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L’Angil dal Dom, 680 anni di storia della “sentinella” dei piacentini

A guardarlo adesso – serio, silenzioso, quasi enigmatico – sembra che sia lì da sempre. Una vera e propria creatura celeste calata dall’alto per opera divina. Eppure anche l’Angil dal Dom, l’iconica statua di quasi tre metri che svetta sulla guglia del campanile del Duomo di Piacenza, ha una storia. Una storia profondamente umana, fatta di eventi e personaggi, che dice tanto della nostra città e dei suoi abitanti. La storia di un simbolo amatissimo dai piacentini che, nell’anno in cui si celebrano i 900 anni della Cattedrale, merita di essere ricordata.

Simbolo di pacificazione – Partendo dall’inizio, da quel primo “volo” che l’Angil fece verso la cima della nostra chiesa madre. Esattamente 680 anni fa, nel 1341, ai tempi dell’episcopato del vescovo Rogerio Caccia. Sono gli anni delle lotte tra guelfi e ghibellini, della sanguinosa contrapposizione tra Papato e Impero, in cui la realizzazione dell’angelo diventa simbolo di riconciliazione di una Piacenza lacerata da tumulti e guerre intestine. Lo studioso Tiziano Fermi ipotizza infatti che la statua fu costruita per “una volontà di pacificazione tra le fazioni guelfe e ghibelline”. Lo confermano anche le parole evocative e tinte, per ovvie ragioni, di sfumature religiose di monsignor Domenico Ponzini, racchiuse nel volumetto dedicato all’Angil dal Dom realizzato in occasione dei 650 anni della statua, nel 1991. “Agli animi esacerbati degli aderenti agli opposti schieramenti dei Guelfi e Ghibellini – scrive -, e delle varie Casate della città che, secondo il mutare dei padroni: Papato o Impero, conoscevano l’umiliazione dell’esilio o il trionfo del ritorno, e che nel profondo dell’animo coltivavano sentimenti di vendetta e di rivalsa, la dolce figura angelica, che elevava sulla città il vessillo di Cristo, venuto ad affratellare tutti gli uomini, doveva richiamare sentimenti di ripacificazione, di perdono, e di pace”.

Un elemento che aggiunge un tocco di fascino misterioso alla statua è che nessuno conosce il nome del suo artefice materiale, identificato come un anonimo artigiano piacentino del rame. Si sa però che furono le maestranze guidate dal “maestro muratore” Pietro Vago a collocare l’angelo sulla torre campanaria, nel punto più alto e visibile della città. L’evento è ricordato anche da uno degli storici piacentini più noti, Pier Maria Campi “I Canonici di Piacenza – scrive – fecero formare un bell’Angelo di metallo indorato all’altezza di cinque cubiti e di larghezza di un cubito e mezzo, con Croce in mano; e nel dì 16 Luglio non senza l’Episcopal benedizione, e gran concorso di popolo, l’allogarono sulla cima della lor torre per mano di Pietro Vago muratore”.

Antico strumento per previsioni meteorologiche – Issata in alto sulla guglia, la muta sentinella dei piacentini rimase là per circa quattro secoli, esposta allo scorrere dei giorni e alle intemperie. In realtà non immobile: le correnti dei venti, infatti, si insinuano tra le grandi ali facendola ruotare su un perno girevole, come fosse una banderuola. Prima di precisi calcoli matematici con complesse strumentazioni meteorologiche, lo sguardo dell’Angilon, a seconda dell’orientazione, è stato a lungo artigianale strumento per le previsioni. Per cui “ogni piacentino – ricorda Ponzini – sa che quando l’Angelo è rivolto verso Parma il tempo non promette nulla di buono e la pioggia è prossima, e quando è rivolto verso la montagna sono possibili improvvisi cambiamenti di cieli ed i venti soffiano portando uragani o temporali”.

La prima discesa – Quattro secoli, si diceva. Nel 1731, infatti, si decise che l’Angil avesse bisogno di un restyling. Per far ciò era però necessario che lasciasse il suo piedistallo per scendere a terra, finalmente visibile da vicino da tutta la popolazione. L’Angil era malconcio, soprattutto su un’ala colpita da una saetta circa duecento anni prima. Una cronaca dell’epoca ricorda così quella discesa. “A causa di rottura fa mandato abbasso l’Angelo che veddesi sulla torre dei nostro Duomo di Piacenza per accomodarlo trovandosi mancare una mezza ala, con altre rotture”. I restauri, iniziati in aprile, durarono circa un mese e il 16 maggio la statua fece ritorno alla sua postazione di sempre “con sommo giubilo e contentezza di tutti” i piacentini.

Le “scalate” alla statua – Ma quando l’Angil non va dai piacentini, i piacentini vanno dall’Angil. Sono infatti diversi gli episodi, alcuni piuttosto bizzarri, di persone che hanno tentato la scalata all’amatissima statua. Ponzini nel suo libro ne documenta quattro: “due per rendere l’Angelo compartecipe della gioia del popolo, una terza per liberarlo dai guai ed un altro per ghiribizzo di una testa balzana”. La prima volta fu nel 1743, in occasione dei festeggiamenti per l’ingresso trionfante in Napoli di Carlo di Borbone, Re delle Due Sicilie. Quella sera fu collocata “una torza da vento su l’Angelo della torre del Duomo, in allegrezza di tale assonto, che veramente fu una bellissima cosa da vedere e da tutti stimatissima”. Un secolo dopo, nel 1820, fu invece un tal Sidoli “tappezziere e apparatore di chiesa” a raggiungere l’Angil mettendosi a farlo ruotare sul suo perno “con grande meraviglia di chi osservava e non sapeva spiegarsi la ragione di quel roteare della statua”. L’entusiasmo patriottico per la liberazione dai dominatori austriaci, spinse invece il muratore Giovanni Zanini, nel 1848, a porre un drappo tricolore, benedetto poco prima dal vescovo Luigi Sanvitale, tra le braccia dell’angelo (un gesto rievocato nel 2011, con il vessillo italiano nuovamente posto tra le mani dell’angelo). Infine Ponzini parla di un certo Cesare Ferrari, carpentiere, che salendo “come un rocciatore sulla guglia sottostante all’Angelo” rimosse una lastra di ferro arrugginito, pendente in maniera pericolosa dal campanile.

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