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“La Convenzione di Istanbul e il ricatto sulle vite e sui corpi delle donne”

CONVENZIONE DI ISTANBUL – L’intervento di “Non una di meno” di Piacenza 

La Convenzione di Istanbul è lo strumento giuridicamente vincolante che ha adottato il Consiglio d’Europa nel 2011 per la prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica. La Convenzione ha avuto il merito di incrementare in maniera importante la dimensione istituzionale del tema e ha portato diversi Paesi d’Europa ad attivarsi concretamente, assicurando più servizi e supporto alle vittime. In Finlandia i rifugi per le sopravvissute alla violenza domestica sono finanziati ora dallo Stato. Sempre la Finlandia e anche l’Albania, la Serbia e il Montenegro hanno aperto linee telefoniche di assistenza nazionali. In Islanda, Svezia, Grecia, Croazia, Malta e Danimarca lo stupro adesso è definito come sesso senza consenso, come richiesto dalla Convenzione. In Svezia, c’è stato un aumento significativo delle condanne.

Il tema della violenza contro le donne richiede però volontà politica e di rafforzare il posizionamento sociale della donne, questo significa dare alle donne le risorse sufficienti sul piano economico, sociale, lavorativo e abitativo per uscire dalla violenza.
L’Italia ci ha messo due anni a ratificare la Convenzione, arrivandoci il 10 settembre 2013 (L.77/2013). E nonostante questo, guardando dal punto di vista giuridico ed educativo, ascoltando i continui appelli alla famiglia piuttosto che riferimenti a donne, minorə e soggettività LGBTQIAP+, si può dire che la Convenzione non è ancora riuscita a intaccare la costruzione strutturale della nostra società. Altri Paesi come Bulgaria, Repubblica Ceca, Ungheria, Lituania, Lettonia, Slovacchia non hanno ratificato alla Convenzione. E così l’Unione Europea ha potuto solo firmarla nel 2017 ma non può ancora ratificarla.

La Turchia, che è stato il primo Paese a firmare e ratificare la Convenzione l’11 maggio 2011, ne esce ufficialmente oggi 1° luglio 2021 e questa uscita è il segnale di un orientamento politico pericoloso per i diritti delle donne. La Polonia sta andando verso la stessa strada. Il progetto di legge polacco, presentato dall’associazione fondamentalista e ultraconservatrice Ordo Iuris, si chiama: “Sì alla famiglia, no al genere” e secondo alcuni documenti governativi, le autorità puntano a sostituire il trattato con un nuovo testo basato sui “diritti della famiglia” e volto a vietare matrimonio omosessuale ed aborto. Sia nel caso della Turchia sia nel caso polacco il testo della Convenzione viene additato come esempio della “ideologia gender” che minerebbe i valori della famiglia tradizionale. Parole che risuonano nel nostro Paese in modo allarmante. Nella Convenzione viene spiegato che «il termine “genere” si riferisce a ruoli, comportamenti, attività e attributi socialmente costruiti che una determinata società considera appropriati per donne e uomini». E sono i ruoli di genere che stanno alla base della violenza contro le donne.

E ora ci chiediamo cosa accadrà in Turchia e quali saranno le conseguenze per milioni di donne e per le organizzazioni che forniscono supporto alle vittime di violenza sessuale e domestica. Il ritiro dalla Convenzione è diventato un elemento politico di ricatto da parte della struttura patriarcale degli Stati. Un ricatto che si gioca come spesso accade sulle vite e sui corpi delle donne. È necessario investire soldi, non si può pensare che la società civile si faccia carico da sola e senza mezzi di contrastare la violenza e promuovere i diritti umani Per demonizzare l’uguaglianza di genere, invisibilizzare la comunità LGBTQIAP+ e per sottolineare l’esistenza di un’unica famiglia, quella chiamata tradizionale, si eliminano leggi che difendono diritti umani. E l’eliminazione viene proposta dal conservatorismo cattolico, da posizioni antifemministe, antiabortiste e contro i diritti delle persone LGBTQIAP+.

Occorre avere ben presente che nessuno Stato è libero dalla violenza contro le donne e dalla violenza di genere. È un problema di diritti umani, è un problema di potere, è un problema di disuguaglianza strutturale di genere, è un problema di enorme scarto tra la visione di una società reale e la visione di una società patriarcale.

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