Alunni stranieri in classe: intercultura e italianità (o viceversa)
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Uno sguardo retrospettivo a come si è realizzata nelle nostre scuole l’integrazione di alunni provenienti da contesti migratori consente di esprimere senza ombra di dubbio un giudizio positivo per l’impegno ottenuto da una sinergia di azioni tra ricerca, didattica e amministrazione. Pur dovendo far fronte a non poche criticità soprattutto all’inizio, quando cioè il fenomeno migratorio è esploso nel nostro Paese, con consistenti arrivi di nuclei familiari o di ricongiungimenti a chi era già presente sul nostro territorio, la scolarizzazione dei neoarrivati ha comportato innanzitutto una grossa operazione di accoglienza e di inserimento nell’ambiente scolastico. Tutti ricorderanno le linee guida del ministero al riguardo del 2006, che ha cercato di creare l’habitat per questi nuovi scolari, con l’impiego di mediatori linguistici e l’insegnamento della lingua italiana, anche mediante un massiccio intervento degli enti locali e del volontariato.
I documenti ufficiali tracciavano la linea d’azione, non bastava infatti riconoscere e conservare le diversità preesistenti, nella loro pura e semplice autonomia, bisognava, invece, sostenere attivamente la loro interazione e la loro integrazione attraverso la conoscenza della nostra e delle altre culture, in un confronto che consenta, pur nella identificazione del contesto nazionale in cui si sono inseriti, di ricostruire un nuovo contesto culturale per tutti, italiani e stranieri. Allora non fu presa in considerazione l’idea della assimilazione in tutto alla nostra realtà, in quanto soprattutto i giovani venivano condizionati nell’abbandonare i luoghi di provenienza a fronte di un difficile inserimento nella nuova società. I contrari all’immigrazione lanciarono l’allarme sulle difficoltà che i nuovi arrivati avrebbero provocato nell’apprendimento, al punto che il ministro Gelmini emanò una circolare che vietava in ogni classe di avere più del 30% di alunni immigrati. Tale percentuale si rivelò difficile da rispettare date le condizioni eterogenee dei territori nei quali approdavano i migranti, per cui subito ci fu la necessità di creare delle deroghe, tuttora vigenti, ma tutto sommato inutili in quanto l’azione educativa e didattica delle scuole e dei docenti riuscì a superare la difficoltà bypassando anche la più acerrima protesta di quei genitori che volevano iscrivere i figli in scuole dove non fossero presenti i migranti.
Nel 2014 un secondo documento ministeriale evidenziò quasi l’importanza di tale presenza per l’internazionalizzazione del sistema scolastico. Le famiglie, che chiedevano alle scuole esperienze internazionali per i loro figli, specialmente nelle superiori, avevano accettato la presenza del plurilinguismo nelle classi, e nel frattempo le indagini INVALSI sugli apprendimenti nella lingua inglese misero in evidenza il maggiore successo degli stranieri, con la spiegazione che quegli studenti che già possedevano due lingue, facevano meno fatica ad impararne un’altra. A questo si aggiungeva il fatto che sempre più numerosa era la compagine di giovani nati in Italia da genitori stranieri, che avevano frequentato quasi tutto il primo ciclo di istruzione pur non avendo la cittadinanza. Un terzo documento emanato nel 2020 proponeva l’universalità dell’intercultura. Era sostenuto dalle Indicazioni Nazionali per il Curricolo del primo ciclo che già nel 2012 affermavano che “l’intercultura è già oggi il modello che permette a tutti i bambini e ragazzi il riconoscimento reciproco e dell’identità di ciascuno…La scuola raccoglie con successo una sfida universale, di apertura verso il mondo, di pratica dell’uguaglianza nel riconoscimento delle differenze. La promozione e lo sviluppo di ogni persona stimola in maniera vicendevole la promozione e lo sviluppo delle altre persone: ognuno impara meglio nella relazione con gli altri. Non basta convivere nella società, ma questa stessa società bisogna crearla continuamente insieme…Non dobbiamo dimenticare che fino a tempi assai recenti la scuola ha avuto il compito di formare cittadini nazionali attraverso una cultura omogenea, oggi, invece, può porsi il compito più ampio di educare alla convivenza proprio attraverso la valorizzazione delle diverse identità e radici culturali di ogni studente”.
Nel 2019 viene approvata una legge che rende obbligatorio l’insegnamento dell’educazione civica e nelle linee guida il ministero evidenzia l’intercultura tra i temi fondamentali della nuova cittadinanza. Ma nel 2024 il ministro Valditara emana nuove linee guida per l’educazione civica, che sembrano un’inversione di tendenza, in quanto indica “il formarsi dell’identità della nazione italiana, anche attraverso il percorso storico, valorizzando la storia delle diverse comunità territoriali è il punto di arrivo della scuola che deve favorire l’inclusione per chi non utilizza l’italiano come lingua veicolare e quindi degli alunni stranieri nella scuola italiana: rafforzare il nesso tra senso civico e di appartenenza alla comunità nazionale potrà restituire l’importanza al sentimento dei doveri verso la collettività, alla coesione di una comune identità italiana, consapevolezza che favorisce un’autentica integrazione”, ed annuncia una commissione per la revisione delle indicazioni nazionali per il curricolo del 2012. Riprende quota la percentuale degli alunni stranieri nelle classi, che cala al 25% anche se si parla di neoarrivati, ai quali va fatto un corso extracurricolare iniziale di lingua italiana, come dire gruppi separati per un consistente periodo. Solo in questi gruppi, ammesso che si riesca a metterli insieme, magari abbinando più scuole, perchè la maggior parte di loro è nato in Italia ed ha già frequentato le scuole italiane, verrà inserito un insegnante specializzato. Anche se non ce n’era bisogno si sono riacutizzate le polemiche della prima ora, con i genitori che vogliono iscrivere altrove i loro figli, e di tutta l’esperienza maturata ed i successi ottenuti da alunni stranieri agli esami italiani non si parla, anzi si esclude l’intercultura a beneficio dell’italianità.
Si potrebbe dire: corsi e ricorsi della storia, ma a queste concezioni è legato il discorso della cittadinanza, che potrà essere più accogliente in un’ottica aperta, di scambio e di reciproco arricchimento, oppure più chiusa ed esigente nella misura in cui si deve superare l’esame di italianità. E’ il caso sapendo della necessità che la nostra economia e società hanno degli stranieri? Un certo atteggiamento li allontana rischiando anche noi di finire come le Banlieue.
Gian Carlo Sacchi







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