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L’immigrazione a Piacenza, da problema a opportunità

A Piacenza l’immigrazione fa registrare numeri importanti da parecchio tempo; le indagini nei settori scolastico, lavorativo, sociale danno una crescita costante e fin dall’inizio si era capito che non si trattava di un fenomeno passeggero, ma che era destinato a consolidarsi. In principio i flussi portavano lavoratori per colmare carenze di mano d’opera, poi i ricongiungimenti familiari hanno incrementato una popolazione più giovane della nostra, ora le nascite nel nostro territorio riempiono la grave crisi demografica che ci affligge. E dal momento che sarà impossibile tornare a fare a meno di loro, la nostra società dovrà investire non solo sulla convivenza ma su una proficua interculturalità.

Anche a Piacenza, dunque, non c’è stata una semplice azione di ospitalità o di accostamento degli immigrati alla popolazione locale, ma si è cercato di sviluppare relazioni che portassero a ricostruire sul territorio provinciale comunità, a volte inedite e comunque capaci non solo di integrazione, ma di favorire esperienze di scambio a beneficio di tutti. Persone giunte nella nostra città alla prima ora testimoniano la disponibilità dei piacentini all’accoglienza, ne è seguito un periodo di uso politico dell’immigrazione che ha raffreddato un po’ i rapporti; oggi sembra che agli italiani, come rileva Ilvo Diamanti, faccia più paura il covid degli immigrati, i locali che li hanno ospitati nella fase più critica dell’affluenza sono tornati vuoti, ed anche se gli sbarchi continuano, vedi il recente arrivo dei profughi afgani, sembra che la grande protesta sia diminuita e nonostante le presenze siano in costante aumento i nuovi cittadini trovano posto nelle aziende, molte delle quali sono di loro proprietà, e nella società, potendo continuare a professare la loro religione e a condividere percorsi di vita, di tradizione e di cultura.

Un grande lavoro in quella direzione è stato compiuto dalle scuole piacentine che senza tanti clamori hanno assicurato nei diversi momenti di arrivo il necessario supporto linguistico e un insegnamento che ha coinvolto i bambini stranieri non solo nelle abilità culturali, ma soprattutto nella socializzazione, insieme agli italiani, ed anche tra di loro in quanto provenienti da diversi Paesi, come base per assicurare, con la presenza dei rispettivi genitori, una convivenza civile e solidale, da esportare anche nella più ampia cerchia sociale. Le nostre scuole sono state il naturale sbocco dei bambini nati in Italia, i cui risultati al termine del primo ciclo, quello utile per il consolidamento delle così dette capacità di base, sono ormai equiparati a quelli degli italiani, quando non superiori, come ad esempio nella lingua inglese, in quanto è noto che alunni plurilingue imparano più facilmente altre lingue.

Nella scuola superiore questi nuovi allievi si indirizzano verso istituti tecnici e professionali, andando a colmare anche qui una richiesta da parte delle aziende di competenze subito spendibili nel mercato del lavoro; essi però non si fermano lì e le famiglie, che magari hanno alle spalle anni di studio nel loro paese, ricercano indirizzi liceali linguistici o economico- sociali. Ormai la così detta seconda generazione, che ha compiuto da noi le scuole di base, è pronta per affrontare studi complessi con le caratteristiche del nostro sistema e la loro provenienza potrebbe conferire un che di internazionalizzazione al nostro stesso sistema formativo, il che costituisce un valore aggiunto anche per gli studenti italiani. Guardando quindi alla nostra società, anche a quella locale, possiamo dire che l’immigrazione non è più un problema, perché anche i nuovi arrivati trovano loro connazionali già integrati ai quali riferirsi, ma può diventare un’opportunità per lo stesso mondo del lavoro, della cultura e dell’arte.

Una nuova civiltà è dietro l’angolo e la pandemia ci ha fatto capire quanto ce ne sia bisogno; l’ultimo neo è quello della cittadinanza, che seguendo il filo rosso del percorso di studi potrebbe sfociare in un rapido riconoscimento nei confronti di quei giovani che hanno acquisito titoli di studio o qualifiche professionali molto apprezzati nella nostra realtà italiana e piacentina.

Gian Carlo Sacchi

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