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Una Norma da ovazione riporta la grande lirica al Municipale foto

Davvero felice è stata la scelta di colui (o coloro) che hanno scelto la Norma di Bellini, oltretutto con un cast d’eccezione – come esige l’opera stessa, che qualche critico definì “il miracolo della perfezione” – per aprire la stagione lirica dopo la lunga sosta causa coronavirus. Il successo era scontato e così è stato, con ovazioni ed applausi a scena aperta e finali col sipario calato dopo 7 minuti ad interrompere le sentite dimostrazioni di consensi.

L’AUTORE – Con Norma, assieme a Sonnambula (sempre di Bellini), inizia il romanticismo lirico italiano che, con la sua raffinata melodia, conquistava, agli inizi dell’’800, i cuori degli italiani, Verdi e Wagner compresi, grandi estimatori dell’arte del catanese. Dando il la ad un successo che si protrae ormai da secoli. Quando nel 1831, l’anno in cui venne pubblicato i “Promessi Sposi” del Manzoni, Vincenzo Bellini aveva 30 anni. Era a Milano da 5 anni, nativo di Catania ma proveniente da Napoli, dove aveva intrapreso gli studi musicali che già gli avevano dato una discreta fama grazie al “Il Pirata”. Nella capitale lombarda conobbe Felice Romani, il più affermato librettista dell’epoca, e ne divenne grande amico ed assieme decisero di comporre una seconda edizione di Norma dato il successo che la stessa opera del francese Soumet aveva riscosso l’anno precedente a Parigi.

LA TRAMA – Norma è una sacerdotessa del popolo dei Druidi ai tempi della Gallia sotto il giogo dei romani. Il gran sacerdote Oroveso, padre di Norma, annuncia l’arrivo della figlia che dedicherà un rito sacro alla Luna (“Casta diva”) per guadagnarsi i suoi favori nella guerra di liberazione dai romani che il suo popolo attende per conquistare la libertà. Secondo le sacre leggi, Norma avrebbe dovuto mantenersi pura e casta, ma l’amore segreto con il proconsole romano Pollione le ha dato due figli che, naturalmente, tiene nascosti. Pollione, però, si innamora, ricambiato, di Adalgisa che, ignara della tresca tra Norma e Pollione, chiede alla sacerdotessa di essere liberata dal voto di fedeltà e di essere libera di lasciare il suo popolo per fuggire con la persona amata. Norma l’accontenta, ma quando al sopraggiungere di Pollione viene a conoscenza che è proprio Pollione l’uomo amato dalla sua ancella, scopre il tradimento. La vendetta di Norma in un primo tempo si limita all’intenzione di uccidere i due figli, ma viene convinta da Adalgisa a desistere dal progetto in quanto lei, per amicizia nei suoi confronti, ha rinunciato a Pollione che potrebbe così ritornare da Norma. Così, però, non avviene, perchè Pollione progetta di rapire Adalgisa e portarla con sé a Roma. A questo punto Norma decide di vendicarsi e vorrebbe ucciderlo. Fatto prigioniero, la sacerdotessa chiede di interrogare il prigioniero per scoprire il traditore, mentre il suo popolo è in rivolta ed attende soltanto il momento per combattere i romani. Norma resta sola con Pollione e gli rinnova l’invito a restare con lei e dimenticare Adalgisa che sarebbe eliminata mandandola al rogo mentre i due figli avrebbero fatto la stessa fine. Pollione accetta, ma quando i druidi fanno ritorno da Norma per conoscere il nome del traditore, questa risponde: “Sono io”, mentre ordina di erigere un rogo dove andrà ad espiare le sue colpe ed aver affidato i due figli al padre. Pollione, consapevole di amare ancora quella donna, la seguirà nel suo tragico destino.

LA MUSICA di Norma è stupenda; dall’ouverture alla conclusione scorrono note di un’infinita e dolcissima melodia. Bellini la scrisse in tre mesi alloggiando sul lago di Como lasciandosi ispirare e trascinare dalla bellezza del luogo (che troviamo anche nel villaggio dei Druidi). Il musicista pretese che ad interpretarla fossero i più grandi cantanti dell’epoca, ovvero la prodigiosa soprana Giuditta Pasta ed il tenore Domenico Donzelli, perché, per portare in scena quest’opera, oltre a saper cantare occorre saper recitare. La prima del 26 dicembre alla Scala fu un mezzo fiasco, dovuto alla indisposizione dei due cantanti principali ed ad una claque avversa che ne disturbò l’esecuzione. Nelle repliche, però, lo spettacolo conquistò sempre maggiori consensi, fino a raggiungere il trionfo conosciuto anche in tutti i teatri europei. Una testimonianza della bellezza e della grandezza di quest’opera la diede il grande maestro Arturo Toscanini che, alla Scala, dopo averla provata varie volte rinunciò a dirigerla per non intoccare, come disse, questa sublime fusione tra canto e musica.

L’ESECUZIONE andata in scena al teatro Municipale davanti ad un pubblico numeroso e caloroso presentava un cast di altissimo livello. Il basso Michele Pertusi e la soprano statunitense Angela Meade sono quanto di meglio offra la vetrina internazionale. Il parmense Pertusi offre un’altra dimostrazione di arte canora dove la voce bella, profonda e squillante si unisce a capacità interpretative. La soprano Angela Meade ha mezzi vocali stupefacenti: i suoi solfeggi nei registri alti galleggiano con facilità e sonorità davvero uniche. In Casta diva e nel finale “In mie mani infin tu sei” sono di una dolcezza e di una ispirazione mistica la prima e di una drammaticità la seconda davvero eccezionali. Forse non eccelle altrettanto nei recitativi, ma la sua prestazione è stata senz’altro in linea con le attese. Il Pollione di Stefano La Colla è stato convincente e certamente non avaro di ottimi acuti, con voce che conserva sempre una bella pienezza e chiarezza pur con qualche sbavatura. Paola Gandina è stata un’Adalgisa molto brava e musicalmente molto ben preparata, con ottime doti interpretative e voce che può migliorare ancora sui registri alti.

Se Stefania Ferrari in Clotilde e Didier Pieri in Flavio hanno svolto egregiamente la loro parte, il Coro del Teatro Municipale di Piacenza, diretto dal maestro Corrado Casati, e l’orchestra Filarmonica Italiana, diretta dal maestro Sesto Quatrini, sono stati semplicemente eccezionali. Il coro ha saputo dare quella vigoria, quella sonorità e quella drammaticità che hanno letteralmente trascinato svolgendo un compito molto importante nell’economia della rappresentazione. Il maestro Quatrini, invece, ha saputo esaltare con grande sensibilità la melodia e le raffinatezze di una partitura musicale di per sé straordinarie. Sulla regia non possiamo che esprimere, come la stragrande maggioranza del pubblico, il nostro dissenso: se pensiamo a quanta meticolosità mettevano i grandi autori (in questo caso Bellini) nel scegliere la parola, l’ambiente, il costume ed i movimenti dei protagonisti e poi vedere le loro opere trasportate in altre epoche ed in altri contesti storici, ci viene da chiederci quale sia la necessità o il fine.

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