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Le Rubriche di PiacenzaSera - Nave in bottiglia

La “decrescita infelice” dei ragazzi al tempo della pandemia

La Nave in bottiglia di Mauro Molinaroli, dedicata al confronto tra le giovani generazioni degli anni Settanta e quelle che vivono oggi, in tempo di pandemia

Avevo vent’anni o poco più verso la fine degli anni Settanta e il mondo era completamente diverso da oggi, ma è inutile disperdersi nei rivoli della nostalgia non servirebbe a nulla, è vero che allora il nostro essere ragazzi era impregnato di impegno, attenzione verso ciò che oggi viene comunemente definito “sociale” e che allora aveva il sapore un po’ azzardato di un termine con cui molti si lavavano la bocca: lotta di classe.

In realtà erano altri tempi, dettati dalle rivendicazioni del Novecento, dalle battaglie del cuore e dalla voglia di sentirsi vivi, in una provincia che viveva in una sorta di ovatta, impenetrabile, chiusa e a tratti asfissiante. Ricordo che rimasi impressionato da un libro del sociologo Aldo Ricci dal titolo “I giovani non sono piante”, ovvero il protagonismo delle giovani generazioni dal Sessantotto al Settantasette perché quei due movimenti così diversi tra loro, erano di fatto il tentativo di uscire dal grigiore degli anni Cinquanta da un lato e dal rigore dei partiti della sinistra storica dall’altro. I giovani intesi dunque non tanto come una generazione bensì come classe sociale in rivolta contro i padri.

Eppure i nostri genitori avevano vissuto la fame durante la guerra, la Resistenza partigiana e poi (finalmente) la stagione dorata del boom economico che rappresentò una conquista straordinaria perché dopo tanta miseria il profumo del benessere accarezzò e contagiò il Paese. Noi (e per noi intendo quelli della mia generazione) volevamo di più: più esistenzialismo, più Cesare Pavese e meno ‘Don Lisander’ Manzoni, una maggiore libertà di pensiero, la possibilità di vivere le nostre utopie che purtroppo per tanti ebbero come conseguenza le morti di eroina, il calcio di Johann Crujff e la rivoluzione del calcio con l’Olanda, la boxe di Cassius Clay. Ci affascinavano la musica rock, la canzone d’autore e la cultura americana, Salinger, Marlon Brando, Wharol, che rappresentavano modelli diversi di arte e comportamento. Insomma, uscivamo dal guscio materno ma l’inverno del nostro scontento non ci abbandonava. I nostri sogni con quel che è venuto dopo sono finiti in soffitta, è vero, ma non ci siamo mai sentiti Ragazzi interrotti.

Ciò che rende i giovani in tempo di pandemia Ragazzi interrotti è il loro essere vittime della perdita di motivazione, desiderio, progettualità. Rimuginano su se stessi in modo quasi disfunzionale senza trovare risposte in un mondo che spaventa e depriva più che incoraggiare alla crescita. Hanno pensato che con gli adolescenti sarebbe stato più facile proporre la Dad, eliminare gli sport e i gruppi di condivisione perché sarebbero stati in grado di comprendere l’emergenza. Ma non sono adulti e solo sperimentando basi sicure e provando nuove esperienze, potranno scegliere ciò che vorranno essere. E ora, dopo un anno di distanziamento sociale, di smarrimento individuale, senza attività sportive coi genitori pronti a tutto ma sempre più in crisi, come sarà la crescita di questi ragazzi? Le loro famiglie sono allo stremo psicologicamente ed economicamente e questa impotenza trasmette un’incertezza così forte che sfocia nei giovani con stati depressivi e ansiosi, attacchi di panico, autolesionismo, disturbi del comportamento alimentare, stati ipocondriaci conseguenti alle caratteristiche della pandemia e comportamenti spesso devianti.

Insomma, siamo di fronte a un incremento di psicopatologie che mai avremmo desiderato riscontrare in così basse fasce di età. Di fronte a queste situazioni penso che ogni epoca abbia i propri tarli: al malessere generazionale stavolta segue un fortissimo disagio sociale. La pandemia è una guerra vissuta in tempo di pace. Una bomba che è esplosa e con la quale faremo i conti per diversi anni. E’ la nostra Chernobyl e questi ragazzi, condizionati da social, globalizzazione, Erasmus e quant’altro, dovranno fare inevitabilmente i conti con la loro inevitabile “decrescita infelice”, perché come scriveva Ricci, i giovani non sono piante.

Mauro Molinaroli

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