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E’ l’Olimpiade dei “mental coach”, quanto conta allenare la mente?

E’ l’Olimpiade dei “mental coach”. Pare proprio che a incidere sui grandi successi sportivi non sia fondamentale soltanto l’allenamento fisico, ma sempre di più conti anche quello della mente. Lo hanno confessato i neo campioni azzurri Marcel Jacobs e Gimbo Tamberi dopo i loro splendidi ori nell’atletica. In realtà la psicologia ha fatto irruzione nello sport da tempo ormai, e queste Olimpiadi di Tokyo così strane – senza pubblico e condizionate dal covid – lo hanno reso ancor più manifesto. Ne abbiamo parlato con Francesca Cavallini, psicologa e presidente del Centro per l’apprendimento Tice di Piacenza.

Cosa è in sintesi il “mental coach” ed è una figura nuova o in realtà c’è sempre stata? 

Cè un po’ di confusione sulla figura del “mental coach”, da psicologa faccio riferimento a tutte le battaglie condotte dal nostro ordine professionale che attribuiscono le attività di coaching alla professionalità dello psicologo cercando, in questo modo, di combattere alcune forme di abuso. C’è stato un momento in cui chiunque insomma si definiva mental coach.
Partendo da questo approccio possiamo definire il mental coach come uno psicologo formato in modo specifico su aspetti legati a motivazione, performance e aspetti emotivi-cognitivi della vita di un atleta.

Nel campo dello sport ci sono sempre state figure che si sono occupate del supporto agli atleti sin dai tempi delle prime olimpiadi: si trattava di “anziani” o “allenatori” o “ex atleti” che ascoltavano, spronavano e sostenevano, senza una formazione specifica e condivisa, attraverso varie attività.
La psicologia è una scienza giovane e lo studio scientifico di attività di sostegno alla motivazione e alla performance dello sportivo si sono affacciate soltanto negli ultimi anni. Si sta però sviluppando un corpus di ricerche importanti che sostegno come la figura dello psicologo possa supportare performance, motivazione ma anche salute mentale degli atleti.

Come mai la psicologia è entrata alle Olimpiadi?
L’arciera che regala la prima medaglia di questo sport alla sua amata, campioni muscolosi che fanno l’uncinetto sugli spalti, l’uomo più veloce del mondo che dice che senza la psicologa non c’è l’avrebbe fatta…
Queste Olimpiadi sono state le più belle di sempre, non solo per gli ori, ma per l’umanità psicologica che gli atleti si sono concessi di mostrare.
Spiando la loro psicologia sono diventati personaggi più veri e più appassionanti. In cui siamo specchiati e immedesimati.
La lotta di tanti psicologi unita al dramma della pandemia ha tolto le maschere spingendo la cultura un passo avanti e sdoganato un’immagine di atleta che, come tanti altri umani, ha paura, ama, soffre e chiede aiuto.
E tutti, ma proprio tutti, abbiamo visto che le medaglie che profumavano di fragilità umana brillavano di più.
E anche la ginnasta Usa Simon Biles che di medaglie questa volta non ha portate a casa, con la sua dichiarazione di vulnerabilità ha appassionato ancora di più alle gare, alle sfide, quelle che non si vedono ma che ognuno di noi vive.

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