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Quella mattina sotto al diluvio e il “mio 25 aprile” IL RICORDO

Il mio 25 aprile di Loredana Mosti 

Frequentavo la 5^ ginnasio, 1961. La mattina del 24 aprile si palesò in classe la terribile figura del preside. Era un uomo piccolissimo, claudicante, dal fare autoritario e scostante, che ogni tanto faceva dei blitz nelle classi per controllare insegnanti e disciplina. Avevo già avuto modo di conoscerne le linee educative l’anno precedente, quando, nella visita di accoglienza alle prime classi, era entrato nella nostra, molto numerosa e poco selezionata (essendo l’ultima sezione, quella economicamente meno…qualificata), ci aveva squadrato tutti e trentasei e poi ci aveva detto.” Siete troppi, alla maturità arriverete la metà”. (Profetico! Ci arrivammo in diciotto, e nemmeno tutti della classe originaria, avendo raccolto per strada via via numerosi respinti delle classi precedenti).

Dunque quella mattina entrò e con il solito cipiglio chiese chi di noi volesse rappresentare l’Istituto alle celebrazioni del giorno dopo, portando in Piazza Cavalli il gagliardetto della scuola. Allora non sapevo nulla del 25 Aprile, né della Resistenza. Sapevo solo che quel giorno era Festa Nazionale e si stava a casa da scuola. Ero nata esattamente un anno dopo la Liberazione e avevo ascoltato fin da bambina, come tutti quelli della mia età del resto, le storie di guerra dei miei genitori come delle favole.
Di mio padre conoscevo a menadito le sue peripezie per scampare alla fame e al freddo nell’inverno del ’42, durante la Campagna di Russia, quando con gli scarponi dalle suole di cartone e il cappotto di panno cercava da mangiare nei rifiuti attorno alle isbe, togliendo i capelli dai pezzi di pane che riusciva a trovare. Mai toccata un’arma. Mio padre era un pacifista costretto a fare il soldato. Quello che più mi emozionava era il suo racconto del rastrellamento avvenuto in ferrovia, dove lui lavorava, nel maggio del ’44, dopo l’Armistizio appunto, la deportazione in un campo di lavoro in Germania, il suo rocambolesco ritorno dopo l’arrivo degli alleati e lo smantellamento del campo. Prima a cavallo, poi, dopo la morte del cavallo, a piedi. Erano i primi di maggio del ’45 quando mia madre si vide arrivare in pantaloncini e tutto abbronzato (!), nemmeno l’aveva riconosciuto, quell’uomo, il suo uomo, che aveva sposato tre anni prima e con cui aveva vissuto praticamente qualche settimana.

Lei della Resistenza, quella che si era vissuta nelle nostre valli, sapeva solo il sentito dire, conosceva invece molto bene la “sua” resistenza, alla solitudine, alla fame, alla paura. I miei erano toscani; per motivi di lavoro mio padre si era trasferito a Piacenza e, dopo il matrimonio, lei lo aveva seguito determinata a seguire il suo grande amore. Nessun parente, nessuna amicizia, nessuna esperienza fuori del paese in cui era nata, era arrivata in una città di cui non capiva neppure la lingua, perché allora qui si parlava praticamente solo dialetto. La prima volta che era scesa alla stazione, in un ottobre nebbioso, aveva creduto di essere finita direttamente in Germania! Poi il richiamo alle armi di mio padre e l’inizio della sua solitudine. Dopo l’8 settembre del ’43 la linea Gotica l’aveva tragicamente separata dalla sua famiglia d’origine e, quando mio padre fu deportato in Germania, si ritrovò sfollata, sola, nel Cremonese. Ogni ventisette del mese veniva a Piacenza in bicicletta a ritirare lo stipendio da ferroviere di mio padre, percorreva il ponte sul Po e sfidava i raid aerei, cercando di “resistere”.

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