Cambiare tutto per cambiare in peggio. La riforma fiscale che verrà
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La Riforma fiscale che verrà – Nella sua nuova Pillola di Economia, Mauro Peveri ci illustra le ipotesi di revisione del sistema impositivo, con tante incognite per le tasche dei contribuenti.
Finite le vacanze, per chi ha potuto permettersele, torna a “soffiare” prepotente la propaganda della imminente riduzione delle tasse; imminente è un aggettivo spesso utilizzato in materia fiscale per promettere un miracolo poi puntualmente disatteso dagli eventi.
Siamo un Paese “meraviglioso”. Il Governo, l’opposizione, i media, i social, i presunti “tecnici”, i frequentatori dei bar dibattono animatamente della necessaria riduzione delle tasse. Nessuno, tranne poche eccezioni (il ministro Giorgetti), sembra preoccuparsi del fatto che il debito del Paese, in pochissimo tempo, ha raggiunto la soglia monstre di 3mila miliardi di euro. La crescita del debito e dei tassi d’interesse determinerà un aumento esponenziale degli interessi passivi, che lo Stato paga e pagherà sull’enorme massa di titoli di stato necessari per finanziarlo, con conseguenze facilmente immaginabili sul deficit e sulle risorse disponibili, impedendo l’attuazione di qualunque politica di espansione della spesa o di riduzione delle tasse.
A questo proposito riporto una breve sintesi tratta dal Sole 24 ore: “L’Italia, spiega il nuovo programma di finanza pubblica (DEF), spenderà per interessi sul debito il 4,1% del Pil nel 2024, dopo la breve tregua di quest’anno (3,7% grazie all’inflazione un po’ più leggera che riduce i costi dei titoli indicizzati), il 4,2% nel 2025 e il 4,5% nel 2026. Tradotta in euro, la corsa della spesa per interessi sarà: 75,6 miliardi quest’anno, 85,2 il prossimo, 91,6 miliardi e 100,6 nei due anni successivi. Somma enorme, tanto più se confrontata con quelle che per esempio il bilancio dello Stato dedica all’istruzione (52,1 miliardi), alle politiche sociali e alla famiglia (60,7 miliardi), al lavoro (19,4 miliardi), allo sviluppo delle imprese (40,7 miliardi) o all’energia (20,5 miliardi)”.
Prima di analizzare la fantomatica riforma fiscale voglio rassicurare tutti (perdonatemi l’ironia): in autunno non ci sarà alcuna riduzione delle tasse, diversamente ci ritroveremo esattamente come nel 2011 quando il Governo Berlusconi si dimise su pressione dei mercati internazionali e iniziò la stagione dei Governi tecnici. Se in una famiglia (Europa) hai qualcuno (l’Italia) che in modo irresponsabile vuole sfasciare i conti suoi e pure quelli degli altri devi intervenire isolandolo.
Ma veniamo alla tanto decantata e pubblicizzata riforma fiscale. La legge delega per la riforma fiscale (legge 111 del 9 agosto 2023) è stata pubblicata nella Gazzetta Ufficiale 189 del 14 agosto 2023 ed è entrata in vigore il 29 agosto. Dopo aver esaminato il provvedimento stupisce che tra gli osservatori e commentatori favorevoli vi siano molti tecnici del settore, ma sappiamo come “i tecnici” nel nostro Paese siano pronti a salire sempre sul carro del vincitore. Tornando alla presunta “riforma” occorre innanzitutto premettere che trattasi di una legge delega, che contiene semplicemente una serie di assunzioni generali, la cui applicazione dovrà essere confermata da una serie di decreti attuativi futuri. Senza i decreti attuativi le assunzioni della riforma saranno carta straccia.
Occorre poi considerare che quando saranno emanati i decreti attuativi contenenti i provvedimenti veri e propri il Governo dovrà trovare le necessarie coperture finanziarie, ove si tratti di provvedimenti che riducano le entrate. In sostanza l’attuale legge delega è composta da una serie di propositi la cui applicazione pratica è rinviata a data da destinarsi, tranne per la solita “spruzzata” di misure identitarie o provvedimenti “civetta”, cioè provvedimenti che colpiscono la fantasia del cittadino e che vanno incontro alle richieste di questa o quella categoria: Vediamo in sintesi i provvedimenti minori prima di analizzare il cuore della riforma che verrà:
per i dipendenti riduzione della tassazione della tredicesima, degli straordinari e dei premi di produttività (vedremo le coperture);
per i lavoratori autonomi e imprese superamento dell’IRAP (vedremo di cosa si tratta, si vocifera di un aumento di altre imposte in sua sostituzione)
agevolazioni fiscali per chi assume e/o investe;
per i proprietari di immobili strumentali (negozi e simili) allargamento della cedolare secca (flat tax) sui canoni di locazione percepiti.
