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Quello choc terribile e il dramma delle donne. Il racconto dell’Afghanistan di Maria Vittoria Gazzola fotogallery

Novembre 2005, due giornalisti piacentini “embedded” con le truppe italiane della missione ISAF (International Security Assistance Force) sono a bordo di un aereo militare all’aereoporto di Pisa, la data della partenza è stata comunicata loro soltanto tre giorni prima, la destinazione è l’Afghanistan.

Con Maria Vittoria Gazzola, giornalista con una lunga esperienza internazionale, vogliamo rievocare quel viaggio unico dal quale scaturì un reportage a puntate per le pagine di “Libertà”. Ad accompagnarla il fotografo Prospero Cravedi, che ci regalò dalla trasferta di poco più di due settimane tra Kabul ed Herat scatti irripetibili, che pubblichiamo nella galleria fotografica allegataOggi, a 16 anni di distanza, l’Afghanistan è di nuovo nel caos. L’epilogo inaspettato e repentino seguito al ritiro delle truppe occidentali, con la riconquista del potere da parte dei Talebani, costringe tutti a ripensare i venti anni della missione militare a guida americana. Costringe a fare i conti con la discutibile logica dell’esportazione della democrazia sui carri armati.

Ci sono ben pochi piacentini che possono dire di essere stati in Afghanistan. Una di questi è Maria Vittoria Gazzola, come nacque quella missione al seguito dei militari italiani?  

L’Italia era una delle cinque nazioni “mission leader” che ogni nove mesi assumevano a rotazione il comando del contingente multinazionale ISAF. Ricordo che nell’estate del 2005 venni a sapere che un generale piacentino che conoscevo personalmente, Umberto Rossi, pilota dell’areonautica, aveva assunto la guida della missione. Me lo anticipò durante una conversazione: “Vado in Afghanistan”. E io gli risposi “Vengo anche io”. Così nacque l’idea di aggregarsi alle nostre truppe per compiere un reportage. Da quel giorno iniziò la lunga trafila per accreditarsi passando per i vertici dell’Esercito a Roma e finalmente arrivò la chiamata della partenza: era novembre, io e Prospero Cravedi lo sapemmo soltanto tre giorni prima, per ragioni di sicurezza.

Quanto siete rimasti in Afghanistan? Era la tua prima esperienza di giornalista “embedded” sul campo? 

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