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Si Cobas-Cgil, D’Amo: “Scene dolorose, il sindacato non può vincere senza l’unità dei lavoratori”

“Sono immagini dolorose quelle che ho visto l’altra mattina davanti alla Camera del Lavoro di Piacenza, che – voglio ricordare – è la seconda nata in Italia dopo quella di Torino. L’immagine plastica di militanti di un sindacato che manifestano contro altri militanti del sindacato, mentre il padronato sta dettando legge sulla vertenza che li ha divisi, non può far piacere a nessuno”.

Abbiamo a chiesto a Gianni D’Amo, presidente di Cittàcomune, professore in pensione e da tanti anni iscritto alla Cgil, le sue impressioni su quanto accaduto pochi giorni fa a Piacenza, dove è andata in scena, anzi in strada, una inedita contrapposizione tra sindacati, gli autonomi del Si Cobas e la Cgil. Su fronti opposti ma accomunati da una pesante sconfitta nella vertenza FedEx Tnt, l’azienda logistica che ha confermato la scelta di dismettere il sito produttivo piacentino e i 280 posti di lavoro collegati.

La prima questione è di forma, che senso ha per un sindacato manifestare contro un’altra rappresentanza di lavoratori, mentre l’azienda che li impiega chiude lo stabilimento e lascia tutti a casa? 

L’altra mattina abbiamo visto da un lato uno schieramento fatto prevalentemente da giovani e dall’altro da anziani, da un lato prevalentemente italiani, dall’altro soprattutto stranieri. Un grande dispiacere questa divisione plastica, ma per chi, come il sottoscritto, da tanti anni frequenta la Camera del Lavoro di Piacenza c’è anche un’altra immagine che va tenuta in considerazione.

Quale?

Quella degli uffici di via XXIV Maggio in una mattina qualunque, piena di lavoratori che hanno bisogno di servizi, di tutele, di parlare e di chiedere. Sono in gran parte stranieri e anche tanti cosiddetti ultimi. Un’immagine che sfata l’idea della Cgil come sindacato dei garantiti da contrapporre al sindacato che sta in mezzo a chi rischia il posto di lavoro. Non c’è dubbio che il sindacato tradizionale stia attraversando una fase di difficoltà e di trasformazione, che abbiamo affrontato un’era di grande deregulation, ma non affrettiamoci a dare giudizi troppo stereotipati.

Gianni D'Amo

La risposta della Cgil ad un’aggressione politica e sindacale è stata quella di invocare i principi e l’orgogliosa rivendicazione della propria storia di 130 anni dalla parte dei lavoratori. Esercizio comprensibile, ma credi che basti?

Bisogna tenere conto della storia, ma questo non può essere uno sbocco autoconsolatorio. Io credo che in questo momento ci voglia tutta l’intelligenza di cui è capace un sindacato come la Cgil per ricomporre un mondo del lavoro che si è disgregato e anche la politica dovrebbe aiutare e favorire questo processo. Soprattutto in un settore difficile e complicato come quello della logistica non bisogna mai perdere di vista l’orizzonte generale di ogni organizzazione sindacale, l’unità dei lavoratori. Non abbiamo bisogno di un sindacato dei facchini contro un sindacato dei corrieri, che riproduca una divisione che è propria dell’organizzazione aziendale. Così come non abbiamo bisogno di un sindacato a prevalenza etnica, con sigle con iscritti di una nazionalità si contrapponga ad altri iscritti di altre nazionalità, o magari al sindacato degli italiani. Oggi c’è bisogno più di ieri di un sindacato che unifichi e risponda ai bisogni di tutti i lavoratori. E aggiungo: che risponda a tutti i lavoratori di quella fabbrica o unità produttiva a prescindere che siano iscritti.

Il mondo produttivo della logistica è segnato da una volatilità delle aziende che attraverso il sistema degli appalti vanno e vengono, e anche dei lavoratori, sostituiti con frequenza e assai poco radicati. Il tutto accompagnato da fiammate di conflitto e difficoltà di rappresentanza. Un rompicapo che evidenzia anche la debolezza della politica locale?

Per tenere unito il mondo del lavoro occorre comprendere che è necessario cambiare anche le modalità di produzione e per questo serve l’intelligenza dei lavoratori e del sindacato, ma anche quella delle imprese. Nella logistica è tutto maledettamente più complicato, perchè è un settore dove il ricorso al subappalto apre spazi per l’arrivo di imprese che spesso hanno ben altri interessi che quelli dei propri dipendenti o soci. E poi molti di questi lavoratori sono di nazionalità straniera e quindi più ricattabili, anche per l’intreccio tra impiego-permesso di soggiorno. Infine c’è il grande tema irrisolto del rapporto con la città: non possiamo accorgerci della logistica soltanto quando diventa un problema di ordine pubblico. E’ bene che le istituzioni locali, regionali e nazionali mettano in cima all’agenda questi nodi: il che significa precise scelte politiche, offrire servizi e inclusione a un pezzo di Piacenza che crea ricchezza e non può essere dimenticato.

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