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“Piccolo prontuario genitoriale per giovani anime in pena”, intervista alla psicologa Silvia Tizzoni

“Ditemi che cosa vi aspettate da me che lo aspettiamo tutti insieme”, ultimo libro targato Officine Gutenberg e scritto dalla psicologa e mediatrice familiare piacentina Silvia Tizzoni, non è solo una guida per genitori e figli in lotta con la pandemia: è anche qualcosa di diverso, e forse qualcosa di più.

Non si tratta infatti del tipico libro di teorie psico-evolutive illustrate da un’esperta. Qui a parlare sono prima di tutto loro, i ragazzi, colpiti in silenzio, feriti da un nemico sconosciuto, che all’improvviso e per troppo tempo li ha isolati dal mondo, chiudendoli tra le quattro mura di casa: fuori dai loro ritmi, dai loro riti di gruppo, da quella “routine” rassicurante reclamata a inizio libro. È questo il punto di vista prevalente delle semplici, ma significative, interviste che la psicologa ha raccolto fra gli adolescenti approdati al suo studio “nell’horribilis 2020”. Prospettiva rafforzata dai meravigliosi disegni manga del tredicenne Francesco Pusineri, figlio di amici della Tizzoni, che con la sua genuina ironia rappresenta tutto lo smarrimento e la ricerca di senso di una generazione. Il progetto grafico è stato invece curato da Matilde Tacchini.

Proprio filtrando la prospettiva adolescenziale, l’esperta Silvia Tizzoni si rivolge a mamme e papà con i suoi consigli: lei che da adulta non può non comprendere il disagio di genitori factotum, compressi tra smartworking, lavoro fuori casa, mansioni domestiche e figli insofferenti a cui tenere le briglie. Ma da psicologa che di adolescenti ne vede tutti i giorni, non può non provare empatia per il disagio di questi ragazzi, che non ci tengono a essere vittime, non vogliono lamentarsi, ma piuttosto venire ascoltati. Perchè il loro mondo non può che essere diverso da quello adulto, e tra una giornata in casa e l’altra sentono scivolare via pezzi preziosi della loro vita. Un piccolo libro dal linguaggio fresco e schietto, che senza giudizi o falsi moralismi, fa intuire molto del rapporto complesso tra genitori e figli. E lancia qualche utile salvagente.

Ditemi che cosa vi aspettate da me che lo aspettiamo tutti insieme

Per l’acquisto l’offerta è libera, a partire da 5 euro: tutto il ricavato sarà destinato alle cooperative l’Arco e Officine GutenbergPer informazioni potete contattare via e-mail: dottoressa.tizzoni@gmail.com, oppure ci si può rivolgere alla sede di Spazio 4.0, Via Millo 4, aperto dal lunedì al venerdì, dalle 15 alle 20. E’ possibile inoltre fare una donazione online indirizzandosi al sito: silviatizzonipsicologa.it

Abbiamo intervistato Silvia Tizzoni per “sfogliare” il suo libro più da vicino e tratteggiare un bello spaccato di come il Covid ha cambiato le vite di giovani e adulti, soprattutto in un contesto non facile come quello familiare: un tuffo dentro il libro e oltre.

“Ditemi che cosa vi aspettate da me che lo aspettiamo tutti insieme”, un titolo che promette condivisione, ascolto, e sembra prefigurare il senso di questo libro. Ce lo spieghi?

La tua è una bella lettura, mi piace molto, soprattutto oggi, valutando questo progetto a mente fredda. Originariamente il titolo del libro voleva avere una valenza un po’ più provocatoria: di sprono verso adulti talvolta poco inclini ad immedesimarsi in modo costruttivo nei disagi dei figli adolescenti, specie in questo periodo difficile di pandemia. Certamente comunque è un opuscolo che mette al centro la condivisione, invitando a lanciare reciproci ponti d’ascolto tra genitori e ragazzi, senza inutili posizioni preconcette: quindi la tua interpretazione è più che giusta.

Il valore aggiunto del testo è stato soprattutto dare voce alle emozioni degli adolescenti. Come psicologa e consulente familiare, aiutare giovani e genitori ad affrontare problemi è il tuo mestiere. Ma in che modo lo scenario del disagio e la tua professione sono cambiati causa Covid, tanto da spingerti a scriverne?

L’idea di scrivere nasce soprattutto dalla seconda ondata Covid, quando dopo l’illusione estiva di libertà, che per un attimo ci ha fatto pensare al virus come a un ricordo passato, i nuovi contagi sono tornati a farci vedere la realtà, con un impatto tanto duro, quanto brutale: di nuovo restrizioni, scuole chiuse, disagi psicologici in aumento. Poi chiaramente il libro fa rifermento all’intero 2020, ma dopo l’estate si è capito che l’odissea del virus sarebbe stata lontana dal terminare. Ho deciso di mettere al centro gli adolescenti e di farli parlare, perché erano loro che vedevo più frequentemente nel mio studio in cerca d’aiuto: è vero, ho sempre lavorato con giovani e adulti, ma durante la pandemia è aumentata molto la domanda per consulenze su adolescenti; da genitori che li hanno visti in difficoltà o dai ragazzi stessi. A cambiare è stata anche la richiesta, erano tutti adolescenti in cerca di senso rispetto a disagi legati alla contingenza pandemica: non c’era uno, tra quelli visti al lavoro, che non fosse venuto nel tentativo di trovare un riequilibrio emotivo rispetto ai limiti forzati che stava vivendo. Prima avevo adolescenti in conflitto con i genitori, con il gruppo dei pari, con il percorso scolastico, con sé stessi: ora tutti erano smarriti dalla condizione di chiusura cui erano costretti, da una routine cancellata, da ansie e frustrazioni senza risposta.

Si legge, si sente, del forte aumento di consulenze psicologiche on line. Come consideri questa pratica sdoganata dalle recenti chiusure? Che effetti può produrre nel rapporto terapeutico?

L’Organizzazione Mondiale della Sanità segnala un incremento dell’80% di richieste di aiuto psicologico a causa della pandemia, molte delle quali on line. Io non nutro ostilità pregiudiziale verso questo tipo di pratica, sono anzi incline ad accogliere le preferenze individuali dei pazienti cercando di capirne le ragioni. Personalmente preferisco sempre integrare l’online con incontri in presenza, per rendermi ben conto di chi ho di fronte e dei suoi bisogni. Con gli adolescenti poi non ho mai fatto terapia a distanza, ma il motivo è semplicemente che i miei ragazzi preferiscono la presenza: non ho mai ricevuto richiesta contraria.
Ho utilizzato di più il web per gli adulti, sempre alternando incontri fisici: l’unico caso di terapia totalmente a distanza è stato con una residente fuori regione, con la quale per altro sono riuscita a entrare subito in profonda sintonia.
Ho utilizzato di più il web con gli adulti, sempre alternando incontri fisici: con alcuni soggetti l’approccio a distanza ha funzionato molto bene, per altri, specie in pazienti caratterizzati da forte schermatura emotiva, che rifuggono il confronto aperto, sentivo il peso del dispositivo.
 Un aspetto fondamentale? Il paziente deve ricavarsi propri momenti e spazi di privacy perchè la terapia on line abbia successo: interferenze altrui, via vai domestico rischiano di compromettere contesto ed esito del percorso.

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