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“L’arte deve tornare a parlare a tutti, soprattutto ai giovani”

“Non mi interessava raccontare la Storia della Madonna Sistina a chi la conosce già: con la mostra in San Sisto, abbiamo voluto far rivere l’opera di Raffaello e il monastero per cui è stata commissionata per tutti i piacentini e non solo, cercando di (ri)suscitare un forte senso di appartenenza e di orgoglio verso la storia della comunità; soprattutto nei giovani. Come? Non abbiamo avuto paura di utilizzare il digitale per far parlare l’arte, immergendo il visitatore in un’esperienza sensoriale ed emozionale, che non altera l’oggettività della ricostruzione storica e artistica”.

Parola di Manuel Ferrari, direttore dell’Ufficio per i Beni Culturali Ecclesiastici della Diocesi Piacenza- Bobbio, e dunque promotore della mostra evento “La Madonna Sistina rivive a Piacenza”, visitabile nella Basilica di San Sisto fino al 31 ottobre. Tranquillo, accomodante, aperto al dialogo mentre lo intervistiamo, Ferrari è però fermo e chiaro sulle sfide da non perdere per il rilancio culturale di Piacenza: “Cultura, arte devono tornare a parlare a tutti, e deve crederci tutto il territorio, privati compresi, per portare la città anche fuori dalle proprie mura”. È quello che si è cercato di fare in San Sisto, con una mostra molto diversa dalle tradizionali, in cui i diversi linguaggi coesistenti e interconnessi permettono ai visitatori l’esperienza unica di un itinerario storico- artistico tuto da vivere come protagonisti.

Di un primo riscontro sulla mostra in San Sisto, dei suoi linguaggi e del suo significato per Piacenza abbiamo parlato a lungo con Manuel Ferrari.

“La Madonna Sistina rivive a Piacenza” è stata inaugurata da un po’, non è quindi azzardato un primo bilancio. Interesse e afflusso risultano crescenti?

L’interesse per questa mostra è sicuramente crescente, siamo nel novero di un centinaio di presenze al giorno. Molti piacentini si stanno dimostrando entusiasti per la scoperta dell’ennesimo tesoro architettonico rimasto troppo spesso nascosto ai loro occhi: il complesso di San Sisto e tutto il patrimonio storico- artistico di cui è portatore. Il riscontro favorevole di cittadini e comunità si sente forte, è ben visibile. Tuttavia i numeri restano complessivamente ridotti causa il peso ancora importante della pandemia, soprattutto per i luoghi della cultura: le persone prediligono stare all’aperto piuttosto che al chiuso, la copertura vaccinale non è ancora completa e gli ingressi rimangono contingentati; così, per il settore culturale, si registra circa un quinto, un sesto di presenze rispetto al 2019, e sono soprattutto locali. Molto richieste sono comunque già arrivate per visitare la mostra in San Sisto tra settembre-ottobre, periodo a partire dal quale vorremmo riuscire a coinvolgere in maniera importante anche le scuole.

Una fotografia sulla provenienza dei visitatori: da quali province e regioni si muovono maggiormente?

Come detto, si tratta principalmente di visitatori piacentini, ma non mancano presenze dalle province limitrofe, con un afflusso che possiamo attestare attorno al 20%: Milano, Lodi, Pavia, Cremona, Crema, qualcuno da Parma e Reggio. Abbiamo anche portato gruppi che da anni seguono le nostre iniziative dal Triveneto, quindi da Treviso e Padova; senza dimenticare il recente convegno di studi su San Sisto e la Madonna Sistina, che ha coinvolto diversi esperti da tutto il nord Italia e in particolare da Bologna. Siamo quindi di fronte ad un’iniziativa di crescente interesse, ma purtroppo condizionata dalla presente situazione su scala globale: chiaramente una mostra analoga proposta nel 2019 avrebbe avuto tutt’altro impatto.

Con l’estate si vedono anche presenze estere?

I visitatori dall’estero sono molto pochi per ora, gli unici che abbiamo registrato erano in città per lavoro o altre ragioni e hanno deciso di venire a vedere la mostra. Anche in questo caso il riscontro è sempre stato molto positivo.

Molta partecipazione per gli eventi collaterali previsti finora: ci fa una panoramica?

