Le Rubriche di PiacenzaSera - Pillole di Economia

Guerra, pandemia e fallimento della globalizzazione “Siamo in una tempesta perfetta”

La somma della pandemia e l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia sembrano in grado di far fallire il modello economico e sociale mondiale che ha influenzato l’economia mondiale negli ultimi 20 anni: la globalizzazione. La globalizzazione ha sicuramente migliorato la vita di centinaia di milioni di persone, che sono uscite dalla povertà e oggi vivono a pieno titolo nel mondo cosiddetto “sviluppato”, soprattutto gli abitanti dei Paesi del sud est asiatico : Cina, Corea del Sud, Taiwan e Vietnam. La produzione industriale di molti beni di consumo e non solo si è spostata in quei Paesi: elettronica, prodotti dell’energia rinnovabile, automazione, informatica, ecc.

I benefici economici anche per l’Occidente sono stati tangibili: prezzi dei prodotti più bassi, inflazione inesistente, aumento dell’interscambio commerciale. Questa politica ha tuttavia creato anche i presupposti per la distruzione di molti settori produttivi che hanno prosperato per 30 anni in Europa, colpiti dalla concorrenza, soprattutto cinese, con conseguenze sociali importanti: maggiore disoccupazione e costose politiche di welfare per sostenere la parte più debole della popolazione impoverita dalla perdita del posto di lavoro e dalla riduzione reale dei salari.

In questo quadro di costi e benefici è arrivata come un uragano la pandemia che oltre a causare milioni di morti in tutto il mondo ha colpito al cuore il sistema economico mondiale. Dopo un anno e mezzo di crisi profonda l’economia a settembre del 2021 è ripartita, ma con una spiacevole conseguenza: un aumento dei prezzi delle materie prime importante generato dall’eccesso di domanda dopo un periodo di crollo della stessa. L’aumento dei prezzi delle materie prime (dal 50% al 200% ) : alluminio, rame, acciaio, carta , ecc. ha generato un primo shock per le imprese che sono state costrette ad aumentare i prezzi generando una prima spirale inflazionistica, poi trasmessasi al consumatore finale.

Quando il PIL italiano stava veleggiando verso un più 6%, nel febbraio 22 l’esercito russo ha invaso l’Ucraina complicato il quadro geopolitico e economico mondiale, facendo emergere o accelerando nuovi o già esistenti problemi. Improvvisamente l’Europa ha scoperto di dipendere dalle fonti energetiche – soprattutto gas e petrolio – russe ma anche di Paesi che certo non possono essere definiti democratici e affidabili. Al problema della dipendenza energetica si sono sommati il deficit agricolo e quello industriale.

Alcuni chiari esempi di quando sto dicendo sono:

– la crisi dei dispositivi elettronici, nata in Cina, che sta bloccando interi comparti produttivi: auto, moto, hardware,

– la guerra del grano, con il blocco dei porti ucraini sul Mar Nero, che sta facendo lievitare i prezzi di tutti i prodotti agricoli di base e che rischia di creare, soprattutto nei Paesi poveri, una vera e propria crisi alimentare senza precedenti.

L’Europa come ho detto ha scoperto di dipendere dalle importazioni di molti prodotti di prima necessità il cui approvvigionamento è diventato improvvisamente difficoltoso e molto costoso. Questo fenomeno sommato a quello generato dalla fine della pandemia descritto in precedenza ha innescato un ulteriore aumento dei prezzi (inflazione), sconosciuto alla nostra economia negli ultimi dieci anni, che rischia di disintegrare il processo di globalizzazione dell’economia, in atto fino a poco tempo fa, trascinando tutti i Paesi più sviluppati in una crisi economica senza precedenti. La scarsità di materia prime, la crisi energetica e alimentare rischiano di far saltare la coesione sociale e indeboliscono il processo di unificazione faticosamente avviato oramai più di 30 anni fa all’interno della Unione Europea.

Molti errori sono stati fatti in questo cammino verso la progettata unificazione dei Paesi membri:

– adottare l’euro senza un programma serio di riforme che obbligasse i Paesi dell’Unione a trasformarsi in uno Stato federale con proprie Istituzioni politiche, gestione omogenea del welfare, esercito unico cui affidare la difesa dei propri confini;

– allargare l’Unione europea a Paesi poco omogenei rispetto ai Paesi fondatori;

– non escludere prima la Gran Bretagna da questo delicato processo, spina nel fianco di ogni riforma verso l’Unificazione;

– la procedura tecnica per approvare le leggi che prevede l’unanimità dei 27 stati membri: cosa difficilissima da realizzare.

In questo quadro di “tempesta perfetta” alcuni di questi fenomeni, anche i più lontani dai nostri confini fisici si sono trasformati in crisi globali a causa dell’interdipendenza esistente tra gli Stati conseguente al processo di globalizzazione:

– processi migratori,

– pandemia,

– guerra,

– crisi energetiche (petrolio e gas),

– ridotta capacità produttiva (apparati elettronici in Cina)

Per fare un esempio di cosa sta succedendo è come quando lanciamo un sasso in uno stagno, e osserviamo le “onde” che si propagano in tutto lo specchio d’acqua circostante. Queste “crisi” hanno colpito in passato e colpiscono più duramente i delicati processi di trasformazione delle Istituzioni europee e degli Stati che la compongono, perché fanno emergere le diverse posizioni dei singoli Stati e complicano la faticosa opera di mediazione per avvicinarli.

