Pluriclasse alla scuola media di Gropparello: il Tar dà ragione al Comune

Una pluriclasse assegnata dall’Ufficio Scolastico Territoriale alla scuola media di Gropparello è stata annullata da una sentenza del Tar di Parma. Tra i ricorrenti, oltre ad una famiglia, c’è anche l’Amministrazione Comunale che è riuscita a far sentire la propria voce in una decisione dalla quale i Comuni sono sempre stati esclusi.

Si sa che la formazione delle classi è una prerogativa dell’amministrazione scolastica; il Ministero dell’Istruzione emana un’ordinanza che regolamenta l’organizzazione dei gruppi-classe sulla base delle iscrizioni a quel determinato tipo di scuola. Tale normativa è calibrata sugli organici dei docenti autorizzati dal ministero dell’economia, che cala sui territori come una coperta sempre corta, facendo spesso litigare i genitori, gli amministratori, i sindacati; una modalità legata alla spesa pubblica in modo abbastanza rigido, che impone un criterio numerico, tenendo scarsamente conto delle esigenze del territorio e che produce da un lato accorpamenti di alunni di età diverse e dall’altro le così dette classi pollaio, con numeri che a volte vanno ben oltre quegli stessi previsti, ma che non riescono a rientrare nei limiti di spesa. Il decentramento delle competenze in materia di istruzione voluto dalle leggi Bassanini aveva delegato l’organizzazione della rete scolastica alle Regioni, ma senza far seguire l’attribuzione dei docenti, che è rimasta di competenza statale, anche se nel lontano 2004 la Corte Costituzionale aveva ammesso le regioni stesse a partecipare all’assegnazione di detto personale. Tale sentenza non ha però avuto alcun seguito ed ogni anno assistiamo all’assalto al fortino degli uffici scolastici alla ricerca di risorse in più, perché le situazioni locali si modificano, mentre la regola amministrativa rimane rigida.

Nei comuni di montagna la normativa prescrive la costituzione di classi con un numero di alunni non inferiore a 10 e pertanto anche in considerazione dell’insufficienza dell’organico assegnato alla provincia, viene costituita una pluriclasse: nel caso specifico gli iscritti in prima e seconda media erano 8 e quindi una pluriclasse di 16 alunni. Oltre al merito dell’operazione interessanti sono i principi enunciati dal TAR: in primis considera il Comune un “ente responsabile della comunità”, niente di nuovo se non fosse che per la materia qui considerata non aveva mai avuto voce in capitolo, anzi, prendendo atto delle disposizioni statali doveva poi adoperarsi per garantire le necessarie risorse strumentali per il buon funzionamento della pluriclasse. Il TAR ha ribaltato il punto di vista e cioè se il Comune ha motivato le diverse iniziative messe in campo per il miglioramento della scuola lo Stato avrebbe dovuto tenerne conto, autorizzando classi separate: il ricorso è ritenuto fondato.

In secondo luogo vengono evidenziate dai ricorrenti le criticità derivanti dalla conduzione di due classi accorpate, che il tribunale accoglie, decretando l’illegittimità dei provvedimenti impugnati, in quanto la valutazione della scelta di attivare la pluriclasse risulta “illogica” perché non ha “correttamente valutato i diversi interessi pubblici in gioco, in primis quello degli alunni a ricevere una formazione differenziata ed adeguata ai propri livelli”. È lo stesso ministero infatti ad affermare che “le pluriclassi devono essere attivate solo in caso di assoluta necessità, in zone particolarmente disagiate”. Il pensiero pedagogico è andato oltre alla tradizionale formazione impartita in aula, normalmente per classi di età; con una didattica aumentata dalle tecnologie la diversa organizzazione dei gruppi a volte risulta una ricchezza, ma è la normativa che dovrebbe aprire le scuole a diverse modalità organizzative, anche oltre la classe, e l’organico andrebbe tarato sul piano dell’offerta formativa, lasciando alle scelte didattiche, che com’è noto vengono discusse con le realtà del territorio, comune compreso, ed assegnato all’istituto e non alle singole classi. La norma amministrativa richiama la valutazione dello stato di necessità e delle condizioni particolarmente disagiate, il che da un lato va oltre la pura considerazione dei numeri e dall’altro potrebbe aprire la strada alla voce degli enti locali, così come indicato dalla predetta sentenza della Corte Costituzionale.

Ancora il TAR rileva che proprio in periodo di pandemia l’amministrazione scolastica avrebbe dovuto agire in modo prudente mantenendo separate le classi, in considerazione del fatto che poteva rendersi necessario il ricorso alla DAD e “tale strumento di insegnamento risulta particolarmente difficile nel caso di pluriclasse, atteso il fatto che i singoli alunni hanno bisogni formativi del tutto diversi… (oltre) ad assicurare l’applicazione di misure di distanziamento”. Anche sul fronte della pandemia le scuole di montagna avrebbero potuto costituire un rifugio sul piano climatico e per la costruzione di comunità scolastiche più omogene e facilmente isolabili, al punto che in alcuni borghi si è vista incrementare la popolazione residente, e questo avrebbe potuto avere la scuola alleata nella vita culturale del territorio (civic center). Quanto lo stesso ministero con una mano cercava di dare per alleviare il disagio, con l’altra toglieva risorse sul piano della sopravvivenza delle scuole e del funzionamento delle classi.

È molto probabile che la sentenza comparirà in appello davanti al Consiglio di Stato, ma intanto è stata aperta una finestra su ciò che diverse regioni intendo realizzare nell’ambito del regionalismo differenziato. Altre amministrazioni locali potrebbero seguire l’esempio di questo Davide che ha avuto l’ardire di combattere contro Golia, aprendo la strada a molti altri che in Italia richiedono una modalità per organizzare l’attività didattica più rispettosa dell’autonomia delle scuole e delle loro collaborazioni con le realtà del territorio.

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