Alcune delle proposte sopra indicate sono assolutamente congrue, anche se avranno un impatto soprattutto mediatico e serviranno per blandire l’elettorato a cui, in campagna elettorale, erano state fatte promesse spettacolari, che ovviamente non potranno essere rispettate. Di questo non dobbiamo però scandalizzarci, è una formula di cui hanno abusato tutti i Governi negli ultimi quarant’anni, si declina come populismo: concedo qualcosa ad una categoria, es. artigiani o commercianti, ma anche ad altre, pensionati e dipendenti, così non scontento nessuno; non importa se con questo metodo creo un fisco schizofrenico in cui districarsi è un’operazione per sciamani.
Ma analizziamo la principale proposta abbozzata, il cuore della riforma. La madre di tutte le riforme è rappresentata dalla riduzione delle aliquote IRPEF e il progressivo passaggio all’aliquota unica o flat tax. Inizialmente le aliquote IRPEF saranno ridotte da quattro a tre (già il Governo Draghi le aveva ridotte da cinque a quattro) per poi tendere in un futuro non meglio precisato alla famosa aliquota unica o flat tax.
Prima questione: assimilare la riduzione del numero delle aliquote ad una riduzione delle tasse è una affermazione priva di contenuto. Non vorrei essere troppo cattivo ma trattasi di una specie di cura palliativa. La riduzione delle tasse per tutti si ottiene eventualmente con una riduzione delle aliquote e non con la riduzione del loro numero. Riducendo il loro numero si ottiene semplicemente la riduzione delle tasse per alcuni, l’invarianza per altri e in certi casi addirittura il loro aumento in assenza di ulteriori misure, ma aspettiamo fiduciosi i decreti che verranno. Se le tasse non fossero una cosa seria dovremmo trovare divertenti i fiumi di calcoli che sono stati pubblicati da esperti, o presunti tali, per cercare di capire quali saranno gli effetti della riduzione del numero delle aliquote per ogni singolo contribuente. Operazione inutile, nessuno lo sa, neppure il Governo, perché bisognerà attendere i decreti attuativi, che “forse” arriveranno in autunno, o peggio nei prossimi anni. Decreti attuativi che dipenderanno quasi esclusivamente dalle risorse disponibili, che allo stato sono meno di “zero”.
In questa confusione il Ministro Giorgetti (uno dei pochi con i piedi per terra) cerca inutilmente di avvisare i ministri e i partiti della coalizione di governo che in autunno avremo sicuramente problemi di bilancio e non ci saranno risorse per le promesse della campagna elettorale. Non parliamo poi dell’obiettivo finale: la straordinaria flat tax o aliquota unica, panacea di tutti i mali, moloch su cui s’infrangeranno le migliori menti del Paese. Segnalo che secondo i dati del Ministero delle Finanze nel 2022 su 41 milioni di contribuenti: 16,7 milioni di persone, pari al 40 per cento dei contribuenti, hanno dichiarato un reddito lordo inferiore a 15 mila euro; 5,5 milioni di persone, pari al 13,5 per cento dei contribuenti, hanno dichiarato un reddito lordo compreso tra i 15 e i 20 mila euro; 6,7 milioni di persone, pari al 16,5 per cento dei contribuenti, hanno dichiarato un reddito lordo compreso tra i 20 e i 26 mila euro, ecc. Secondo questi dati quasi 29 milioni di italiani, pari al 70% dei contribuenti, ha pagato nel 2022 un’IRPEF compresa tra lo 0% e il 15% del proprio reddito. Questo significa che dalla introduzione di una flat tax al 15% la stragrande maggioranza dei contribuenti italiani non ricaverebbe alcuna riduzione dell’IRPEF, anzi vedrebbe aumentare il proprio carico fiscale in assenza di ulteriori misure. Naturalmente la restante parte dei contribuenti, circa 11 milioni, i più facoltosi, otterrebbero vantaggi crescenti al crescere del reddito dichiarato. Per quanti vogliano divertirsi a valutarne gli effetti della flat tax rinvio al link di un mio precedente articolo:
Contro lo sgretolamento della razionalità in politica, mi candido
Nel tentativo di consegnare al Paese una pseudo flat tax, obiettivo della propaganda elettorale un super tecnico come il viceministro dell’Economia Maurizio Leo ha dovuto escogitare un progetto di riforma che garantisse la progressività costituzionale delle imposte (più guadagni più paghi), sancita dall’art 55 della Costituzione, introducendo un’aliquota unica evitando però l’effetto anticostituzionale per cui ognuno paga la stessa aliquota indipendentemente dal reddito percepito. Una contraddizione che alle persone che hanno studiato matematica alla scuola dell’obbligo parrebbe impossibile da realizzare; ebbene non è così, sappiamo come agli italiani la fantasia non difetti, per cui analizziamo cosa si sono inventati i tecnici del Governo della progettata riforma fiscale, per garantire la progressività delle imposte, pur con l’introduzione della flat tax o aliquota unica. L’aliquota sarà unica ma la progressività della tassazione sarà garantita da detrazioni e deduzioni (progressive immagino).
