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“Il Novecentenario della Cattedrale? È storia dei piacentini, riappropriamoci del suo valore”

“I 900 anni dalla fondazione della cattedrale di Piacenza non sono una semplice ricorrenza simile ad altre, di  quelle che tornano alla mente ma passano e vanno, senza lasciare echi dietro di sé. Il grande tempio della nostra città, costituito a partire dal 1112, porta incisi nella pietra i segni del  lavoro e dei sacrifici dell’intera comunità cittadina medievale: un messaggio di vita concreta e di speranza in un progetto più alto cui guardare. La Storia della chiesa è la nostra storia, dobbiamo recuperare quelle radici per riuscire a guardare in modo nuovo al futuro. Come? L’anno di eventi pensato per celebrare questo novecentenario rappresenta un importante sforzo in tale direzione: trasversali e inclusive,  le diverse iniziative si pongono infatti l’obiettivo concreto di fare della chiesa madre della città la casa di tutti”.

Queste le considerazioni a proposito del giubileo della cattedrale di Manuel Ferrari, direttore dell’Ufficio Beni culturali ecclesiastici della diocesi. Abbiamo deciso di intervistarlo, proprio per capire più profondamente la portata simbolica di questo anniversario, attraverso i progetti organizzati per celebrarlo: in un viaggio alla riscoperta del tempio dal medioevo ai nostri giorni.

900 anni dalla costruzione della cattedrale piacentina: che significato ha questo anniversario per la nostra città?

La Cattedrale viene eretta a partire dal 1122 (data incisa sul portale destro della facciata), probabilmente su progetto del magister Nicolao che fu attivo in tutto il nord Italia, dopo il grande terremoto del 1117 che aveva certamente danneggiato la precedente chiesa di Santa Giustina. La costruzione ingloba lentamente la chiesa precedente e vedrà pieno compimento nelle forme attuali, solo intorno al 1235, segnando anche metaforicamente un cambiamento interno alla Chiesa piacentina: in cui nulla si crea dal principio, ma piuttosto tutto si trasforma, si parte da ciò che c’è e  si conosce per dare vita al nuovo, che ha radici solide nella storia che lo precede. In quel tempo non esisteva un palazzo comunale, che sarebbe stato costituito solo un secolo più tardi, e la cattedrale e il palazzo vescovile rappresentavano l’identità stessa della città. Dal 1179 al 1280, nei pressi del Duomo e del Vescovado, si riunivano le magistrature del Libero Comune, sulla piazza si tenevano adunanze politiche, scontri tra Guelfi e Ghibellini, prediche contro gli eretici, tornei e festeggiamenti pubblici.

La cattedrale va intesa come simbolo del desiderio collettivo di lasciare qualcosa di importante di sé alle generazioni postume, nella certezza che la bellezza di questo tempio avrebbe costituito una solida “casa di valori” per il futuro della nostra comunità. Basta conoscere un po’ di questa storia per trarne una molteplicità di insegnamenti. Una comunità che sa unirsi intorno a grandi progetti con uno sguardo di fiducia e speranza solida, un messaggio di vita: la capacità di cogliere nelle nostre radici i valori che orientano il futuro. Un tempo ‘lento’ quello del medioevo, ma capace di una sintesi profonda, in grado di tenere insieme una complessità culturale per certi aspetti simile a quella attuale. In questo senso i 900 anni della cattedrale sono in qualche modo anche i 900 anni della nostra città, sono la storia di Piacenza e dei piacentini. È nostro dovere celebrarne la memoria.

Un anniversario, un anno di eventi, tra musica, arte, storia, esperienze immersive, teatro, cinema. Come si spiega una scelta così ampia e diversificata di iniziative? Quale lo spirito?

La volontà è appunto quella di inserirsi nel solco della storia, interpretandola attraverso il linguaggio e gli strumenti del nostro tempo. Se riflettiamo ad esempio sull’opera della Chiesa all’epoca delle cattedrali, ci accorgiamo che la liturgia stessa si serve di una “multimedialità” di linguaggi e arti. La Chiesa è consapevole che il rito è tanto più efficace quanto più è capace di stimolare i cinque sensi: tutto è quindi volto a creare presenza di Dio nella vita dell’uomo, a interrogare l’uomo sul fine ultimo della vita (basti pensare al racconto che troviamo nelle sculture della facciata, in quell’eterna lotta tra il bene e il male). L’arte diviene strumento di racconto del vecchio e nuovo testamento, e al tempo stesso si fa ‘porta’ verso il trascendente. Pensiamo addirittura alla ripresa del teatro classico proprio all’interno delle liturgie nelle cattedrali: voglio ricordare in proposito il famoso tropo del giorno di Pasqua, rappresentato nell’illustre “Codice 65” (oggi visibile al museo della Cattedrale e anticipato da una sala esperienziale che lo racconta). C’è una miniatura del dramma liturgico rappresentato in occasione del triduo, dove ci viene mostrata la scenografia che sovrastava l’altare (una Gerusalemme Celeste): con i tre attori che rappresentavano le tre Marie giunte al sepolcro vuoto e accolte da un quarto attore che recitava la parte dell’angelo. L’intenzione è drammatizzare l’evento della resurrezione per rendere più leggibile l’avvenimento agli occhi dei fedeli, a cui il latino suona come una lingua straniera.

