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La finestra sul mondo della moschea. Cronaca di un’ordinaria giornata di Ramadan fotogallery

La luce calda del tramonto si riflette sulle pareti in blocchi di calcestruzzo dipinti di rosso, poi si insinua tra le maglie metalliche del minareto – dall’arabo manār: faro, lanterna – che sembra illuminarsi, sembra letteralmente prendere fuoco.

Il muezzin non c’è, e non si sente il suo canto; d’altronde non ci sono case né palazzi nei dintorni, solo capannoni e stabilimenti industriali, svincoli autostradali, un discount, uno spaccio di abbigliamento made in China, una stazione di servizio con l’autolavaggio e il distributore automatico di bibite. Ciò nonostante, all’improvviso la corte si popola di una folla che avanza a passo svelto verso la sala per la preghiera. Arrivano a frotte: c’è chi indossa abiti tradizionali e variopinti, i sandali, la kefiah e il barracano, chi ha ancora addosso i vestiti del lavoro, chi invece una tuta dell’Ajax (ma tifa Inter). Tutti portano sulle spalle il tappeto personale per la preghiera, come vuole il protocollo Covid19. Entrano nella sala dopo aver provato la temperatura, è sempre il protocollo, e dopo essersi tolte le scarpe, come invece vuole la tradizione, per riporle in un’enorme scarpiera in legno a più ripiani: tiene tutta la parete dell’atrio. Poco oltre, ci sono i lavatoi per le abluzioni. Una volta nella sala, si inginocchiano verso la Mecca. E pregano.

(ph Gb Menzani – Gb Zanaboni)

È questo il momento più intenso della nostra visita alla Moschea di Piacenza. Arriviamo verso le 19 e 30. Sul piazzale, c’è ancora qualcuno che ritira il suo pacco di alimenti offerto dalla comunità (riso, latte, frutta, legumi e verdura), per consumarlo altrove: a casa, forse, o anche dentro la propria macchina, nel parcheggio. Siamo infatti in ramadan – è iniziato il 12 di aprile, e terminerà il 12 di maggio – e durante il mese santo tutti i fedeli devono dimostrarsi ancora più generosi. In condizioni normali, il pasto offerto dalla comunità si consumerebbe qui, tutti insieme nella corte alberata, ma la pandemia detta le sue regole anche alla bontà. Accompagnati dalla cortesia e dall’ospitalità di Lejla Bosnjakovic (neo Direttrice della Comunità Islamica) e di Arian Kajashi (Presidente del Collegio dei Garanti), abbiamo potuto visitare la moschea e ascoltare la sua storia.

La moschea a PIacenza

Il capannone più piccolo, antistante la Caorsana, fu la prima dimora del Centro Islamico: nel 2009 un gruppo di fedeli si staccarono da chi frequentava allora il Torrione Fodesta e lo presero in affitto per farne la sede della nascitura associazione. L’anno successivo, vista l’affluenza sempre più alta, acquistarono a un’asta il capannone più grande, che sta appena dietro la corte, ovvero due campate di prefabbricato una volta appartenute a una ferramenta. Iniziarono allora i lavori di ristrutturazione grazie al lavoro delle imprese edili vicine alla comunità, al sostegno di alcune donazioni private e alla consulenza di Luigi Baggi, architetto colto e appassionato, nonché un amico della comunità stessa: ad Arian, mentre ne parla, brillano ancora gli occhi.

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