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‘Le strade e i destini’, la nuova raccolta di racconti di Umberto Fava

Umberto Fava traditore, potrebbe dire qualcuno. S’è più volte vantato d’avere le dita macchiate dalla penna d’oca imprestatagli dall’Ariosto e ancora grondante dell’inchiostro dell’”Orlando”, ed ecco che ha saltato il fosso dandosi al digitale. Infatti ha appena pubblicato un libro on line, lui che in passato ha dato alle stampe più d’un libro fatto di carta e d’inchiostro. Scherzi dell’età? Forse scherzi dei tempi che cambiano e della trasformazione digitale.

“La trasformazione digitale passa anche attraverso la ‘penna d’oca’ di un ‘ragazzino’ di ottant’anni… o, come preferisce lui, un giovane e ventenne quattro volte. Umberto Fava”. Con queste parole viene presentato su Linkedin, prestigioso network on line, lo scrittore piacentino che, dopo aver pubblicato dal 1967 alcune opere di narrativa (racconti e romanzi), ha ora scelto solo il digitale per la sua nuova raccolta di racconti, “Le strade e i destini”. Ossia, come dice il sottotitolo, “Sette storie a forma delle vaghe stelle dell’Orsa, più sulla coda dell’Orsa un racconto morboso”. L’opera, grazie anche al supporto di StreetLib, uno dei principali distributori on line nel settore degli ebook, è possibile trovarla in tutti gli store del sistema, a cominciare da Amazon Kindle e Rakuten Kobo Inc., i principali attori di questo “nuovo” (si fa per dire) tipo di editoria. Ma anche in altri importanti negozi on line di libri digitali: IBS Store, La Feltrinelli, Mondadori Store, Libreria Universitaria solo per citarne alcuni.

Ancora su Linkedin, nella nota di presentazione del libro e dell’autore fatta da Stefano Anselmi, nostro concittadino che ne ha curato l’edizione on line, si legge: “Per un classe 1940, che non ama definirsi uno scrittore, ma un ‘raccontatore’, e che con mani sporche d’inchiostro continua a raccogliere i suoi appunti a mano, il salto – dalla pagina di carta alla pagina on line – è notevole e a suo modo coraggioso. Un altro segnale di un mondo che cambia”. Cambia il modo di comunicare col lettore, ma non il mondo di Fava, che è sempre quel suo tipico e personalissimo mondo come visto tra il sogno e la veglia, quello narrato in “Se il Po fosse Gutturnio” o ne “Il bel tacer”. Ossia il mondo reale che diventa un mondo fantastico, con tutta la fantasia che ci vuole per inventare la realtà.

Come ora, per esempio, nella storia dei due bambini che, dopo molta strada, giungono ad un porto dove arriva una nave che invece di portare gli attesi tesori dall’Oriente, alza la bandiera gialla della peste. O nell’avventura della Signora di Klimt che non abita più dove tutti credono, chiusa sottovetro nella sua Galleria, ma è libera e fuggente per la sua strada. Le strade e i destini. Ogni strada di Fava porta ad un incontro, cosa servono le strade se non per far incontrare. Ogni strada è un destino, ogni destino ha la sua strada. Cos’hanno in comune questi racconti sotto il segno delle stelle dell’Orsa? Cos’hanno oltre ad essere 8 strade e 16 destini? Hanno che portano tutti a qualcosa, al compimento di un destino, ad una meta, a una catarsi, a una felicità. Strade diverse e diverse tonalità. Come i diversi movimenti di una sinfonia. Il brano che segue (e che l’autore offre in omaggio ai lettori di Piacenza Sera), è per esempio un adagio con sentimento ed è il finale di “Me nessuno mi mette nel sacco”, quarto racconto della raccolta.

Il mistero della Signora ovvero Me nessuno mi mette nel sacco

La chiamavano la Signora come la Monaca di Monza. Una bella coppia! Una chiusa in convento, l’altra in Galleria. Macché Signora! Con quelle guance rosse da clown, con quel neo da damina del Settecento, con quel suo sguardo verde di ragazza che fioriva su un viso di bambola. Non odorava più dei colori della tavolozza, ma sapeva ancora di rugiada come una giovane fronda d’albero. Me l’immagino così al suo ultimo quarto d’ora, quella notte, in Galleria. Con quella faccia sveglia, quegli occhi monelli da incantadora, che però nonostante le labbra pitturate aveva un’aria da bambola, e quella era la sua casa di bambola con i custodi, le guardie, i carcerieri.

Io non so molte cose, ma ora so che la gente della Galleria d’arte era più viva di me. Sapeva che l’arte è vita, libertà, fantasia. E l’arte delle arti qual è? E’ l’arte di vivere. Sapeva sognare, e per questo soffriva, per questo pensava ad un posto dove la vita sa di vita, come un fiore sa di fiore, e un bicchiere di vino sa di vigna e di collina. Sarò scontroso e antipatico, ma so come questa storia andrà a finire. Prima o poi la ragazza del violino non resisterà e racconterà tutto, e così tutti alla Galleria sapranno dei bar, dei cinema, dei teatri, della vita che si vive qua fuori, del piacere di andare al circo o di vedere i fuochi artificiali, della follia delle feste, dei balli, dei divertimenti, del chiasso, del tumulto delle strade e del viavai della gente.

E lei? Lei sapeva già. Non era una signora, e non era nemmeno più una bambola. Era una donna a cui era rimasta un’infantile incantevole civetteria, era una forestiera, un’austriaca, era la ragazzina che la mamma non lasciava uscire sola alla sera, ma lei usciva lo stesso, ed ora, diventata grande… Ma non si diventa grandi senza rompere qualche vetro, saltare dalla finestra, scappare di casa. Ora lei rivoleva le musiche, i valzer, le bianche uniformi, i dorati saloni, i sognati amori, insomma le luci, l’aria, la gloria imperiale di Vienna. Questo mancava alla dorata fanciulla nelle provinciali penombre e nell’immobilità sepolcrale della Galleria dov’era rinchiusa e dove pativa, e come facevano una volta le ragazze innamorate e romantiche è scappata per andare a riprenderselo. Una Siura scapadura, questo sì.

La riacciufferanno, dicono. Dicono che le hanno sguinzagliato alle calcagna ispettori, vice ispettori, commissari, polizia, carabinieri, finanza, esercito… E’ come se l’avessero già riacciuffata e riportata dentro, dicono. Io però dico: non dire gatto neanche se credi d’avercelo nel sacco. Anche se sappiamo tutti che è una gatta, anzi una gattina. Lei la gattina, la prima goccia che farà traboccare il vaso. Che colpo di vento sarà! Un giorno accadrà l’inevitabile, e sarà una cosa capace di far intenerire anche uno come me. Una mattina il custode della Galleria arriverà al cancello, aprirà, entrerà come al solito, pensando le solite cose, ma non troverà la solita tranquillizzante scena. Troverà – sale e corridoi – tutto vuoto, pareti spoglie, cornici nude. Immobili e mute, saranno rimaste al loro posto, attaccate ai muri, solamente le nature morte.

Darà l’allarme, ma sarà troppo tardi. Saranno tutti fuggiti, evasi dietro la ragazza del neo, tutti a cominciare dalla mia amica violinista, lei e tutti gli altri, a cercare il sole e a scoprire la ragione del loro esistere. Che gioia quel giorno! Quanto colore nuovo da quel mattino per le strade, quanta vita nuova, quanta nuova musica per il mondo. Il mondo sembrerà un quadro appena pitturato, ancora odoroso di colori, un sogno a forma di paesaggio o un paesaggio a forma di sorriso. E tutti i fuggiaschi dal primo all’ultimo avranno quello sguardo verde dell’intramontabile giovinezza che hanno solo le opere d’arte. Sì, perché loro non sanno cosa sia invecchiare. Non sono della razza di quelli che se è una settimana che non vediamo più ci sembrano più vecchi di dieci anni. Tutti uccel di bosco, anche la ragazza col violino. Anche lei adesso in coppia col suo professorino? Più facile con un pianista dalle mani bianche e delicate come le sue. E cosa sarebbero andati a suonare insieme, lei al violino, lui al pianoforte? La Sonata n. 1 in la minore di Schumann? Più facile la Sonata a Kreutzer di Beethoven che sempre scatena tempestose gelosie.

Se per caso però voi li vedeste, la ragazza col violino e tutti i suoi ex compagni della Galleria, se vedeste qualcuna che somiglia ad una damina del Settecento o a una bambola con le labbra pitturate sedere al bar o a teatro, assistere a un concerto o a uno spettacolo di burattini, aspettare ad una fermata d’autobus, sedere su una panchina col gelato, camminare per la via un po’ spaesati e smarriti, traversare di sbieco come cani perduti, gli altri cani senza padrone, lei gattina colorata, ecco se li vedete per favore fate finta di niente. Fingete di non vedere. Oppure lustratevi gli occhi, godeteveli dal vivo. Ma non fate la spia, non fate i cacciatori di taglie, lasciateli stare, lasciateli andare per la loro strada. Liberi e felici. Come fossero uccelli del cielo. O un pesciolino rosso che salta fuori dal suo vaso di vetro e ci dice ciao.

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