Come restituire oggi tutta questa ricchezza all’uomo contemporaneo? Occorre farlo aggiornando il linguaggio, magari anche introducendone nuovi, nuove modalità e tecnologie per un racconto coinvolgente e immersivo, capace di incuriosire, accattivare, emozionare. Solo in questo modo si può ritrovare attenzione, e ri-attualizzare il messaggio, i significati, il senso che il passato porta in sé. L’arte in ogni sua forma, linguaggio universale e espressione più alta dell’uomo, può aiutarci a restituire un messaggio di gioia e speranza.

Quali le più salienti secondo te, tra quelle trascorse e quelle a venire?

Abbiamo avviato i festeggiamenti di quest’anno con una ricca offerta durante il periodo natalizio. Aperture straordinarie dei musei, laboratori didattici, visite guidate, concerti, spettacoli teatrali, conferenze, videomapping e molto altro. Difficile selezionare qualcosa in particolare, ogni evento portava in sé qualcosa di speciale. Ogni iniziativa ha incontrato un pubblico diverso, interessi variegati, ma tutti, a fattor comune, hanno restituito ai partecipanti una parte di quel messaggio positivo che esprimevo sopra. Questo credo sia di buon auspicio anche per gli incontri a venire. Tra tutte però vorrei ricordare le due giornate del 10 e 11 dicembre, in cui, grazie alla collaborazione con MAM beyond borders, abbiamo scoperto una cattedrale diversa. Tolte le panche, l’intera superficie della navata centrale è stata ricoperta da un manto di coperte colorate, la cui vendita era rivolta a sostegno del dipartimento di pediatria dell’ospedale di Piacenza e a supporto di mamme e neonati che vivono nei campi rifugiati dell’isola di Lesvos. Ad ogni partecipante che acquistava una coperta veniva offerta la possibilità di salire in quota per vedere dall’alto della cupola del Guercino la grande distesa di coperte. Ecco, credo che questo momento più di ogni altro portasse in sé il senso delle nostre celebrazioni, dove giorno dopo giorno si cerca di fare della cultura uno strumento di inclusione sociale e di abbattimento delle barriere, dove sempre più la nostra cattedrale sa farsi  “casa” della nostra comunità.

Colpisce la pluralità di linguaggi, tra tecnologia e tradizione, messi in campo: proiezioni in 3D si accompagnano a laboratori manuali per bambini. È la strada vincente per avvicinare i giovani al nostro patrimonio artistico- culturale? Che riscontri ci sono stati finora?

Ho imparato a misurare il successo di un’iniziativa in ragione della partecipazione attiva che genera nel gruppo che la promuove e la segue. Non è mai una questione di numeri, il vero problema è quanto le persone si sentono coinvolte e quanto hanno bisogno e desiderio che un determinato progetto si protragga nel tempo. Un cambio di paradigma rispetto al passato, dalla quantità alla qualità. Mi chiedo spesso se le iniziative culturali non debbano porsi l’obiettivo di essere il più trasversali possibili per raggiungere un pubblico molto eterogeneo, affinché diventino capaci di coinvolgere l’intera comunità: per cambiarla, renderla più consapevole, accendere le menti. Insomma, un fenomeno di massa e non di nicchia. Fino ad ora le istituzioni culturali si sono prevalentemente mosse dentro un perimetro sicuro, per certi aspetti autoreferenziale, senza mai chiedersi quanti fossero quelli rimasti fuori, in realtà la maggioranza. All’estero alcuni musei svolgono ruoli determinanti per la crescita culturale di una comunità, forse occorre trarre ispirazione, cogliere alcune buone pratiche.

Da qui l’idea di lavorare sempre più su quella pluralità di linguaggi tra tradizione e innovazione, per essere certi di intercettare ogni generazione e di includere più persone possibili. In epoca pre-covid portammo provocatoriamente il museo Kronos in piazza, montando alcuni gazebi sotto i quali per alcuni giorni si sono svolte iniziative di coinvolgimento della comunità, dai laboratori per bambini, alle conferenze, a piccoli restauri. Il riscontro finora è stato molto importante, soprattutto da parte dei più giovani, tantissime le testimonianze personali. Molte proposte oggi nascono in maniera spontanea: se fino a qualche tempo fa eravamo spesso noi a cercare un contatto con le realtà del territorio, ora sono queste a proporsi. A Natale è stato bello ad esempio vedere i ragazzi del “Cassinari” impegnati nei tableau vivant della cupola del Guercino, in cambio del loro impegno abbiamo voluto proiettare le immagini dei lavori sulla facciata del palazzo vescovile.

