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“Tom Waits mi è sempre piaciuto, come lui mi sento fuori dal gregge”

“A dieci anni dall’ultimo disco solista di Tom Waits, ‘Bad As Me'(2011), ho deciso di scrivere questo libro su di lui perché i suoi dischi continuano a parlarmi. Anche nel silenzio è più presente di molti che sfornano dischi in serie, lasciando ben poche tracce”. Lo dice Eleonora Bagarotti, musicista, giornalista e scrittrice piacentina, a proposito del suo ultimo libro “Tom Waits, la voce e l’oblio” (Arcana): un tuffo nella biografia e nel mondo del cantautore, polistrumentista e attore di Pomona (California).

Moltissimi hanno cercato di imitarne la voce e la maniera di fare musica, sia nel blues che nel rock, ma Tom Waits resta un unicum nella storia musicale del Novecento. Eleonora Bagarotti lo sa bene, per questo non smette di cercarlo tra i suoi libri e i suoi dischi, in ascolto di ciò che ancora ha da dirle. Scrivendo di lui ritrova molto di se stessa: di quel fascino per il ‘wrong side’ of the road che li rende entrambi degli outsider. Controcorrente come il ‘suo’ Tom Waits e sempre in cerca di sentieri non tracciati, Bagarotti è viaggiatrice e sognatrice da sempre: la musica, i libri e un figlio ribelle sono suoi compagni d’avventura. In questa intervista ci racconta di Tom Waits e di lei, due outsider che si sono incontrati.

“Tom Waits, la voce e l’oblio” è la tua ultima fatica, ma non è il primo lavoro su questo grandissimo cantautore americano. Racconti brevemente il tuo percorso nell’universo waitsiano?

Tom Waits mi è sempre piaciuto, prima di tutto musicalmente: quando da ragazzina ascoltavo i suoi album d’esordio blues e jazz, romantici, con il pianoforte protagonista, mi ha fatto sognare. Poi, verso i miei 20-25 anni, ho scoperto tutta la sua parte sperimentale, che mi ha entusiasmato ancora più della precedente per la sua forza di rottura. Il coraggio di quest’artista, che ha saputo rischiare ben oltre gli schemi rassicuranti dello show business, facendo suonare latta, sedie e strumenti di diverse culture in una composizione coerente, mi ha sempre affascinata. La sua forza è duplice: da un lato lato la profondità dei testi con riferimento anche a grandi classici, come Carroll e Burroughs; dall’altro la deviazione continua dalle convenzioni musicali, per cui per primo ha saputo inserire il rumore nei suoi dischi rock, appoggiandosi ad una casa discografica indipendente. Per tutti questi aspetti, io che mi sono sempre sentita una pecora fuori gregge non posso non amare Tom Waits, sia come musicista, che come persona.

Tom Waits libro Bagarotti

In effetti, accanto ad una mirabile operazione di critica musicale, il tuo è stato uno studio approfondito sui testi di ogni canzone. Ci spieghi la scelta di questo approccio curiosamente inedito rispetto all’opera dell’artista?

Avevo approfondito i testi fin da una ventina d’anni fa, con il libro: ‘Le canzoni di Tom Waits'(Arcana, 2003), ormai fuori catalogo. Per quel progetto ero stata alla Fondazione Wilson di New York a documentarmi sugli adattamenti teatrali del musicista, che con Wilson ha strettamente collaborato. Ho scoperto così come Tom Waits sia riuscito a comporre diversi concept teatrali e a inserirli in album: Blood Money, insieme a Franks Wild Years, The Black Rider ed Alice fa parte del magnifico filone teatrale delle opere di Waits; dove il riferimento a classici come Brecht, Weill, Caroll e tutta la beat generation abbonda. In quest’ultimo lavoro ho cercato di decifrare i testi canzone per canzone, dagli slang portoricani e messicani agli influssi irlandesi, dagli affondi classici citati agli echi Hemingwaiani, di cui si  parla ancora troppo poco. Un percorso non facile per complessità e pluralità di interpretazioni, ma necessario: se in Waits le parole hanno la stessa forza poetica della musica.

Una svolta musicale arriva con l’album del 1983.

Con ‘Swordfishtrombones’ c’è il momento di rottura, per cui la melodia si assottiglia a favore di una voce sempre più rugginosa e di sonorità inedite: chiodi, legno, rottami si mescolano a marimbe, percussioni e cornamuse in uno dei dischi più sperimentali e curati di Tom Waits. Chiaramente una rottura non del tutto improvvisa, il suo blues assomigliava già da tempo ad un viaggio al termine di una notte senza fine, dentro una metropoli priva di cortesie: ma è da quel 1983 che Waits, tenero e infernale, sognatore e perduto, diventa unico e non inquadrabile, anche grazie all’incontro con la moglie, sceneggiatrice e collaboratrice Kathleen Brennan.

