Le Rubriche di PiacenzaSera - Inter Cultura

Piacenza ha un buon livello di integrazione linguistica e sociale, cittadinanza sia più rapida

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Qual è il livello dell’integrazione degli alunni stranieri nelle scuole piacentine? Proponiamo di seguito la riflessione di Gian Carlo Sacchi per la rubrica Inter Cultura.

È noto che la presenza di alunni provenienti da altri Paesi fa di Piacenza una delle città italiane con il più alto tasso di immigrazione e negli anni essi hanno occupato anche i principali centri della provincia, in modo che si andasse a riequilibrare il notevole calo delle nascite tutt’ora presente. Anche se i flussi in ingresso sono in via di rallentamento, sempre più è significativa la presenza nelle nostre scuole delle così dette seconde e in qualche caso già terze generazioni, cioè i giovani nati in Italia, con alle spalle famiglie di culture diverse, che grazie al contatto con i servizi educativi, fin dalla prima infanzia, hanno potuto intraprendere un percorso di integrazione nella società di arrivo, che non solo ha favorito l’apprendimento linguistico nei piccoli, ma anche la comunicazione tra gli adulti, con una positiva ricaduta sul piano sociale e cittadino.

Mancando qualunque tipo di politica sull’accoglienza dei nuclei familiari al di fuori di eventuali prestazioni assistenziali, si può dire sia stata la scuola il primo vero momento di cittadinanza attiva, oltre che per la presenza di numerose associazioni di volontariato che hanno accompagnato l’inserimento dei nuovi cittadini e che insieme contribuiscono a costruire un’immagine sociale di armonia e stabilità, che ancora oggi, nonostante un’esperienza abbastanza lunga, viene messa in discussione dai cacciatori di disservizi che intendono trasformare l’integrazione in una questione di ordine pubblico. È la scuola piacentina ad aver svolto un ruolo di mediazione educativa e sociale e tutt’ora esercita un’azione di monitoraggio degli ingressi non solo per evitare concentrazioni difficili da gestire, ma mettendo in relazione la residenza con i luoghi di lavoro dei genitori al fine di offrire una scolarizzazione più agevole ed efficace. Non vogliamo tornare sulla didattica, di cui abbiamo parlato in altre occasioni, se non per sottolineare come il contesto interculturale abbia modificato l’intera gestione dell’apprendimento indirizzandola verso l’internazionalizzazione del sistema scolastico territoriale.

Il conflitto generato nei primi tempi degli arrivi di massa tra chi temeva che gli stranieri rallentassero il programma e chi pensava che troppi stranieri impedissero l’insegnamento efficace della lingua italiana, è in gran parte superato per gli sforzi compiuti dalle scuole stesse circa il costante miglioramento dell’offerta formativa, che può riguardare anche gli adulti, da un’azione congiunta con associazioni che a loro volta collegano l’attività didattica con il sostegno agli alunni ed alle famiglie. Il livello di integrazione viene misurato da un lato dalle indagini relative al successo formativo, che rivelano un progressivo superamento del gap nei confronti degli italiani e dall’altro da progetti che cercano di sondare lo stato di soddisfazione dei giovani stessi, come è successo di recente per una iniziativa finanziata dal ministero dell’interno i cui risultati sono stati presentati in Prefettura, che ha riguardato giovani delle scuole secondarie di primo e secondo grado nelle quali è presente un elevato numero di stranieri e condotto con il metodo autobiografico. Alcune delle più significative interviste sono state presentate in un video in cui i ragazzi dimostrano disinvoltura e piena padronanza delle necessarie capacità di comunicazione e di espressione, per ciò che riguarda la loro storia, e così come tutti gli altri partecipanti hanno scritto della loro consapevolezza circa la problematicità, ma anche la soddisfazione di poter convivere con culture diverse, che considerano un arricchimento, addirittura uno di loro si ritiene molto fortunato. Dicono di essere stati accettati dai compagni e dai docenti e di aver ricevuto aiuto per le loro difficoltà e tutti vogliono continuare il loro percorso in Italia.

Questi ragazzi sembrano dunque ben integrati e la metodologia dell’accompagnamento, dell’attenzione allo sviluppo e non dell’assimilazione o dell’imposizione si è rivelata la più adatta far convivere le diverse identità che vanno evidenziate, ma messe in relazione, perché crescano nel rispetto reciproco e delle regole comuni, dalle quali si impara il metodo democratico. Una città per tutti, è il titolo del progetto, Piacenza la può diventare proprio a partire dalla scuola, che dovrebbe essere aiutata maggiormente nel suo intento. Stiamo ancora aspettando ad esempio i docenti di italiano seconda lingua, apposta per gli stranieri, che pur avendo previsto la classe di concorso non vengono messi a disposizione i posti, e quando arriveranno forse non serviranno più in quanto non si tratta di un insegnamento “speciale”, ma i giovani, anche quelli più in difficoltà per la scolarizzazione pregressa, guadagnano di più con un efficace approccio interculturale rispetto a momenti dedicati, ma isolati, con una buona organizzazione di gruppi di lavoro, flessibili, ma integrati, per un apprendimento che non viene solo dall’alto della cattedra ma anche in cooperazione tra i pari e in costante riferimento al territorio. A dire di chi ha condotto questo progetto, Piacenza presenta un buon livello di integrazione sul piano linguistico e sociale, i ragazzi riflettono una positiva apertura verso il futuro nella nostra città, segno che anche le famiglie che stanno loro accanto hanno sincera motivazione a permanere, contribuendo così alla crescita della comunità. Sarebbe quindi ora di accelerare sul conferimento della cittadinanza, senza ulteriormente indugiare su speculazioni di carattere politico.

_Gian Carlo Sacchi

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