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“Il furto del Klimt, tra personaggi da romanzo e nervi scoperti del potere”

“Ero davanti alla galleria Ricci Oddi di via San Siro in quel febbraio del 1997, nelle ore successive alla scomparsa del “Ritratto di Signora” di Gustav Klimt. Scrissi poi della lunga odissea dei 22 anni di latitanza del dipinto e fui il primo cronista ad arrivare sul posto quando, il 10 dicembre del 2019, l’opera fu ritrovata, praticamente nello stesso posto dove era stata rubata due decenni abbondanti prima”.

Il giornalista piacentino di Libertà Ermanno Mariani ripercorre così la vicenda del ‘doppio ritratto’ di Gustav Klimt, fino dalla sua improvvisa sparizione. Abbiamo deciso di intervistarlo per capire di più dei ventidue anni di latitanza dell’opera e del suo strano ritrovamento in quel dicembre 2019. “Un quadro acquistato negli anni venti del secolo scorso dal conte piacentino Giuseppe Ricci Oddi in un lotto contenente altre opere, ma per decenni rimasto appeso sempre nella stessa stanza della galleria. Fu soltanto con il rilancio del maestro viennese a livello internazionale negli anni Ottanta che qualcuno cominciò a rivalutare il dipinto. Finì infatti in una mostra a Parigi dedicata a Klimt: nella capitale francese si accorsero della potenzialità di questo quadro e gli dedicarono la quarta di copertina del catalogo della mostra. Poi, nel 1996, la sensazionale scoperta compiuta da Claudia Maga, allora studentessa liceale al Colombini. Nel contesto di una ricerca scolastica dedicata ai ritratti di donna, la Maga ebbe un’illuminazione: studiando da un’enciclopedia una piccola immagine di ‘Ritratto di Ragazza’ del 1912 scomparso da circa settanta anni, la studentessa realizzò che dietro al ‘Ritratto di Signora’ c’era il “Ritratto di Ragazza” con cappello. La fece, insomma, in barba ai critici di mezzo mondo che da decenni cercavano quell’opera data per dispersa.

“Il ‘doppio ritratto’ era quindi ‘un pentimento’ dell’artista, che su una tela aveva poi dipinto un secondo ritratto. In Italia fino a quel momento c’erano solo tre Klimt: uno a Venezia, uno a Roma e l’altro a Piacenza; grazie alla liceale si scoprì che i Klimt ‘italiani’ erano invece quattro. A Piacenza l’avvenimento fu giustamente considerato della massima importanza e si pensò di allestire una grande mostra a palazzo Gotico. Mentre però fervevano i preparativi per un evento dal sapore internazionale, il quadro scomparve misteriosamente fra il 19 e il 22 febbraio del 1997”.

Quella di Ermanno Mariani non è una voce tra le tante: da esperto di cronaca nera, ancora affezionato al giornalismo di strada, che guarda in faccia fatti e persone per coglierne le sfumature, è stato il cronista di punta del furto di Klimt, divenuto presto di risonanza mondiale, e negli anni non hai mai smesso di seguirne l’intricata vicenda in tutti i suoi risvolti. Diversi suoi articoli e un libro intitolato “Il mistero del doppio ritratto di Klimt” (edito da Pontegobbo) risalgono al periodo di lunga latitanza del dipinto”. Nessuno più di Mariani, discreto e puntuale nella ricostruzione, ma capace di colpire in punta di fioretto tra ironia e sottintesi che tutto fanno intendere, poteva svelare intrighi e segreti che ruotano attorno a questa storia. E noi glieli abbiamo chiesti.

“Il furto del doppio ritratto di Klimt è una delle storie più affascinanti che mi sia toccato di raccontare in 33 anni passati ad imbrattar carta di giornale” dici. Ci racconti perché?