Alla rivoluzione musicale si accompagna l’evoluzione di Tom Waits (e dei suoi contenuti), sempre più cantore dei loser – i vinti – americani. Non a caso è “il poeta della musica ai confini del mondo”.

Lui trova molto meno interessanti i vincenti rispetto ai vinti – americani perduti senza possibilità di riscatto – con le loro storie. Forse anche perché, vivendo e suonando sostanzialmente la notte, tra un motel e l’altro delle metropoli d’America (prima Los Angeles, poi New York) gli è stato relativamente facile incontrare e ritrarre personaggi ai margini: poveri, senza tetto, persone di colore, malati mentali. Vagabondo per indole e necessità, spesso in compagnia del suo bicchiere, non fatica affatto ad immedesimarsi con loro: nel film “La leggenda del re pescatore” del 1991 c’è un delizioso cammeo di Tom Waits, ideale nel ruolo di homeless. Artista e attore cinematografico qui riesce a dar voce a queste persone con straordinaria empatia, come gli è sempre piaciuto fare nelle sue canzoni. Non semplici vagabondi senza tetto o con problemi di salute mentale, ma protagonisti di storie umane da conoscere e capire. E lo fa con un linguaggio nuovo, tutto suo, da qui il termine ‘poeta’. Anche adesso, che vive da anni in una fattoria americana al confine con il Messico, il suo non è un ritiro da divo: trovata la privacy, gli ultimi d’America rimangono la sua finestra sul mondo.

Tra i compagni di viaggio di Waits, senz’altro Keith Richards e Marc Ribot alla chitarra, ma potremmo citare moltissimi altri artisti che hanno lasciato un segno indelebile nella poetica del cantautore americano, non solo per la musica. Tu a chi pensi?

Beh, ci sono tanti collaboratori di primo piano: nel cinema mi vengono in mente Jim Jarmush e Roberto Benigni, nella musica i due citati sono tra i più significativi. Curioso il rapporto con Keith Richards, (tra i miei musicisti preferiti) che nonostante l’abuso di sostanze e un life-style decisamente disordinato, mantiene tutt’ora con Waits un contatto telefonico quotidiano per confrontarsi su musica, notizie e politica. Un’amicizia quasi fraterna tra due personalità incandescenti direi, accresciuta dall’impegno politico, comune anche a Ribot, e dalla voglia di suonare insieme: i Rolling Stones poi erano tra i gruppi preferiti di Tom Waits. Marc Ribot è stato il suo collaboratore più fedele, rappresentante dell’avanguardia musicale newyorkese: è in quest’ambito che il cantautore americano l’ha apprezzato per la prima volta e ha poi deciso di lavorare con lui.

Anche attore cinematografico, l’artista definisce più volte le canzoni “film per le orecchie”. Che rapporto corre secondo te tra musica e cinema, un’altra delle tue grandi passioni?

Come forse saprai, molte rock star si sono dedicate al cinema: Tom Waits è uno dei pochi (e delle poche) ad aver funzionato bene in quest’ambito: lo stesso David Bowie, che adoro, è riuscito molto meglio in teatro che al cinema, ma Waits è un caso tutto particolare. Fortemente istrionico, non del tutto armonico nei movimenti fisici, è piuttosto impattante dal punto di vista visivo ed emotivo. Se penso al movie ‘7 psicopatici’ diretto da Martin McDonagh nel 2012, Waits possiede l’inconfondibile, irresistibile ‘physique du rôle’ che lo rende perfetto. Si vocifera di un futuro film sull’artista diretto da David Lynch: se si realizzasse sarei curiosissima di vedere cosa ne potrebbe uscire: mettere insieme due personalità così uniche e originali non è scommessa scontata, ancora meno lo sarebbe il risultato di questa unione. Il mio rapporto con il cinema? Lo frequento, mi piace, sono interessata a tutte le 7 arti: personalmente sono piuttosto infastidita quando tutto quello che rientra nel termine ‘spettacolo’ al di fuori dall’Accademia, viene stigmatizzato come ‘entertainment’. Lo spettacolo non è solo Accademia, non aspetta solo di veder riempire le sale; è anche controcultura che si dirige verso le persone, in strada, negli spazi pubblici. E poi c’è il paradosso di uno come Tom Waits: profondo, complesso da capire nella musica e nei testi, ma poeta degli ultimi d’America.

Per il cantautore di Pomona, l’America, New York specialmente, è stata terreno fertile per dipingere in note contraddizioni e storie umane, facendo incontrare strumenti, culture, sonorità continuamente differenti. Tu, scrittrice e assidua viaggiatrice, cosa hai trovato nella Grande Mela?

