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Cittàcomune un anno dopo la pandemia “Ripartiamo dalla cura, con sguardo attento al mondo”

“Il 2021 sarebbe stato il bicentenario della Comune di Parigi, ultimo scampolo dell’Ottocento rivoluzionario – ha ricordato Gianni D’Amo alla serata di Cittàcomune di venerdì 25 giugno nell’area verde della Cooperativa Magnana -. Ne avremmo voluto parlare, poi abbiamo pensato: quale evento è stato più straordinariamente drammatico della pandemia nel 2021?”.

E proprio di questo si è parlato nell’incontro “E all’improvviso…scoprirsi vulnerabili”, sul “faticoso convivere entro e oltre la pandemia”, con Giorgia Serughetti, sociologa venuta a Piacenza da Roma e ricercatrice in Filosofia politica all’Università di Milano-Bicocca. A lei si è affiancato il fotografo piacentino Sergio Ferri, che durante l’emergenza non ha mai smesso di usare il suo obiettivo per documentare l’universo dei più vulnerabili, ma soprattutto l’umanità silenziosa di chi non si è fermato un solo istante per rispondere ai loro bisogni quotidiani: un efficiente microcosmo di resilienza in un dolore che nessuno poteva lontanamente immaginare. E Gianni D’Amo vicino, a introdurre il discorso e tirare le fila.

Una serata di convivialità, tra discussione, cibo e musica, in uno spazio ampio che ha consentito partecipazione e rispetto del distanziamento sociale, segnando la tanto attesa ripartenza delle attività in presenza per l’associazione culturale piacentina. Niente più figure profetiche, quindi, effigiate sulla tessera di Cittàcomune, da grandi critici dei totalitarismi, come Simone Weil e Gorge Orwell, ad intellettuali del calibro di Gramsci e Pasolini, passando per un martire dell’antifascismo quale Leone Ginzburg, fino ad un regista poliedrico come Stanley Kubrick; per citare solo alcuni dei protagonisti che hanno segnato il cammino dell’associazione presieduta da Gianni D’Amo e co-fondata da Piergiorgio Bellocchio nei meandri del pensiero visionario del Novecento. La nuova tessera del 2021 è dedicata alla pandemia, che ha cambiato le vite di tutti: un uomo avanza solitario per un sentiero e l’immagine è tratta da un quadro di Renato Gattuso, a corredo della riuscitissima poesia di Mariangela Gualtieri, “Nove marzo duemilaventi”: “Ci dovevamo fermare. Lo sapevamo. […]Ci dovevamo fermare e non ci riuscivamo. […]E c’è dell’oro, credo, in questo tempo strano. […]”.

Mentre le foto dei senza casa, dei senza lavoro, dei volontari Caritas e Croce Rossa impegnati a distribuire centinaia di pasti e medicinali al giorno, delle squadre Usca operative l’intera giornata a casa di pazienti Covid o sospetti tali, scorrono sotto la lente onesta e appassionata di Sergio Ferri, è Giorgia Serughetti a riprendere la poesia della Gualtieri: “Credo che questi versi colgano perfettamente lo spirito delle riflessioni che ho cercato di mettere insieme in questi mesi: da un lato l’emozione di fermarsi pur nel terrore del momento, l’esperienza inedita di rallentare, che a ciascuno ha raccontato qualcosa di particolare della propria vita; qualcosa come l’importanza delle relazioni, la fragilità di ognuno e della società che abbiamo costruito, che forse non avevamo più tempo né voglia di considerare. Dall’altro la pandemia come punto di partenza prezioso per guardare a cosa non funziona nella comunità e deve essere cambiato”.

Riflessioni che prendono forma nell’ultimo saggio della ricercatrice: “Democratizzare la cura/Curare la democrazia” (nottetempo 2020) in formato e-book, nel quale Serughetti individua nel concetto di ‘cura’ il terreno fertile della ripartenza. “Non solo ‘cura sanitaria’”- ha sottolineato – seppure anche la sanità abbia evidenziato nell’emergenza tutte le proprie mancanze dopo decenni di tagli che hanno portato al progressivo scomparire della medicina territoriale. E per questo il sistema deve essere profondamente ripensato. Cura sociale di una popolazione che invecchia, in questi mesi troppo spesso costretta dentro strutture d’accoglienza inadeguate ai bisogni”.

“Per non parlare dell’iniqua gestione del lavoro domestico, interamente a carico delle donne,o di figure professionali troppo frequentemente non regolarizzate e mal pagate; senza trascurare tutta l’amplissima gamma di lavoratori poveri. Ma anche ‘cura educativa e ambientale’ – aggiunge -, tutti problemi non nuovi che la pandemia ha potentemente messo a nudo nella loro gravità”. Una ‘cura antropologica’ a 360 gradi è allora necessaria per provare a ridurre le molteplici disuguaglianze, in nome di quella collettività interconnessa di cui siamo indissolubilmente parte. Questo è il monito che Covid- 19 ci manda, “quando anche la nostra libertà si è dovuta ripensare sulla base dell’interdipendenza con gli altri” – ha concluso Serughetti.

E mentre Gianni D’Amo ricorda “la pericolosità del desiderio di rimozione dell’accaduto, poiché la pandemia è un fenomeno mondiale e come tale va osservato negli effetti e nei tempi”, Sergio Ferri con le sue foto invita a diffidare dalla “semplicistica retorica mediatica che spesso disinforma”. Meglio verificare di persona e prendersi “la libertà di pensare le cose come sono”, adottando lo spirito critico di Virginia Wolf. Lui l’ha fatto, ritraendo medici di base che hanno lavorato instancabili per i loro pazienti, studenti in aula nonostante la Dad, parenti dai propri cari in alcune RSA. Per guardare dentro, e oltre. Cittàcomune e il suo presidente ce lo insegnano ogni volta con i loro preziosi incontri. Speriamo possano davvero tornare a ‘prendersi cura’ di Piacenza e dei suoi cittadini.

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