Tra maggio e giugno abbiamo puntato molto sull’aspetto musicale, organizzando due rassegne concertistiche negli spazi di San Sisto, per la prima volta aperti al pubblico proprio in occasione di questo museo. Le serate musicali hanno infatti avuto come prestigiosa cornice ‘l’appartamento dell’abate’, sito visitabile e punto di partenza del percorso storico-multimediale dischiuso dalla mostra: tre concerti molto belli, quindi, quelli della prima rassegna, ‘Musica Madre Divina’, proposta già da tempo, ma quest’anno tutta declinata nell’architettura e nella storia di San Sisto; la seconda ha visto invece la direzione di Maddalena Scagnelli, anche in questo caso con strumenti e pezzi d’esecuzione scelti in modo da abbracciare il periodo di massimo splendore del monastero, nei primi anni del’500 rinascimentale. Buonissima la partecipazione ad entrambe le rassegne, con una lista d’attesa che non siamo riusciti a soddisfare causa il contingentamento: per ‘Musica Madre Divina’ i posti erano solo 40; numero un po’ più ampio per la Scagnelli, che ha suonato anche in Chiesa potendo così contare su 80-90 presenze. Entrambe esperienze di profonda immersione dialogica tra architettura, pittura e musica per il pubblico partecipe. Speriamo ce ne possano essere altre.

Bella anche l’iniziativa del trenino che per un mese ha attraversato il centro storico di Piacenza, un’ idea del nostro vescovo che ha voluto dare risonanza non solo alla mostra, ma anche alla città: una città che da maggio sta finalmente cercando di rialzare la testa. Il trenino rosso che girava per le vie del centro, pieno di bambini, di famiglie, di vita, è stato soprattutto una macchia di colore e di allegria che ha investito e coinvolto la cittadinanza. Lo abbiamo avuto a nolo per un mese, ma sarebbe bello poter pensare di ripetere l’esperienza durante il periodo natalizio! Infine, il recente convegno di studi ospitato nella monumentale sagrestia di San Sisto: una preziosa occasione per radunare ancora una volta tutta la comunità scientifica e aggiornare gli studi attorno al complesso monastico, rimasti fermi agli anni ’90; puntando soprattutto, attraverso i diversi interventi, ad un focus sia sulla fondazione e la storia del monastero sia sulla Madonna Sistina.

Una mostra che non solo vuol far ‘rivivere’ “La Madonna Sistina” di Raffaello, ma anche la storia del complesso monastico di San Sisto, pensato per ospitare il dipinto. Uno dei due aspetti ha più pregnanza sul pubblico, o entrambi si compenetrano nel piacere della scoperta?

Questo evento era stato pensato per l’anno scorso, in occasione dei cinquecento anni dalla morte di Raffaello, ma la pandemia ha cambiato le carte in tavola. Sicuramente La Madonna Sistina è diventata un’occasione di richiamo sul monastero per il quale è stata commissionata: San Sisto. Sappiamo bene che il dipinto è a Dresda e lì rimarrà, ma noi, attraverso computer-grafica e animazioni immersive, abbiamo cercato di far rivivere l’opera all’interno di ciò che rimane a Piacenza ed è ancora patrimonio di questa comunità: il monastero e il coro della Chiesa di San Sisto. È chiaro che questo comporta raccontare la storia del monastero e far comprendere il contesto del primo ‘500 come humus fecondo di fioritura artistica anche per Piacenza.

Anche in questa piccola città, infatti, pur lontana da Roma e dalle grandi città d’arte, si sente l’influenza delle avanguardie: il Tramello, che progetta la nuova chiesa di San Sisto, guarda alla lezione del Brabante; Bernardino Zacchetti, chiamato a dipingere la chiesa, qualche anno prima collaborava con Michelangelo alla Cappella Sistina; la prima tarsia del coro, in basso a destra, raffigura un disegno identico a quello di Leonardo, oggi conservato al Louvre. Il vento di innovazione portato a Piacenza in quel periodo da questi artisti e dalla Congregazione di Santa Giustina è ben conosciuto da Raffaello, il quale pensa alla Madonna Sistina come Pala per l’altare maggiore della chiesa del Tramello: una finestra ad abside che si apre al trascendente, ma resta fortemente integrata con il progetto architettonico. Ecco allora perché la storia del dipinto non può essere compresa a fondo se disgiunta da quella di San Sisto, e il pubblico della mostra l’ha capito bene.

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