Tocchi un tasto dolente, se dovessi esprimere un desiderio sarebbe quello di tornare negli Stati Uniti. Quando vado a New York mi sento felice, qualsiasi persona incontri esprime un senso di libertà e spontaneità che qui non esiste: camminando per la strada puoi vedere gente vestita in ogni modo, o svestita addirittura; le unioni civili sono la normalità, il senso di comunità così allargato e naturale che perfino nel periodo buio di Trump (a New York ovviamente, non nell’America retrograda) il clima non è mai cambiato: anche perché lì lo conoscevano tutti per i suoi loschi affari e non si sono fatti abbindolare dalle sue promesse. Penso che un giorno tornerò a vivere in America, compatibilmente con le esigenze di mio figlio Pietro.

Ma la tua anima rock è cresciuta in Inghilterra, tra note dei Beatles e grazie al magico incontro con Pete Townshend degli Who; tuoi libri precedenti lo testimoniano. Pensiamo oggi a quegli incontri: cosa ti hanno lasciato?

Londra è stata una seconda casa, adesso non tornerei a vivere lì soltanto per la Brexit, ma a Pete Townshend devo tutto quello che ho imparato. Negli anni ’80 Londra, l’Inghilterra erano piene di energia e l’incontro umano con Pete e gli Who ha cambiato la mia vita: il sapore del viaggio poi trasmesso a mio figlio, la preparazione e la registrazione di un disco in studio, l’organizzazione di una tournèe mondiale, il lavoro d’equipe, i conflitti, la solitudine, i momenti felici; tutte cose che non avrei mai immaginato di vivere da testimone diretta, respirate grazie alla loro fiducia. Il mio libro “The Who. Pure and Easy”, ha preso forma proprio dalle esperienze vissute insieme ormai un po’ di anni fa, ma Pete Townshend resta per me una delle persone più importanti: ci sentiamo via mail, spero di riuscire ad incontrarlo presto, ovunque vada lo porto con me.

Non solo libri. Scrivi su giornali e riviste di critica musicale, suoni, tieni un blog e conduci programmi su ADMR Rock Web-radio. Ci guidi allora nelle tue avventure, molto più ampie rispetto al mondo della carta stampata?

Effettivamente di cose ne ho fatte parecchie: prima l’insegnamento, poi il lavoro a Londra come addetta stampa degli Who, a New York ho lavorato per un commerciante italiano di quadri. Quando è arrivata l’assunzione fissa di Libertà qui a Piacenza avevo già 37 anni, ma il mio interesse prevalente è sempre rimasto quello della musica. Tengo un blog molto libero su Libertà, “Sette note di bag’, aperto ad ogni argomento di carattere musicale. E poi ci sono i programmi su ADMR Rock Web-radio: emittente nata da noi critici musicali, rockettari italiani. Enzo Gentile di Repubblica, Ermanno Labianca della Rai, Mauro Zambellini del Buscadero si sono uniti per dare vita a questa radio on-line, in cui trasmettiamo gratuitamente un podcast alla settimana su diversi argomenti, con la musica come denominatore comune: io ho scelto il tema musica e libri, quindi ascolto, propongo e mi occupo di musica anche nel mio tempo libero.

L’Ultima immagine pubblica di Tom Waits (che ormai non pubblica album dal 2011) è quella mentre canta “Bella Ciao” insieme all’amico e musicista Marc Ribot, nel 2018. Cosa pensi potrebbe dirci in questo 2021?

Quello è stato un bellissimo ‘canto partigiano 2.0’, atto di Resistenza alle politiche oscurantiste di Trump. Ribot, sempre attento all’attualità, amante dell’Italia e della sua tradizione popolare, ha proposto a Waits di cantare insieme ‘Bella Ciao’ in riposta al clima buio del periodo. Cosa direbbe Tom Waits nel 2021? Sarei molto interessata a saperlo: ci sono stati momenti in questi dieci anni di assenza in cui avrei voluto che dicesse qualcosa; ho pensato lo stesso di Dylan, quando sfornava cover di Frank Sinatra senza scrivere nulla sull’attentato di Parigi. Poi però ho concluso che personaggi di questo spessore abbiano già detto in vari modi quello che sentivano sull’animo umano, sulla guerra, sulle ingiustizie: riascoltando i loro dischi si può sempre scoprire qualcosa di nuovo. Non per questo smetto di coltivare speranze.

Quali?

Che Tom Waits possa tornare con un’opera o un concerto. Non ha dichiarato addio alle scene: se arriverà, io non ho mai smesso di cercarlo.

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