ma relativo rispetto alla forza della rappresentazione. Da qui capisci l’importanza dei miei studi, tanto più che non ho frequentato accademie artistiche, coltivando sempre da sola, negli anni, la passione per il disegno.

A riguardo non posso non chiederti di parlarmi di “Abbecedario filosofico” illustrato per “La Nuova Frontiera” nel 2017

Come capita molto spesso, ho illustrato un testo scritto da altri: in questo caso strutturato come un abbecedario in cui, ad ogni lettera, corrisponde un semplice concetto filosofico comprensibile anche ai ragazzi, che io ho poi rappresentato con un immagine. Mi viene in mente il concetto del paradosso, istintivamente piuttosto complicato da spiegare e illustrare. Eppure io sono riuscita a scegliere un’immagine chiara, immediata: un ombrello aperto, in cui piove dentro anziché fuori.

Da un punto di vista tecnico, quale processo creativo segui spostandoti tra mente, carta e tecnologie?

Beh, la mente è sicuramente il fulcro del mio lavoro di elaborazione concettuale tradotto in immagini. Ciò non toglie che nel tempo libero mi piace molto copiare dal vero quello che trovo davanti a me. Dal punto di vista tecnico, soprattutto negli ultimi anni, sto cercando di riservare sempre più spazio a quello che non è tecnologico, specialmente nella prima parte del lavoro: in questa fase, carta tempera, metodi di stampa artigianale, come monotipi o xilografie su linoleum, sono protagonisti delle mie opere, che poi ritocco al computer con penna grafica in fase conclusiva. Si tratta di una mia scelta personale: il digitale nel suo complesso costituisce uno strumento straordinario che permette di accelerare notevolmente i tempi d’esecuzione, ma richiede e assorbe molte energie, spesso a scapito del processo creativo. Detto questo la tecnologia resta fondamentale: basta dire che alcuni miei lavori si inseriscono in ampi progetti multimediali, dove disegno, scrittura, suono, animazione, interattività concorrono a formare un’unica opera d’arte.

Giovane artista affermata sul territorio italiano e internazionale, le tue creazioni toccano gli ambiti più vari. In alcuni progetti ricorre il tema della rappresentazione della realtà come sintesi dialettica tra il dentro e il fuori di noi: lo troviamo in ‘Finestre’, ‘Dentro/Fuori’, ‘Parliamoci’: ritieni questo dialogo uno strumento fondamentale dell’illustratore?

Si, perché l’illustratore è sempre un filtro tra il dentro e il fuori: qualsiasi cosa egli decida di rappresentare, anche quello che vede di fronte a sé, una casa, un albero, sarà sempre inevitabilmente filtrato da ciò che è dentro di sé. Il disegno costituirà quindi un intreccio tra realtà oggettiva e soggettività dell’autore, e perciò sarà sempre e comunque un’ interpretazione. Diventa chiaro allora quanto la dialettica tra dentro e fuori sia fondamentale nell’orizzonte artistico, direi il tema dei temi che tutto attraversa; un aspetto che non potevo trascurare.

Come scorrono tempo e memoria nelle tue opere? In qualche modo le plasmano?

Sicuramente in qualche modo tempo e memoria modellano le opere, anche inconsapevolmente. La maggior parte delle idee per i miei lavori non vengono infatti nel momento in cui sono seduta a disegnare, ma la sera, prima di addormentarmi. Poi, la mattina, mi tornano alla mente, anche se non in modo identico, e le rielaboro. Ecco quindi il tempo che scorre in un processo creativo che fa parte di me e non si interrompe mai, in cui paradossalmente i momenti meno proficui sono proprio quelli in cui mi siedo ad aspettare l’idea; passaggio che spesso blocca la creatività. C’è poi la memoria, soprattutto visiva, fondamentale per chi lavora con le immagini, anche partendo da idee: non possiamo infatti dimenticare che gli occhi sono il mezzo più potente per attingere dall’esperienza e senza esperienza, senza ricordo, nessun concetto potrà prendere forma.

A proposito di realtà e percezione, dal 2020 sono cambiate molto entrambe. Hai condotto qualche lavoro specifico sul Covid-19? Con un’immagine come rappresenteresti la pandemia?

Sul Covid-19 ho realizzato un’illustrazione per il Corriere della Sera l’anno scorso, non ricordo la circostanza specifica, ma ho ben presente il soggetto: una folla di persone che cadono nel vuoto insieme ai loro soldi e alla medicina, metafora del tempo assolutamente surreale e straniante del primo lockdown. Se dovessi rappresentare oggi la pandemia, farei leva sull’asocialità cui da oltre un anno siamo costretti, tra distanziamento, mascherine e assenza di eventi aggregativi; un cerchio di persone che non trova quadratura, impossibile, annullato, annientato. Per me è infatti proprio l’impossibilità di vicinanza sociale il fenomeno odierno più pericoloso per l’umanità: non solo crea solitudini, ma, per quanto corretto dal punto di vista medico, erige barriere tra le persone, rischiando di alienare l’individuo dal mondo.