Tradotto: le spese che solitamente il contribuente deduce o detrae dall’imposta, spesso in modo flat, (Es. le spese mediche che normalmente danno diritto ad una detrazione del 19% della spesa sostenuta) saranno decrescenti all’aumentare del reddito, cioè più sarà alto il reddito del contribuente minore sarà la detrazione o deduzione e viceversa. Senza voler essere troppo cattivo questa invenzione sembra il gioco delle tre carte. Questo meccanismo complicato consentirà al Governo di poter affermare di aver introdotto la flat tax e nello stesso tempo di aver rispettato la progressività prevista dalla Costituzione.
Quindi cambierà tutto per non cambiare nulla o in peggio. Una cosa sicuramente cambierà: l’introduzione di questa pseudo flat tax non determinerà alcuna semplificazione fiscale. Il povero contribuente dovrà rivolgersi sempre ad un professionista per farsi calcolare le imposte dovute e il professionista dovrà rivolgersi alle case di software per aggiornare i programmi per la loro redazione, con buona pace della annunciata semplificazione. Naturalmente, come ho già sottolineato, con questo cambiamento di paradigma qualcuno ci guadagnerà e qualcuno ci perderà: ad oggi non è dato sapere chi, anche se in linea teorica la flat tax dovrebbe avvantaggiare i più ricchi. Come al solito nella riforma non sembra invece siano previsti grandi cambiamenti per migliorare il principio costituzionale dell’equità fiscale, da sempre disatteso.
Ricordo che una riforma fiscale incentrata sull’equità sarebbe l’unica riforma fattibile senza particolari vincoli di bilancio. Perseguire l’equità fiscale avrebbe il pregio di aumentare le entrate generando pertanto le risorse necessarie per ridurre la pressione fiscale a chi paga più di altri. Raggiungere il principio costituzionale che ad uguale reddito debba corrispondere una uguale tassazione in Italia sarebbe una vera e propria rivoluzione. Una rivoluzione a costo zero. Le decine di leggi varate negli ultimi 30-40 anni, e anche quelle previste dalla attuale riforma, spesso decise per avvantaggiare una o più categorie di contribuenti, che hanno il vizio di votare alle elezioni (sappiamo come in Italia le corporazioni abbiano un potere enorme), hanno creato un enorme disparità di trattamento tra i contribuenti. Intere categorie di cittadini oggi non pagano l’IRPEF, indipendentemente dal loro reddito, per esempio gli amici agricoltori.
Anno per anno l’introduzione di numerose flat tax con aliquota ridotta (5%, 10%, 21%, 26%) sui redditi da locazione, redditi di capitale, lavoratori autonomi e d’impresa forfettari, ha creato una segmentazione incomprensibile tra chi beneficia dalla flat tax e chi invece paga l’IRPEF in modo progressivo (dipendenti tutti, imprese individuali, società di persone e professionisti che superano alcuni parametri), nella indifferenza totale delle Istituzioni, dei Governi, di chi dovrebbe far rispettare la Costituzione e pure degli italiani.
Per ridurre le imposte e semplificare il sistema fiscale italiano basterebbe un po’ di buon senso: puntare sull’equità fiscale. Ma puntare sulla sacrosanta equità per i politici di qualsiasi colore significherebbe tornare indietro rispetto alle “marchette” concesse a chi vota negli ultimi 30/40 anni, con conseguenze immaginabili sul consenso necessario per governare. Questa operazione sembra impossibile in un Paese come il nostro, se consideriamo come sia sufficiente che quattro gatti, numericamente ininfluenti, come i tassisti e i balneari siano stati in grado di bloccare per anni riforme di buon senso, che sarebbero utili a tutti i cittadini, figuriamoci far pagare l’IRPEF agli agricoltori. Pace e bene.
Mauro Peveri




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