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Tra crollo dell’occupazione e aumento della violenza, l’impatto del covid sulle donne

Nota stampa Regione Emilia Romagna

Una situazione di partenza migliore, in linea con le più avanzate realtà europee, ma che presenta ancora criticità, che la crisi sanitaria, economica e sociale provocata dalla pandemia ha aggravato. In Emilia-Romagna le donne lavorano fuori casa in media 5 ore di più di quanto accade nel resto del paese, ma pur sempre in misura inferiore rispetto agli uomini: 25 contro 36 ore settimanali. Mentre il lavoro di cura e domestico continua a restare in misura sostanziale sulle loro spalle: 23 contro le 7,38 ore maschili, un dato non troppo diverso da quello registrato nel resto del Paese (26 ore contro 7). Una disomogeneità dei carichi di lavoro messa in evidenza in questi mesi anche della distribuzione dello smart working. A fronte di un incremento del 23% di quello maschile, è cresciuto del 58% quello femminile per far fronte alla chiusura di scuole e servizi per l’infanzia.

Sono alcuni dei dati contenuti nel Rapporto “Emergenza Covid: l’impatto sulle donne e le azioni promosse dalla Regione Emilia-Romagna. Realizzato dalla Regione e presentato oggi in video conferenza stampa dall’assessora regionale alle Pari opportunità Barbara Lori, il report analizza l’impatto di genere delle politiche regionali attuate nel periodo della pandemia.

“Nonostante si confermi una delle migliori realtà italiane in tema di occupazione femminile, anche l’Emilia-Romagna ha fatto le spese di un lockdown che ha acuito le disuguaglianze. Ecco perché valorizzare il ruolo e la partecipazione delle donne nell’economia e nella società regionale è fondamentale per la ripresa ed è strategico per generare uno sviluppo sostenibile, equo ed inclusivo, in linea con gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 – spiega l’assessora alle Pari opportunità, Barbara Lori -. In quest’ottica abbiamo convocato il ‘Tavolo regionale permanente per le politiche di genere’ con focus tematico sul lavoro femminile, con l’intento di raccogliere criticità e suggerimenti. Per avviare azioni e progettualità sia a fronte all’emergenza Covid, sia di tipo più strutturale, migliorando la presenza femminile nel mondo del lavoro. Ciò ha consentito di approfondire il tema in tutti i suoi aspetti: da quello educativo e formativo, alla condivisione delle responsabilità di assistenza familiare e alla predisposizione di adeguate misure di sostegno alla famiglia, fino alla stabilità occupazionale e alla concreta possibilità di realizzare i propri percorsi di carriera al pari dei colleghi uomini.”

La solida rete di servizi di conciliazione, il forte investimento nell’istruzione e nella formazione professionale, gli interventi e servizi per l’infanzia, le persone anziane e disabili non autosufficienti e l’impegno comune verso un’occupazione piena e di qualità. Certamente in Emilia-Romagna negli anni sono stati conseguiti risultati importanti. Tuttavia anche lungo la Via Emilia sono state proprio le donne a pagare il prezzo più alto della pandemia: non solo sul fronte delle violenze domestiche drammaticamente aggravate dal lockdown, ma anche sul fronte occupazionale, come evidenziamo i dati Istat riferiti a questo territorio.

Per tutto il 2020 si sono verificate ripetute flessioni congiunturali dell’occupazione con un legame diretto con le misure di contenimento dell’epidemia. Gli effetti più importanti si sono manifestati tra marzo e giugno 2020 – con oltre 37mila posizioni dipendenti perse, di cui oltre 22mila femminili, pari al 60%. La riapertura delle attività ha comportato una ripresa dell’occupazione nel terzo trimestre con un recupero del 53,7% delle posizioni di lavoro dipendente perdute nel periodo precedente, peraltro in misura più favorevole proprio per le donne (+ 14 mila) che per gli uomini (+ 5mila). Ma non abbastanza. L’analisi per genere in alcuni settori continua infatti a indicare ancora una maggiore penalizzazione della componente femminile dell’occupazione: su 100 posizioni perse nel settore ‘Commercio, alberghi e ristoranti’ 55 riguardano donne, quota che sale a 81 posizioni femminili perse ogni 100 negli ‘altri servizi’.

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