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La forza indagatrice dell’ironia: risate e riflessioni a “Satiri di Storie Festival”

Scatenata sul palco in un mix di temi e di stili, quanto è forte l’elemento autobiografico nelle tue performances? Altre fonti a cui ti ispiri?

Fortissimo. L’elemento autobiografico guida sempre le mie riflessioni e le mie narrazioni. Credo però che sia possibile creare arte solo cercando il punto esatto in cui l’esperienza personale del comico incontra quella universale del pubblico. Credo che le “fonti” a cui mi ispiro di più in questo momento siano le comiche straniere e la loro varietà di temi e libertà di linguaggio. Ma non ce n’è una in particolare.

Il linguaggio è mezzo espressivo d’eccellenza con cui ti lanci in mille acrobazie. Come racconteresti la tua comicità?

Posso dirti il modo in cui viene spesso percepita dall’esterno. Mi piace quando la mia comicità viene definita provocatoria, irriverente, intelligente, moderna.

Non solo comica. Attrice, performer, content creator, educatrice; perfino danzatrice sui trampoli. In che modo usi gesti e movimento sul palco?

Cerco di usare il corpo il più possibile per raccontare. Da sempre è stato per me uno strumento straordinario, di solito invece sottovalutato nella stand up comedy: lo uso per rafforzare le battute, o crearne di nuove e inaspettate. Penso che la gestualità e la mimica siano proprio un mio marchio di fabbrica.

Al centro dei tuoi monologhi la condizione femminile. Ma non definirei la tua una satira femminista nel senso di polarizzazione del contrasto uomo-donna. Piuttosto strumento di vicinanza profonda all’universo donna.

Sono felice di questa tua considerazione. Mi considero una femminista, ma credo profondamente nel fatto che il cambiamento possa avvenire solo insieme, attraverso il confronto. Cerco di raccontare il mio punto di vista perché so che molti uomini non vivendo la nostra vita a volte non si rendono conto delle nostre difficoltà. Il dialogo è davvero lo strumento più prezioso che abbiamo per costruire un futuro migliore.

Con “Brava per essere un pugile” hai girato l’Italia tutta l’estate. Cosa ti ha lasciato il ritorno in teatro e il contatto con il pubblico?

La certezza che il teatro non può esistere se non nel qui e ora. In quell’evento unico e ogni volta diverso, quell’esperienza irripetibile che artisti e pubblico creano insieme e non può essere pienamente sostituito da nessuna esperienza digitale. Purtroppo chi ci governa non sempre ha chiaro che l’arte è una necessità umana, oltre che una risorsa per la società. Fortunatamente vedo tutto un mondo che sta cercando di resistere a questo dominio dell’economia e del profitto che guida le scelte politiche degli ultimi anni. A questo pubblico resistente io sono infinitamente grata.

Il periodo del lockdown per te è stato fruttuoso. Come sono andati questi due anni senza esibizioni live? Pubblico e mondo dello spetto come hanno reagito?

Beh, ho cercato di fare il possibile, come tutti: crescere sui social e sul web affinando competenze, creando e condividendo contenuti. Ma la verità è che sono stati quasi due anni senza lavoro e senza quello che tiene in vita ogni artista: il contatto con il pubblico. Questi due anni purtroppo hanno messo in luce come la cultura e lo spettacolo siano sottoposti ad una regolamentazione vecchia e inadeguata e considerati spesso superflui nel nostro Paese. Le soluzioni messe in atto sono state provvisorie e molto è stato lasciato all’iniziativa individuale. Pubblico e artisti sono stati totalmente abbandonati. Il mio giudizio in merito è davvero impietoso

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