Le “crisi” citate, a catena, hanno provocato e stanno provocando un evidente disorientamento negli elettori che spesso reagiscono votando partiti cosiddetti “populisti – nazionalisti”, che fanno breccia nell’elettorato presentandosi come i difensori degli interessi nazionali, in contrapposizione con la burocrazia vuota delle Istituzioni europee. In questo senso è pero giusto segnalare che la colpa del fatto che i cittadini percepiscano l’Unione europea come una struttura essenzialmente burocratica (vero) non è solo della Istituzione in quanto tale ma soprattutto dei leader degli Stati membri, i quali, ciechi e sordi (non tutti), continuano a privilegiare i propri interessi di “cortile” invece di adottare politiche che mirino a creare una Ue che abbia la necessaria autonomia politica, sociale, ed economica, oltre ad essere inclusiva e solidale.

Da qui sono nate le pericolose spinte autonomiste, come la Brexit o, in misura minore, le politiche di alcuni Paesi membri come l’Ungheria di Orban o la Polonia di Morawiecki. Questi processi rischiano di accelerare la possibile disgregazione dell’Unione Europea. A questo proposito bisogna però osservare che non ci sono alternative utili al processo di unificazione innescato più di trenata anni fa dall’Italia, la Germania e la Francia. Gli europei (forse) stanno capendo che senza una politica energetica comune che consenta di assicurarci l’indipendenza dalla Russia e dai Paesi del golfo, un ritorno alla produzione di beni soprattutto strategici come l’acciaio, l’elettronica e l’informatica, la difesa di settori come la produzione di auto, aerei, trattori e altro, un esercito europeo, una politica comune sociale per contrastare la povertà e la difesa del lavoro, il benessere economico e sociale raggiunto dai Paesi occidentali ed in particolare dai membri della Ue rischia, nel breve volgere di alcuni anni, di trasformarsi in una catastrofe economica e sociale senza precedenti.

Poniamoci in questo senso una domanda retorica: “E’ possibile sperare che i singoli Paesi europei, sempre meno ricchi e sempre più dipendenti da terze economie, si muovano autonomamente e cerchino di competere con Paesi che per dimensione e potenza (Usa, Cina, Russia) non sono neppure lontanamente paragonabili ai primi?”

Occorre poi sottolineare che alcuni di questi Paesi (Cina e Russia) sono retti da regimi non democratici, dove è più facile “agire” ignorando le libertà a cui noi europei siamo abituati e giustamente non vogliamo rinunciare. Più di qualcuno come soluzione per l’Italia, ma anche per la Francia e la Germania, pensa di proporre un nuovo modello autarchico, di antica memoria, che tanti danni e lutti ha provocato nel 900, ignorando che l’Italia si è sviluppata negli anni 60 grazie al fatto che allora era la Cina d’Europa; Paese in cui era più economico produrre, che non possedeva materie prime e il cui successo è stato generato dalla capacità e operosità delle proprie imprese e dei propri lavoratori, che trasformavano le materie prime in semilavorati e prodotti finiti, poi acquistati da altre economie, soprattutto europee: Francia e Germania in primis. La convenienza economica (minori costi) a produrre in Italia oggi è in parte venuta meno, e molti dei Paesi Europei nostri clienti si sono rivolti ai Paesi del sud asiatico, Cina in primis perché più convenienti.

Ma torniamo alla “guerra” e ai suoi effetti. Putin non è improvvisamente impazzito ma ha fatto semplicemente un cinico calcolo, nello stile dei peggiori dittatori della storia, che possiamo riassumere in questo pensiero: “Com’è possibile che la Russia: il più grande Paese al Mondo, il più grande produttore di petrolio e gas, il più grande produttore di materie prime, il granaio del Mondo, la seconda potenza nucleare, abbia il Pil che è solo il 60% in più di quello Olandese, che geograficamente, per riserve naturali e umane è un microbo rispetto alla Russia?” Il PIL dell’Olanda nel 2020 è stato pari a 912 miliardi di dollari, quello Russo 1.483 miliardi di dollari.

Fatta questa considerazione Putin ha secondo me programmato: “Faccio la guerra cosi capiranno (l’occidente) e verranno a miti consigli, soprattutto l’Europa che è un gigante economico ma anche un nano politico, facilmente disgregabile, perché i suoi abitanti e le sue imprese (quindi il suo benessere) dipendono in larga misura dal petrolio, dal gas e dalle materie prime, russe”. In questo senso sembra che Putin ci stia in parte riuscendo. Allora cosa fare ? Più che la guerra conta come sempre l’economia.

L’Europa deve darsi una programma di riforme ambiziose, che porti alla creazione in tempi brevi di uno Stato Federale: autonomo a livello politico, autonomo a livello energetico, che investa nelle produzioni industriali strategiche, con un proprio esercito, con politiche sociali comuni e solidali. Come? Progettando un referendum in tutti gli Stati membri, che promuova una forte integrazione; chi è contrario sia espulso! Se così non sarà assisteremo presto a nuove “Brexit” e alla disgregazione della società in tutti i Paesi della Ue in cui abbiamo avuto la fortuna di vivere negli ultimi 30 anni. E non lo dico per me, in fondo ho 63 anni e il futuro non è più per quelli come me, ma per i nostri figli e i figli dei nostri figli, che si troveranno a barcamenarsi in una società disgregata sempre più povera e con meno diritti.

Non ci credete? Ce lo insegna la storia: le società evolute e più ricche sono entrate in crisi sempre per gli stessi motivi e nello stesso modo: gli egiziani che hanno dominato il mondo per oltre treemila anni, i greci, i romani; popolazioni più povere ma più coese, che avevano poco da perdere, hanno piano piano esercitato una pressione esterna ed interna sui confini della potenza dominante sempre più forte, fino a quando i ricchi e svogliati abitanti delle regioni sviluppate che dominavano il Mondo non sono più stati in grado di difendere i privilegi raggiunti. Adesso, senza alcuni cambiamenti importanti, sembra essere arrivato il nostro turno.

Mauro Peveri

Commenti

L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di PiacenzaSera, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.