“A Liverpool con i Beatles” Nel libro di GB Menzani il viaggio alle radici dei Fab Four fotogallery
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È da qualche giorno in libreria “A Liverpool con i Beatles”, l’ultima fatica letteraria di Giovanni Battista Menzani, direttore editoriale di LOW e Officine Gutenberg. Il volume, inserito nella collana “Passaggi di dogana” di Giulio Perrone Editore, è un libro di viaggio; prima di tutto; un viaggio nel profondo di una città che è spesso stata definita “rough”, ovvero rozza, addirittura violenta. Una città industriale e quindi brutta, volgare, poco interessante. “Una sorta di Siberia anglicizzata”, ha addirittura scritto Bob Spitz: “una città desolata, isolata. Grande lavoratrice, vestita di scuro e dimenticata dal resto del mondo”. Ma si tratta di un banale stereotipo. “A Liverpool con i Beatles” è anche un libro di storia, o di storie, e di geografia urbana. Metà saggio, metà romanzo. E soprattutto un atto d’amore per i Beatles e per la musica, la musica che ci ha salvato la vita.

La prima domanda che l’autore si è fatto è perché proprio a Liverpool. Ebbene, per molti secoli, il porto di Liverpool è stato il principale scalo continentale dei commerci con l’Africa e le colonie. Qui transitavano non solo stoffe, armi, zucchero, tabacco e caffè; dall’America arrivavano – ancor prima che a Londra – anche i dischi di Chuck Berry, Buddy Holly, Gene Vincent ed Elvis Presley, ovvero la scintilla che serviva alla nascita del cosiddetto “Merseybeat”; Lennon e McCartney hanno dichiarato di avere avuto in regalo dei 45 giri da marinai del porto, a volte li hanno barattati con dischi di jazz rubati nei negozi del centro città. Inoltre, l’immigrazione – soprattutto irlandese, Liverpool fu ribattezzata infatti “La seconda capitale d’Irlanda” – stava portando in città nuovi ritmi e nuovi suoni.
Tra le tante band nate tra la fine dei Cinquanta e l’inizio dei Sessanta, anche i favolosi Beatles. Il libro ripercorre l’irripetibile epopea di quattro ragazzi della working class cresciuti tra le strade di una città povera e tetra, che con grande fatica si stava riprendendo dalle ferite e dalle devastazioni della guerra. Le tappe del viaggio comprendono le case dell’infanzia di John e di Paul, il luogo dove avvenne il loro storico primo incontro (la Hall di St Peter’s Church), la tomba di una certa Eleanor Rigby, i quartieri di George e Ringo, il capolinea dell’autobus a Penny Lane e l’ex orfanotrofio di Strawberry, i templi del football e infine, ovviamente, il Cavern e gli altri club dei loro esordi. Tra essi, il Casbah – “Il Casbah Coffee Club è come la tomba di Tutankamen, un germe che ha cambiato il mondo”, sostiene il nipote di Pete Best, il primo batterista della band –, lo Ye Cracke, prima sede dei sedicenti “Dissenters”, e infine lo Jacaranda: I Silver Beatles – John, Paul, George e Stuart – andavano spesso allo “Jac” per una birra o un caffè da sei penny; all’epoca (1960-61) avevano sempre le tasche vuote. Dopo qualche insistenza, erano riusciti a ottenere un ingaggio per il lunedì sera, ovvero la serata lasciata libera dalla band fissa del locale, un quartetto chiamato Royal Caribbean Steel Band capitanato da Spree Simon (che poco dopo tornò a Trinidad perché a Liverpool, disse, c’era sempre freddo). