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“Il Comune acquisti nuove case da destinare a edilizia popolare”

Intervento di Michele Giardino, consigliere gruppo misto e esponente Buona Destra di Piacenza

Sulle teste di noi amministratori pubblici incombe una spada di Damocle: la crescente esigenza abitativa delle fasce più deboli. Piacenza non è esente da questa urgenza, tutt’altro che potenziale. Indico alcuni dati, forniti dall’Assessorato al Welfare del Comune di Piacenza su mia richiesta. Nel 2016 sono state presentate 555 domande di accesso ad appartamenti di Edilizia Residenziale Pubblica (ERP): hanno trovato soddisfazione 135 richiedenti. Nel 2017 le domande sono state complessivamente 919, gli alloggi assegnati soltanto 128. Nel 2018, a fronte di 862 istanze, 114 sono state accolte. Nel 2019, su 324 domande, gli appartamenti popolari attribuiti sono stati 102. Nel 2020, anno tragico del Covid, 335 richieste e 89 assegnazioni effettuate.

Questa situazione dovrebbe essere già sufficiente per trarre la conclusione che la domanda di case popolari, qui a Piacenza è sensibilmente più elevata dell’offerta (senza considerare le famiglie del campo nomadi che l’Amministrazione si è impegnata a sgomberare entro la fine del proprio mandato, a giugno 2022). Eppure, c’è un altro aspetto che getta un’ombra più cupa su questa realtà: il blocco degli sfratti disposto a seguito della pandemia. Il decreto Milleproroghe aveva bloccato gli sloggi sino al 30 giugno prossimo. Il decreto Sostegni 1 ha allungato i termini, prevedendo una doppia proroga differenziata: fino al 30 settembre 2021 per i provvedimenti di rilascio emessi tra il 28 febbraio e il 30 settembre 2020; fino al 31 dicembre 2021 per i provvedimenti di rilascio emessi tra il 1 ottobre 2020 e il 30 giugno 2021. Nessuno ha fatto i conti di quante saranno le persone e le famiglie che, non appena scadranno i due termini citati, si ritroveranno in strada per non essere riuscite a pagare regolarmente i loro canoni di locazione. Possiamo solo prevedere che, indipendentemente dal loro numero, si tratterà di persone e di famiglie che necessiteranno di una casa, se vogliamo evitare che finiscano a dormire sotto i ponti.

Non solo. C’è un altro blocco che rischia di amplificare il fenomeno. Quello dei licenziamenti. Pare che il governo si stia determinando a lasciare scadere al 30 giugno tale divieto, lasciando la possibilità, alle imprese che ne faranno richiesta, di accedere alla cassa integrazione ordinaria sino a fine 2021 senza pagare addizionali, ma con l’impegno di non licenziare. Le aziende non industriali che non avevano diritto a cassa ordinaria e straordinaria ma soltanto a cassa in deroga, potranno contare sulla cassa Covid fino al 31 ottobre e quindi potranno licenziare dal 1 novembre. Quale che sia la durata residuale di questo blocco, sappiamo che un lavoratore licenziato in questa fase di recessione economica potrebbe essere un’altra persona impossibilitata a pagare il canone di locazione e, quindi, uno sfratto che si aggiunge agli altri.

Perciò ritengo che una parte dell’avanzo di amministrazione 2020 – circa 8 milioni di euro – debba essere impegnata per l’acquisto di qualche palazzina non ancora abitata (a Piacenza dovrebbero essercene diverse), da destinare a case popolari. In questo modo, si avrebbero non soltanto più alloggi da offrire ai bisognosi, ma si aiuterebbe il mercato immobiliare che langue da troppo tempo, incrementando il patrimonio comunale. Alla domanda che il sottoscritto ha posto nella interrogazione: “Qual è la soluzione abitativa adottata dai richiedenti non assegnatari, per ciò che consta al Comune?”, l’Assessorato ha risposto che “ogni non assegnatario assume autonomamente decisioni alloggiative, senza notiziare il Comune”. Comprensibile. Eppure, come amministratore pubblico, io sento che queste decisioni ci riguardano. E ci riguarderanno sempre più.

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