Ci sono tanti motivi per cui questa vicenda mi ha oltremodo affascinato. Senz’altro il dipinto, così bello, così prezioso, di un artista ancora oggi considerato fra i massimi dell’epoca moderna – le sue cover sul telefonino sono tra le più gettonate -. Il ‘Ritratto di Signora’ è stato la seconda opera più ricercata al mondo e in Italia, protagonista di una vicenda straordinaria, che non poteva non avvincere chi fosse incaricato di seguirne le piste: enigmatico e pieno di interrogativi è stato il furto, misterioso e intricato il tempo della latitanza, in cui mi sono imbattuto nei più disparati e bizzarri personaggi, da ladri e truffatori fino a falsari e critici d’arte strampalati; passando per maghi, sette sataniche, investigatori e giornalisti da strapazzo. Una serie di figure ai confini della realtà, ma tutte vere, buone per un appassionante romanzo giallo o noir, che mi hanno catapultato in una storia veramente affascinante, grazie a cui ho potuto intravedere un nervo scoperto del potere.

Cosa intendi dire?

Certe dimensioni non sono facili da cogliere in superficie, da persona qualunque. Più frequentemente le scorgono invece alcuni giornalisti scavando nelle profondità di una vicenda: in questo caso è emerso in modo abbastanza evidente ad un occhio attento il collegamento tra il mistero del Klimt e ambienti importanti della realtà piacentina. Sia i carabinieri che indagarono all’indomani del furto attraverso diverse inchieste, sia la polizia che si mosse dopo il ritrovamento furono infatti concordi su un punto: il quadro fu portato via dalla Galleria Ricci Oddi da qualcuno presente all’interno, o almeno con la sua complicità. Questa, che gli investigatori chiamano ‘pista interna’, secondo me si connette fortemente con qualche centrale di potere locale, del resto la Ricci Oddi è la più importante Galleria d’arte della città: frasi dette a mezza voce, polemiche di persone di un certo calibro, facevano facilmente intendere che qualcosa di poco chiaro ruotasse intorno alla vicenda.

Ora andiamo per un attimo alla fine di questa storia, sei il cronista che più ha seguito da vicino l’intera vicenda nel corso degli anni. Cosa hai pensato, come ti sei sentito quando il quadro è ‘spuntato’ dall’edera della Ricci Oddi?

Ho pensato subito che il quadro fosse autentico, non ho mai avuto dubbi. Nei minuti immediatamente successivi al ritrovamento, ho ricevuto diverse chiamate che mi hanno dato alcune dritte in merito, ma un particolare fra gli altri è stato determinante per darmi la certezza che l’opera fosse effettivamente quella originale: il dettaglio dei fili d’allarme tagliati e ancora inseriti nella parte retrostante del telaio del quadro. Tieni presente che io ero sul posto anche nel momento del furto e in questi vent’anni ho praticamente seguito da solo tutti gli aspetti di cronaca nera ad esso legati. Sapevo bene quindi che la presenza dei fili non era mai stata resa nota al pubblico o alla stampa, si trattava di un particolare da investigatori addetti ai lavori, che certo un falsario non poteva conoscere. Come mi sono sentito dopo il ritrovamento? Direi dispiaciuto, incuriosito del ritorno ovviamente, ma dispiaciuto: quel 10 dicembre ho ‘perso’ un dipinto che era stato mio compagno di vita per più di vent’anni, durante i quali me ne ero occupato da solo. Ora il ‘Ritratto’ ricompariva in sede, tornando sulle pagine della cultura dopo che per anni aveva fittamente occupato quelle di cronaca nera: il mio lavoro era finito.

E ora torniamo a quel 1997, anno di sparizione del ‘Ritratto di Signora” dalla Galleria: un furto che apparve subito strano e carico di depistaggi. Come mai?

Ricordo che nel 1997 lavoravo a Il Giorno e, dopo il furto del quadro, il direttore mi chiamò agitato, dicendo che era ora che cominciassi ad occuparmi io della questione invece dei colleghi di cultura e spettacolo, ormai non più idonei a seguire la vicenda: fu così che l’opera scivolò malamente dalle pagine culturali a quelle di cronaca nera. Inizialmente il circo mediatico diffuse ed enfatizzò le informazioni che trapelarono ufficialmente sul furto, per cui le prime strampalate ipotesi raccontarono di un ladro acrobata che si era calato dal lucernario per eludere l’allarme, esattamente come nel film “Topkapi”, che beffardamente andava in onda su Rai Due proprio mentre veniva scoperto il furto. Tutto questo perché la cornice era stata trovata sul velario, appena sotto il lucernario. Nei giorni immediatamente successivi però, fu verificato che un uomo non poteva passare dal lucernario e rimase invece aperta l’ipotesi del passaggio dei ladri dall’ingresso principale. Non c’era poi nessun segno di scasso alle finestre o alla porta, l’allarme veniva fatto passare come obsoleto perché non aveva suonato, ma in realtà funzionava perfettamente. Era come se qualcuno dall’interno avesse aperto la porta al ladro, o portato via il dipinto. Il depistaggio? La cornice fatta trovare sul velario per sostanziare l’ipotesi – infondata – del ladro acrobata. Nell’immediato quindi furono indagati dai carabinieri gli allora custodi della galleria per concorso in furto: a carico di uno di loro venne anche trovato un biglietto sotto un materasso, con scritte le misure del quadro, ma l’indagine fu presto archiviata.

