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“Abbiamo sbagliato a non dialogare con l’Islam” L’Afghanistan del Generale Rossi L’INTERVISTA

Dall’impasse nella quale si è cacciato l’Occidente in Afghanistan, al problema di oggi nella gestione dei profughi e i molti dubbi sul futuro di questo paese “è il dialogo con l’Islam moderato che è alla radice della crisi attuale”.

Ne è convinto il Generale di Brigata aerea Umberto Rossi, il piacentino che fra l’agosto 2005 e l’aprile 2006 era al comando della regione di Herat, nell’Afghanistan occidentale, nell’ambito dell’operazione Nato ISAF, col quale tentiamo un’analisi della tragedia che si consuma in quel Paese e non solo. (Nella foto sopra Maria Vittoria Gazzola e il Generale Umberto Rossi che dona un ricordo di Piacenza al sindaco di Herat). Ora in pensione, l’alto ufficiale vive a Bruxelles, città sede del Quartier Generale della Nato, presso il quale lui stesso ha operato. Ma, avverte il generale, “vorrei evitare il pericolo di fare qui un’ulteriore raccolta di j’accuse, troppi se ne sono sentiti in questi giorni, seppur alcuni giustificati, ma mi sentirò comunque libero di cogliere questa occasione per esprimere una mia opinione personale su quanto sta succedendo”.

Ci dia allora la sua interpretazione dei fatti di cronaca di questi giorni e di quanto successo negli ultimi vent’anni in Afghanistan.
“Andiamo per gradi; una breve ricostruzione storica ci può aiutare a ricordare da dove tutto è partito e come hanno agito gli attori principali delle operazioni che si sono sviluppate nel teatro afghano, inutile dirlo, primo fra tutti gli Stati Uniti. Venti anni fa, l’11 settembre 2001, accadde qualcosa che scosse il mondo intero; gli USA colpiti nel cuore del loro territorio da un vile attacco terroristico reagirono tempestivamente con la veemenza militare propria di una super potenza, una forza militare sostenuta con ancora più forza da un chiaro messaggio politico del Presidente George W. Bush. Fu l’avvio di una fase di “guerra al terrore” di cui nessuno conosceva esattamente la magnitudine e la durata. Osama Bin Laden e i suoi affiliati di Al-Qaeda e tutti gli “stati canaglia” che lo appoggiavano, divennero l’obiettivo scontato di questa guerra al terrorismo e all’ “asse del male” che, secondo il Presidente Bush, li sosteneva. Già nell’ ottobre dello stesso anno fu lanciata l’operazione Enduring Freedom il cui primo obiettivo fu proprio quello di sconfiggere Al-Qaeda sul suo territorio, l’Afghanistan, da dove aveva progettato e supportato l’azione terroristica contro le torri gemelle. Il sostegno politico internazionale agli Stati Uniti in questa iniziativa politico-militare (pur con qualche distinguo) fu incondizionato. In fin dei conti Al-Qaeda avrebbe potuto colpire ovunque in occidente e non solo. Enduring Freedom fu quindi un’operazione a quasi esclusiva condotta statunitense con un preciso obiettivo di “counter terrorism”.

Rossi Afghanistan

Il generale Tricarico e il generale Rossi intervistati

“Ciò detto, apparve subito scontata agli Usa la complessità e i rischi di una operazione condotta isolatamente. La presa di controllo del territorio afghano comportava necessariamente il coinvolgimento di altri paesi alleati. A Dicembre del 2001 in un summit a Berlino si lanciarono le basi per l’avvio di una operazione militare sotto l’egida delle Nazioni Unite la cui responsabilità sarebbe poi stata assegnata alla NATO. Fu una sorta di “benedizione politica” di un lungo processo di pianificazione che vide coinvolte anche molte fazioni Afghane. Ci vollero, tuttavia, più di due anni, complessi negoziati e varie risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle nazioni Unite, prima che la NATO assumesse concretamente la guida di ISAF e avviasse le prime operazioni in Afghanistan con il supporto di vari Paesi, fra cui l’Italia. Il mandato ISAF fu inizialmente limitato alla città di Kabul e solo verso la fine del 2005 ISAF poté allargare la propria area di responsabilità all’intero territorio afghano in modo graduale e per fasi ben dettagliate”.

Perché pensa che sia necessaria questa ricostruzione dei fatti?
“Perché penso che in questi ultimi giorni si sia fatto “di tutta un’erba un fascio” mescolando le responsabilità di vari soggetti politici”.

Ci spieghi meglio.
“Con il dispiegamento di ISAF, l’Afghanistan divenne il terreno in cui coesistevano due operazioni militari principali che facevano capo a soggetti politici differenti (Enduring Freedom agli Stati Uniti e ISAF alla NATO)”.

Ciò ha comportato problemi?
“Esistevano procedure di coordinamento fra i Comandi ISAF e di EF e queste nel limite del possibile furono adottate. Ma non è del coordinamento militare delle due operazioni che voglio parlare ma della “coerenza politica” delle due iniziative. Mi lasci usare un’espressione forse un po’ banale, ma era come se da un lato ISAF si adoperasse per cercare il consenso sul territorio e dall’altro si cacciassero i talebani senza che questo creasse un contraccolpo nel paese. Non ci possiamo dimenticare che in vaste zone dell’Afghanistan i talebani erano accettati e supportati; quello che sta succedendo oggi ne è purtroppo una conferma”.

Ma i talebani erano i “nemici” e bisognava pur combatterli.
“Certamente, ma nel tempo anche la presenza militare di ISAF era percepita come una presenza militare, come si sarebbe potuto chiedere ad un cittadino Afghano qualsiasi di fare una corretta distinzione fra i tanti militari presenti sul loro territorio. Il supporto alle operazioni da parte della popolazione all’iniziativa congiunta di ISAF ed EF, era e avrebbe dovuto essere insieme alla preparazione delle forze di sicurezza Afghane, uno dei principali obiettivi. Si sarebbe dovuto fare di più per spiegare ai cittadini l’interesse a sostenere questo impegno in teatro. Come spesso in passato, vincere una guerra militarmente è facile ma non altrettanto creare le condizioni per rendere una vittoria sul campo accettabile, tollerata e durevole”.

Non fu invece cosi? Mi sembra di ricordare che nella regione a guida italiana i militari fossero ben visti.
“Certamente, e non vorrei ora io commettere l’errore di fare di tutta un’erba un fascio. La situazione in Afghanistan da un punto di vista della sicurezza era (e credo sia tutt’ora) molto diversificata e per fortuna nella regione Ovest a guida italiana, come in quella Nord a guida della Germania, il clima era tutto sommato accettabile. Ma le cose sono andate deteriorandosi nel tempo e i segnali di questo deterioramento avrebbero dovuto innescare dei ripensamenti sulla validità del metodo adottato e delle modalità di condotta della missione ISAF”.

Mi aiuti a capire meglio: è forse mancato qualcosa nella regia di tutta l’operazione.

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