Illustrazione covid corriere della Sera

Questo evento ha in qualche modo condizionato la tua attività e il tuo stile?

Il Covid-19 non ha pesantemente frenato la mia attività, ne ha condizionato alcuni aspetti. Molto spesso lavoro da sola, quanto meno sul piano esecutivo, quindi da questo punto di vista non ho risentito della pandemia. Sicuramente c’è stato un calo di clienti, fatturato e commissioni riguardo soprattutto a progetti sponsorizzati da spazi pubblici, teatri e simili. Bisogna poi pensare che il mio è un settore dove collaborazioni e gioco di squadra sono fondamentali per realizzare un’opera complessa, polifonica: in tal caso se si ferma una parte del progetto, si ferma tutto. E poi mi manca viaggiare, andare alle mostre: senza tutto questo, che è apertura e contatto vero, diretto con il mondo, la creatività si inaridisce. Unico lato positivo? Un po’ più tempo per me e per fare le cose lentamente, prestando più attenzione ai particolari.

Tra i diversi “progetti speciali” e promozionali da te realizzati, moltissimi sono di impronta socio-educativo- culturale, ne illustri uno che senti particolarmente congeniale alla tua sensibilità?

Sono molto affezionata alla serie di poster che ho creato per Spazio B**K a Milano: una libreria specializzata in libri con figure per bambini e adulti, che spaziano dalle illustrazioni, alla grafica, ai fumetti.  Ho realizzato cinque poster di illustrazioni sul tema della lettura e sugli usi che si possono fare di un libro: ad esempio, si può utilizzare un libro per riconoscere le piante, per imparare un’attività, per vivere nuove esperienze, oppure per evadere in un altro mondo. Ogni mio disegno corrisponde ad una di queste possibilità.

Libreria Buk

Il cibo è un altro file rouge che ritorna in varie tue opere: non solo come gusto per il palato o elemento di scoperta, ma anche come “satira di costume”; ce ne parli nelle varie declinazioni?

Si, direi che il tema del cibo è entrato in realtà in modo abbastanza casuale nelle mie opere, ma spesso ha assunto un valore importante. Citerei senz’altro due lavori: uno del 2020 per Topipittori, Naturalisti in cucina; l’altro, molto più lontano nel tempo, Ricette scottanti per lingue roventi, libro autoprodotto a quattro mani. Il primo è un libro per bambini di Federica Buglioni illustrato da me , un percorso alla scoperta della natura attraverso il cibo: frutta, verdura e tutti gli elementi della natura che si possono mangiare. È stata una delle poche occasioni in cui il lavoro mi ha consentito di fermarmi a osservare la realtà per copiarla dal vero. Ricette scottanti per lingue roventi è un progetto che risale a quando io ero ancora agli esordi, quindi mi ha permesso un primo salto di qualità: su ricette vere di cucina si innestano ironiche immagini surreali e  tutta la contraddittoria varietà dei sentimenti umani, in un gioco artistico che fa divertire e riflettere (https://issuu.com/annaresmini/docs/ricettescottantilingueroventi). Le immagini sono mie, mentre i testi sono dell’attrice e scrittrice milanese Livia Bonetti: il libro è totalmente autoprodotto da noi due.

Collabori e hai lavorato per importanti testate giornalistiche, le tue opere sono state selezionate per un prestigioso concorso internazionale, eppure da ben prima del Covid si parla di crisi, saturazione del mondo dell’arte. Tu come vivi questo universo?

Sicuramente non è facile. Riconosco di essere riuscita nel tempo a ricavarmi spazi importanti, ma ho ancora molta strada da fare. Nei primi anni ho continuato a collezionare impegni, ma adesso c’è moltissima concorrenza, tanta gente brava, veloce, anche grazie al digitale, e lavorare mantenendo alta la qualità è più difficile. Bisogna essere molto determinati, e nutrire amore per il proprio lavoro. Poi io nelle mie attività mi pongo sempre al servizio di qualcuno o di qualcosa: certamente sono un’artista, ma non di arte pura, come illustratrice rimango soggetta alle regole di mercato.

Si può quindi aver cura del dettaglio, mantenere personalità in un mondo che richiede rapida e continua evoluzione?

Si deve aver cura delle piccole cose, rimangono essenziali, altrimenti il senso profondo dell’arte viene meno. Per farlo io sto cercando di trovare un equilibrio tra il lavoro e gli spazi da dedicare a me stessa, alla mia crescita artistica personale. Diciamo che, oltre agli spazi pieni, cerco di ricavare momenti vuoti da riempire qualitativamente. La pandemia in questo mi ha aiutato.

Un progetto che ti appassionando, o a cui sta pensando per il futuro

Ci vuole coraggio per un vero salto di qualità e il mio sogno è di fare un un libro illustrato tutto mio. Non sarà facile, ma io ci credo.

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