Si tratta di una vicenda costellata di falsi ritrovamenti e piste bizzarre, addirittura sfociate nell’esoterismo. È questo che ti ha spinto a scriverne una storia romanzata?

Il romanzo che ho scritto, “Il mistero del doppio ritratto di Klimt”, uscì nel 2018, un anno prima del ritrovamento del quadro ed ebbe molta fortuna, ho fatto tantissime presentazioni. Scegliere la chiave narrativo-realistica mi ha consentito di mettere in luce certi dettagli o evidenziare alcuni personaggi in chiave letteraria, che però hanno avuto un ruolo realmente importante nella vicenda: ho quindi richiesto al lettore lo sforzo di comprendere e decriptare quali fossero gli elementi di realtà e quali di invenzione nel contesto della lettura. Si tratta di un romanzo, o se vogliamo una novella lunga di 120 pagine, che unisce diversi generi: dal noir, al giallo, al picaresco, passando per l’inchiesta giornalistica, fino all’horror e al fantastico. L’unione di realtà e invenzione mi ha permesso di avvicinarmi il più possibile alla verità fattuale senza incappare in qualche querela. Se mi fossi attenuto esclusivamente all’aspetto giornalistico, non avrei potuto dare spazio a tutto quello che volevo raccontare.

Nel guazzabuglio di avvistamenti, smentite, falsari, piste d’indagine investigativa in cui ti sei imbattuto durante la latitanza del dipinto, qual è la tua opinione?

Ad essere sinceri avevo davvero molta confusione in testa e per tanti anni non sono riuscito a farmi alcuna idea su come potessero essere andati realmente i fatti e chi avesse effettivamente rubato l’opera. Solo quando più tardi ho iniziato a scrivere articoli sulla vicenda, la nebbia ha cominciato a diradarsi: una svolta arrivata dopo il mio incontro con un ladro di professione, noto alle forze dell’ordine.

Tra un attimo ci arriviamo. Tornando al tuo libro, hai descritto un mondo ai confini con la realtà: tra le tante figure bizzarre incontrate quali ti hanno più incuriosito?

Senz’altro i collezionisti, ce ne sono di vari tipi: io stesso colleziono fumetti e soldatini, altri auto d’epoca che si divertono a guidare, altri ancora raccolgono oggetti d’arte. Se pensiamo al collezionismo di Ricci Oddi, lui voleva che i suoi pezzi d’arte fossero condivisi e lasciati in eredità alla comunità, si tratta di un collezionismo estremamente virtuoso, ma non sempre è così. C’è chi si vuole accaparrare un pezzo rarissimo da custodire gelosamente tutto per sé, e per questo è disposto a commettere illegalità, anche pesanti, senza pensarci troppo: ecco, io mi sono imbattuto soprattutto in figure di questo tipo: eleganti, spesso colte, ma abituate a non andare tanto per il sottile in fatto di etica. Per non parlare poi del mondo dei falsari, di cui il mio libro parla molto, fautori di un mercato fiorente su scala industriale: Piacenza e l’Italia sono pieni di quadri falsi, perché, sostanzialmente, grazie ai falsi sono possibili più guadagni e meno costi con la maggiore soddisfazione di tutte le persone coinvolte nel mercato, a partire dal mediatore d’opera.

La svolta arriva nel 2015? Da allora hanno inizio le trattative per la restituzione del “Ritratto di Signora”?

