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“L’arte deve tornare a parlare a tutti, soprattutto ai giovani”

Tra le principali novità recenti della mostra l’app San Sisto Virtual: una finestra in più sull’arte? Sta avendo riscontri positivi?

L’abbiamo pensata come una sorta di ‘biglietto da visita’ per una mostra che punta molto sul digitale, con lo scopo virtuoso di promuovere la giusta enfasi e consapevolezza verso la ricchezza dei luoghi da esplorare. Tale intento doveva essere chiaro fin dalla presentazione dell’iniziativa: ecco allora la scelta di questa cartolina che può essere spedita, munita di QR-code. Basta scaricare l’app, e attraverso la realtà aumentata viene ricostruita la chiesa di San Sisto progettata dal Tramello; in più si trovano tutte le informazioni inerenti alla mostra, il link del sito, la possibilità di visualizzare il coro della chiesa a 360 gradi, il teaser (annuncio- pubblicitario) che presenta il video dell’evento e alcuni giochi per bambini. Un modo totalmente nuovo di presentare una mostra, che probabilmente prenderà piede soprattutto da settembre, attraverso la distribuzione sul territorio e porta a porta: specchio della multimedialità che caratterizza l’intero progetto, questo ‘biglietto da visita’ aiuterà a far conoscere l’iniziativa, stimolando lo spettatore ad essere protagonista del luogo ancora prima di entravi.

Questa iniziativa ha infatti il merito pregevole di far convivere l’antico, l’arte e la Storia con le tecnologie più moderne, in una grande esperienza immersiva per i visitatori. Una scommessa che si sta effettivamente rivelando fruttuosa?

Penso che in questo caso specifico non avessimo molte altre alternative possibili: da un lato dovevamo raccontare ciò che ancora abbiamo in San Sisto; dall’altro ricostruire l’aura di un’assenza, che avvolge tanto il quadro di Raffaello quanto la storia del monastero. L’allestimento è stato allora pensato in modo analogo alle architetture effimere tipiche dell’età barocca, simili a macchine dello spettacolo: siamo partititi da lì per declinare il racconto nella contemporaneità. Come lo abbiamo potuto fare? Con un utilizzo attento e consapevole delle tecnologie, che ha permesso di ricreare realtà inesistenti senza però perdere mai di vista scientificità e correttezza dei contenuti. Bisogna tener presente come progetti di questo genere nascano sempre attraverso un insieme di professionisti, che operano in squadra: storico dell’arte, storico dell’architettura, scenografo, regista, musicista, architetto, esperto in tecnologie e linguaggi multimediali forniscono ciascuno la loro visione e il loro linguaggio; l’Ufficio Beni Culturali si preoccupa di coordinarli, mantenendo però la specificità dei diversi contributi. È intuibile quindi la complessità di un lavoro che non vuole appiattire o snaturare la realtà, ma valorizzarla.

In che modo allora i diversi linguaggi riescono ad arricchirsi vicendevolmente senza che uno sbiadisca l’altro?

Le installazioni che abbiamo creato sono sempre site-specific: possono stare solo e soltanto in quel luogo, poiché si integrano perfettamente con l’architettura e la fanno vivere al visitatore in maniera esperienziale. Non più quindi fruizione passiva, ma partecipazione emotiva del luogo, dove la tecnologia consente di comprendere al meglio ed esaltare gli spazi in cui è inserita. Molto importante sottolineare che il nostro uso dell’innovazione, tra proiezioni video e realtà virtuale, si è sempre mosso in punta di piedi, estremamente rispettoso di architettura, decorazioni, arredi e dell’intero portato storico: ciò che non c’è più ritorna grazie a quello che ancora rimane conservato, il quale si fa garante dell’autenticità della dimensione evocativa e multimediale. Solo in questo modo i diversi linguaggi possono davvero dialogare armonicamente diventando uno amplificatore dell’altro. E tale è stata la linea che abbiamo seguito per tutto il percorso museale, dall’appartamento dell’abate, agli stalli del coro, fino alla vita avventurosa della Madonna Sistina; con il visitatore posto al centro di profonde sollecitazioni visive, storico- artistiche e acustiche, spesso incrociate.

Che ricadute ha sul pubblico la scelta di questo approccio? Sono interessati soprattutto i giovani, o la commistione ragionata di linguaggi differenti sta catturando tutte le età?