So che il progetto è anche inclusivo verso i più fragili. Ci spieghi meglio?

Nessun evento può dirsi davvero inclusivo se lascia indietro le categorie più fragili. Da qui l’idea di alcune collaborazioni con associazioni del territorio, con la Ricerca, con la Pellegrina. Con gli ospiti di quest’ultima si è pensato di avviare un laboratorio legato alla Cattedrale, perché anche loro potessero conoscerla, viverla, raccontarla ‘in arte’. Dopo alcune visite gli ospiti hanno deciso di raccontare la ‘loro’ Cattedrale in un laboratorio multisensoriale condotto dall’artista Mario Branca. Il risultato è un grande mosaico che reinterpreta la facciata, dove ogni tessera è frutto della singola rielaborazione dell’esperienza di meraviglia e stupore vissuta in cattedrale: una vera e propria terapia. Altre collaborazioni sono in corso, altre ne stiamo attivando. A breve sottoscriveremo una convenzione anche con il carcere, per il reinserimento di alcuni detenuti a fine pena: chissà che anche questa possa diventare un’occasione di riscatto e di nuova vita per chi affronta il ritorno in società in condizione di totale spaesamento.

La Diocesi ha coinvolto tutte le categorie economiche locali, pubbliche e private, per valorizzazione e manutenzione della Cattedrale, che 900 anni fa fu opera di un intero popolo. Un appello ben accolto?

L’idea di coinvolgere le realtà economiche del territorio trova la sua impronta nella Storia, nelle formelle dei paratici (le arti e mestieri del tempo) finemente scolpite sulle colonne della cattedrale, a testimoniare come la costruzione del grandioso tempio fu sostenuta da tutta la città: l’intera comunità si strinse intorno al proprio vescovo per innalzare, sopra le casupole di legno e paglia, una monumentale architettura, divenuta presto simbolo e orgoglio della città stessa. Nasce così, con questa forte connotazione di partecipazione e appartenenza, l’Ecclesia Mater. A monte delle celebrazioni per i 900 anni della cattedrale è stato quindi siglato un protocollo d’intesa che vede il coinvolgimento corale delle principali istituzioni cittadine (insieme alla diocesi di Piacenza-Bobbio, il Comune di Piacenza, la Provincia di Piacenza, la Fondazione di Piacenza e Vigevano, la Camera di Commercio di Piacenza, la Soprintendenza BAP di Parma e Piacenza, l’Università Cattolica, oltre a numerosi istituti e associazioni culturali del territorio, e la fondamentale partecipazione di Regione Emilia Romagna) per costruire insieme un calendario di eventi. È stato poi chiesto un impegno alle associazioni di categoria del territorio di partecipare alle opere di manutenzione ordinaria, azioni minime utili ad allontanare nel tempo onerosi interventi di restauro. Tutto questo allo scopo di sensibilizzare gli operatori economici e la cittadinanza al tema della tutela e salvaguardia del patrimonio culturale, che per sua natura è patrimonio di tutti. Occorre risvegliare un orgoglio da parte della comunità, il desiderio di impegnarsi per una ‘casa comune’. Lo dobbiamo a chi questo patrimonio ce lo ha tramandato compiendo enormi sacrifici, convinto che chi sarebbe venuto dopo avrebbe continuato su questa strada.

 Il libro a più mani “La mirabile impresa” (edito dal Nuovo Giornale) ci ha ricordato come la Cattedrale sia sempre stata cosa viva e comunitaria, anche dopo il distruttivo sisma del 1117. Come può l’incertezza del Covid aiutare a riappropriarsi del suo valore identitario?

Nella Cattedrale vita religiosa e vita civica si sono incrociate, cultura e spiritualità si sono vicendevolmente arricchite per dar forma ad un edificio capace di meravigliare, erudire, porre l’uomo di fronte alle proprie fragilità e indicargli una via sicura.
Potremmo affermare che nel Medioevo la fede ha saputo muovere montagne, ha saputo realizzare qualcosa che appare impossibile al nostro tempo. Oggi cerchiamo strade certe e sicure a cui le regole del mercato ci hanno abituato, e abbiamo perso uno sguardo di speranza, nel quale tutto non dipende dal singolo, ma piuttosto da ciò che riusciamo a fare insieme agli altri e per gli altri. Forse questo è l’insegnamento più bello che la cattedrale ci da in tempo di Covid. In un tempo, quello della pandemia, che ha tolto molte certezze e consegna un futuro labile, non possiamo restare piegati sul presente, dobbiamo essere capaci di ritrovare uno sguardo nuovo. Proprio come fecero i nostri avi, uno sguardo di fiducia e speranza che anche in tempi difficili possa continuare a ‘muovere montagne’, per rendere migliore la vita delle generazioni successive

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