Si, anche stavolta un fatto stranissimo: mai avrei pensato da giornalista di nera di trovarmi al centro di una mediazione per un dipinto così; mediazione che, tra l’altro, finì per cercare io stesso. Nel 2015 andai a trovare una persona agli arresti domiciliari per un fatto di cronaca: sapevo già di chi si trattasse, era il il ‘principe dei ladri’ di Piacenza, davvero molto abile nei furti, specialmente in quelli d’arte. Era una mia vecchia conoscenza professionale, di cui avevo seguito diversi processi, e in quel periodo le forze dell’ordine stavano aprendo una nuova inchiesta a suo carico; è il Lampo del mio romanzo. Approfittai per domandargli se sapeva qualcosa del furto del Klimt, lui che era un esperto in materia, ricordandogli che se avesse fatto qualcosa per riportare il quadro carabinieri e giudici lo avrebbero probabilmente aiutato ad ‘alleggerire’ i suo debiti con la giustizia. Ma lui negò. Tre mesi più tardi però mi telefonò, dicendomi che sapeva chi aveva il quadro e chiedendomi di organizzare una mediazione con carabinieri di fiducia, alla quale io avrei dovuto presenziare come testimone garante. Pensai ad un colonnello dei carabinieri che a quel tempo si stava occupando delle indagini del furto, subito interessato ad incontrare Lampo per la sua fama tra le forze dell’ordine. Assistetti al confronto, composto e attento al rispetto dei ruoli, tra un ufficiale e un ladro di rango: i dettagli emersi attorno al furto del quadro e ai suoi personaggi durante la conversazione, fecero presto capire al colonnello che erano stati effettivamente Lampo e il suo complice, rimasto nell’ombra, gli autori del furto. E non a caso proprio Lampo era stato il primo sospettato nella vicenda del Klimt, in quel lontano 1997, sospetti mai veramente tramontati. Da quel momento ebbe inizio la trattativa, che proseguì a singhiozzo per molti anni: i ladri chiedevano 200.000 euro per la restituzione del dipinto, il colonnello aveva detto che la loro pena poteva essere dimezzata. Io non conosco bene tutto quello che è successo dopo: ma so che alla fine i colpevoli presero 35.000 euro per intercessione della Banca di Piacenza e la loro pena venne dimezzata in Appello, con conferma in Cassazione. Subito dopo la sentenza definitiva, il quadro tornò rocambolescamente alla Ricci Oddi: questi sono i fatti, sicuramente la ricomparsa del ‘Ritratto’ non è stata un caso, anche se ufficialmente non potrà mai essere dichiarato. Del resto l’interesse a far riavere questo dipinto alla città era altissimo: il suo valore artistico e culturale avrebbe garantito un virtuoso, duraturo indotto turistico ed economico, sempre aperto a nuovi impulsi, come abbiamo visto.

Dopo il ritrovamento dell’autentico “Ritratto di Signora”, è stata indagata anche la vedova di Stefano Fugazza, direttore della Galleria al momento del furto. Che idea ti sei fatto a riguardo? Questa vicenda ha ancora ombre da chiarire?

Si, questa dell’indagine a carico della moglie di Fugazza (procedimento poi archiviato, ndr) è la pista interna perseguita dalla polizia, i carabinieri invece avevano indagato i custodi della Galleria nel 1997. Detto questo, io non ho mai pensato che Fugazza potesse essere implicato nel furto del quadro, né tanto meno la moglie (chiaramente mettere lei sotto inchiesta equivaleva ad indagare il marito ormai non più in vita, che si sarà rivoltato nella tomba di fronte ad uno scenario simile!), ma in questa incredibile vicenda non poteva mancare il grottesco particolare di condurre indagini su un morto. Tornando però ai ‘nervi scoperti del potere’ di cui parlavo all’inizio, ti lascio con un interrogativo: l’indagine dei carabinieri dove ha portato? Quando i due ladri hanno ammesso il furto, hanno spiegato che si è trattato del colpo più semplice della loro carriera, come se qualcuno avesse ‘portato loro’ il quadro: di chi si tratta? Chiaramente non di qualcuno tra le file della bassa manovalanza per intenderci, e magari leggendo il mio libro si intuirà chi potrebbe essere. Di certo questa storia ha tutte le caratteristiche di un enigma al contrario: chi doveva custodire il quadro non lo ha fatto al meglio, chi invece l’ha rubato si è mosso per restituirlo. Affascinante, che altro dire?

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