Io dico sempre questo: non ci deve interessare raccontare la storia della Madonna Sistina allo storico dell’arte che già la conosce. Dobbiamo riuscire invece ad intercettare un pubblico sempre più vasto e generico, in modo che questi eventi possano diventare patrimonio della comunità. Alla fine di questa iniziativa i piacentini devono essere consapevoli di avere una ricchezza importante da custodire, preservare e difendere; un patrimonio identitario che raccontata la loro storia, le loro radici, di cui devono essere orgogliosi come fu per la salita al Guercino. Ma questo sforzo di costruzione di senso deve rivolgersi soprattutto alle giovani generazioni, che sono il futuro della comunità. Per farlo bisogna passare attraverso il digitale, canale comunicativo che loro conoscono di più, educando però ad una lettura consapevole, profonda e non distorta dell’immagine: fin dall’antichità del resto l’immagine è stata fonte di infiniti rimandi, storici, poetici, culturali. Gli stessi sguardi della Madonna e del Bambino nella Sistina di Raffaello hanno fatto parlare di sé tutto il mondo, con significati molteplici. Dobbiamo allora tornare a far parlare l’arte, con linguaggi che tutti possano capire. E devo dire che i giovani visitatori sono rimasti entusiasti, pronti a tornare a casa per raccontare l’esperienza vissuta e coinvolgere altri; ma anche gli specialisti, per esempio i partecipanti al convegno da cui mi aspettavo eventuali critiche per l’approccio innovativo della mostra, hanno particolarmente apprezzato lo sforzo di parlare a tutti, senza rinunciare al rigore dei contenuti. È stato un buon risultato.

Come interpreta la riscoperta tardiva dell’interesse in merito al capolavoro di Raffaello da parte di Piacenza e dell’Italia?

Mi viene in mente una battuta che non è poi così fuori dalla realtà: quando si hanno tanti capolavori in casa, qualcuno viene dimenticato. Aldilà di questo, bisogna dire che finché La Madonna Sistina è rimasta a Piacenza era un’opera sostanzialmente conosciuta, appannaggio esclusivo dei monaci e sostanzialmente inavvicinabile dai fedeli. La sua fortuna inizierà con l’arrivo a Dresda, dove sarà portata alla ribalta con le più diverse interpretazioni, da artisti, filosofi, poeti e letterati. Poi il periodo temporaneo, ma fondamentale in Russia, dopo la Seconda Guerra Mondiale, in cui l’opera sarà oggetto di veri e propri pellegrinaggi, diventando un’icona. È chiaro comunque che, dopo il trasferimento a Dresda, la Madonna Sistina è da considerarsi patrimonio tedesco più che italiano. Ma proprio in occasione di questa mostra, abbiamo anche cercato di riportare in Italia gli studi attorno a questo capolavoro di Raffaello.

Con questo evento “La Sistina” e lo spazio di San Sisto tornano potentemente in luce, e non è l’unica sfida per la città. Penso al Guercino, o al nostro Klimt tornato in Ricci Oddi, che a breve andrà a Roma. Piacenza sta acquisendo consapevolezza delle proprie potenzialità ?

Credo proprio di sì. Il primo valore di questi grandi eventi che si sono prodotti negli ultimi anni- potremmo citare anche i Musei Civici e il Collegio Alberoni – è stato quello di sollecitare la partecipazione della cittadinanza: la consapevolezza della comunità è il primo volano per riuscire a promuovere il territorio anche fuori dai confini locali, come noi vogliamo fare con questa mostra e con altre a venire. Poi chiaramente continuità e qualità degli eventi favoriscono attenzione mediatica nazionale e creano dinamismo positivo, ma è necessario saper fare rete per valorizzare il patrimonio disponibile. Oggi il turista che si muove difficilmente cerca cultura da fruire in senso tradizionale e a sé stante, vuole piuttosto vivere un’esperienza del bello: ecco allora il senso di costruire percorsi emozionali per il visitatore, l’utilità di strutturare e offrire pacchetti che uniscano insieme esperienze diverse (culturali, enogastronomiche, alberghiere) e l’importanza che tutti gli enti territoriali si adoperino per il sostegno del rilancio culturale attraverso queste iniziative. Una robusta rete locale permette infatti di estendere poi la prospettiva ad una dimensione extraterritoriale, noi facciamo parte di Destinazione Emilia, per esempio, ma guardiamo anche alla Lombardia. Se impara a fare gioco di squadra con costanza sono convinto che Piacenza abbia molte carte da giocare, al pari e meglio di tante altre città: è credendo nello spirito di squadra che Parma ha potuto diventare Capitale della Cultura.

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