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Le Rubriche di PiacenzaSera - Le Recensioni CJ

Musica, il pagellone di fine anno di PiacenzaSera.it

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Ecco il pagellone musicale di fine anno a cura di Giovanni Battista Menzani

10. ICEAGE – Seek shelter

VIAGRA BOYS – Welfare jazz

Dalla Scandinavia con furore. I danesi Iceage abbassano il volume degli amplificatori e dimostrano di saper scrivere anche ballatone classiche (si ascoltino “Shelter song” e “Gold city”). I Viagra Boys sono dei mattoidi amanti dei cani e dei polli, così pare, e arrivano da Stoccolma; il loro “Welfare jazz” è sbilenco e imperfetto, ma suona come una delle cose più originali del 2021, mescolando il punk con il sax, Frank Zappa e Tom Waits.

9. FLOATING POINTS, PHAROAH SANDERS & LONDON SYMPHONY ORCHESTRA – Promises

Jazz ed elettronica nel nuovo lavoro del DJ britannico Sam Sheperd, anche stavolta in ottima compagnia. Con le parole di Rolling Stone: “Il disco del momento è un lungo mantra basato sulla ripetizione, narcotizzante e raramente impetuoso. Forse il suo successo dipende da come stiamo ascoltando la musica chiusi dentro casa”.

8. JULIEN BAKER – Little oblivions

LORDE – Solar power 

Anche quest’anno le ragazze terribili del pop sono tra le protagoniste assolute. Stavolta non scegliamo Billie Eilish o Lana Del Rey, che pur si mantengono su alti livelli, e nemmeno la prolifica Taylor Swift. Terza costola dei boygenius (le altre due sono Phoebe Bridges e Lucy Dacus), Julien Baker si espone – fragile e nuda – in tutte le sue debolezze e dipendenze (“I was on a long spiral down but before I make it to the ground, I’ll wrap Orion’s belt around my neck and kick the chair out”). Lorde fa colpo con un album decisamente più rilassato, dall’atmosfera quasi hippy.

7. INDIGO DA SOUZA – Any shape you take

Figlia di una pittrice del North Carolina e di un musicista brasiliano di bossanova, questa ventiquattrenne cantautrice indie è una delle più piacevoli sorprese dell’anno. Rumore, disagio, dolore.

6. IOSONOUNCANE – Ira

VASCO BRONDI – PAESAGGIO DOPO LA BATTAGLIA

Iosonouncane, al secolo Jacopo Intani da Buggerru (nel sud della Sardegna), ma ormai bolognese d’adozione, è al quinto posto con la sua “IRA”, un’opera davvero spiazzante, complessa ed enorme, non solo per via della lunghezza ma anche per l’ambizione smisurata e la cura quasi maniacale per i dettagli, per il suo crossover tra elettronica, ambient, musica etnica, jazz e progressive, per il suo idioma trasversale che mescola italiano, francese, inglese, dialetti, lingue africane: era dai tempi di “Wow” dei Verdena che non s’aveva la sensazione di essere davanti a un’opera di così ampio respiro internazionale. E sta in compagnia di Brondi; definitivamente spente le luci della centrale elettrica, il Vasco che ci piace torna con un disco più autobiografico e intimo rispetto al passato; lo ricorda lui stesso nel presentare il lavoro: “siamo qui per rivelarci e non per nasconderci”.

5. DAMON ALBARN – The nearer the fountain more pure the stream flows

NICK CAVE & WARREN ELLIS – Carnage

Due dei pochi fuoriclasse rimasti in circolazione. Che altro dire.

4. SAULT – Nine

SONS OF KEMET – Back to the future

La rivincita della vecchia Albione quest’anno è del tutto evidente: dopo anni di magra, conquista quasi tutte le prime posizioni della classifica (e ci siamo dimenticati di Tirzah e di James Blake, bravissimi. O anche dei Black Country, New Road). Ma è un’Inghilterra contaminata e aperta a nuove e diverse sonorità, a cominciare da una Londra sempre più cosmopolita. Sault, misterioso collettivo autore di una musica orgogliosamente black, torna con un altro grande disco, ora non più disponibile sulle piattaforme (per scelta politica è restato online per soli 99 giorni). Imperdibili anche i Sons of Kemet, capitanati da Shabaka Hutchins (originario delle Barbados), con il loro jazz militante e rabbioso.

3. LITTLE SIMZ – Sometimes I might be introvert

ARLO PARKS – Collapsed in sunbeam

E ancora…Little Simz (che probabilmente fa parte degli stessi Sault) è mezzo nigeriana – vero nome: Simbiatu Abisola Abiola Ajikawo – e il suo è un afro hip hop introverso e funky. Arlo Parks – vero nome: Anaïs Oluwatoyin Estelle Marinho – ha anch’essa origine tra Nigeria e Ciad; il suo debutto sulla lunga distanza è emozionante e poetico.

2. LOW – Hey what

La band di Duluth, Minnesota, non delude mai e ci regala un altro album straordinario. Lo slowcore degli esordi è ormai filtrato da feedback e scariche elettriche devastanti.

1. DRY CLEANING – New long leg

Il postpunk domina le classifiche di tutto il mondo, è il suo momento, e noi scegliamo il fantastico debutto di questa band londinese. Non c’è veemenza, non c’è furore, tuttavia; ma un suono languido e raffinato, spesso ipnotico (tra Fall e Joy Division), sul quale troneggia il cantato/parlato di Florence Shaw (paragonata a Kim Gordon dei Sonic Youth). Per noi è il disco dell’anno.

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