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L’angoscia e l’entusiasmo di Francesca, diplomata alla Columbia di NY nell’anno della pandemia

Con un Master in Business Administration alla Columbia University di New York in tasca, per Francesca Carini l’anno più difficile – quello della pandemia mondiale – è stato anche quello più importante, pieno di emozioni e di opportunità.

La giovane piacentina racconta la sua esperienza nella Grande Mela iniziata nel gennaio del 2020 e conclusa pochi giorni fa con il prestigioso diploma conseguito in uno degli atenei più importanti del mondo. Francesca ha vissuto l’esplosione del virus negli States, lontano da casa ma in costante contatto con la famiglia: in questa intervista c’è l’inevitabile angoscia per la situazione sanitaria ma anche tanto entusiasmo e voglia di futuro.

Da quanto tempo sei a New York e quali studi hai fatto in Italia? Dopo il liceo “Respighi”, probabilmente richiamata dal fascino di Milano, ho iniziato il percorso di studi in Ingegneria Gestionale al Politecnico: un’esperienza di cui conservo bellissimi ricordi e che mi ha offerto tante opportunità. La più importante sicuramente è stata una competizione di finanza tra Università di tutto il mondo, alla quale il mio team arrivò secondo, e che mi diede modo di fare il colloquio ed esser successivamente assunta da McKinsey & Company, la più grande società di consulenza strategica al mondo. In McKinsey ho avuto l’opportunità di collaborare con grandi aziende italiane e di essere sponsorizzata per effettuare un Master in Business Administration (MBA) in una delle top 10 scuole del Financial Times. Ho optato per la Columbia University di New York, sia per la location, in quanto rappresentava la città dei miei sogni, che per la storia dell’Università, famosa per avere corsi eccellenti nell’ambito della finanza.

Infine, il mio fidanzato è americano e vive sulla East Coast quindi la scelta era anche legata a motivi personali. Finalmente a settembre 2019, dopo mesi di attesa, è arrivata l’ammissione alla Columbia e a gennaio 2020 ho lasciato l’Italia per trasferirmi a NY. Durante i 18 mesi di percorso ho avuto modo di ascoltare ospiti illustri, tra cui l’AD di Pfizer, Albert Bourla, l’ex Direttore della CIA, David Petraeus e l’ex Capo di Gabinetto della Casa Bianca, John Podesta. A settembre, ricomincerò a lavorare in McKinsey, ma questa volta non più a Milano ma a Boston. Sarà difficile tornare a Piacenza come facevo prima, anche solo la domenica per mangiare un piatto di tortelli in famiglia, ma sono certa che troverò il modo per tornare a casa il più spesso possibile.

Francesca Carini

Quale impatto su di te ha avuto la Grande Mela, quali le principali differenza tra studiare in Italia e negli Usa? Durante il Master in Management Engineering al Politecnico ho effettuato due esperienze all’estero, di circa un anno, a San Pietroburgo, in Russia, e a Delft, in Olanda. San Pietroburgo fu un’esperienza molto interessante, avvenuta in una città bellissima, con una cultura affascinante. L’Olanda invece fu la prima esperienza in cui ho vissuto da sola, all’interno di uno dei campus di Ingegneria e Design più innovativi d’Europa, TU Delft. Porto entrambe le esperienze nel cuore, tuttavia con gli Stati Uniti si è creato un legame speciale. A New York mi sono ritrovata in classe con persone provenienti da più di 100 nazionalità. Solo per questo vale l’esperienza. E, tra questa moltitudine di culture, emerge come l’Italia sia uno dei Paesi più amati. I miei amici italiani ed io siamo letteralmente sommersi di domande: sul nostro cibo, sulla moda, sulla storia e sui mille luoghi da visitare. E’ bellissimo vedere nei loro occhi tanto entusiasmo.

Per quanto riguarda l’educazione, affronto spesso lunghe conversazioni sulle differenze tra Italia e Usa. Una principale diversità riguarda la scelta dell’indirizzo universitario: mentre in Italia si sceglie la facoltà, determinando già a 18 anni quello che sarà il tuo futuro professionale, qui in America si sceglie la scuola, o meglio il college, e una volta entrati si studiano materie trasversali a tante facoltà. Solo in una fase successiva si ha la possibilità di intraprendere un percorso più specialistico, scegliendo la Law School, Medical School o, come nel mio caso, Business School. Inoltre c’e un approccio molto più pratico, nel quale si spingono gli studenti a partecipare attivamente in classe. Per fare un esempio, la partecipazione durante le lezioni rappresenta il 30% del voto. All’inizio è stato difficile per me in quanto tendenzialmente noi italiani non siamo abituati ad intervenire in classe ma poi, col tempo, è diventato piu’ naturale. Penso che questo approccio porti la persona ad acquisire più fiducia in se stessa e a farsi conoscere maggiormente. Infine, soprattutto all’interno dell’MBA, c’e la cultura del networking, considerata fondamentale. Ogni occasione di incontro è mirata a sviluppare relazioni che possano trasformarsi in futuro in utili contatti a livello lavorativo. Gli americani sono molto focalizzati e “agguerriti” su questo e, anche in questo caso, è bene adattarsi in fretta.

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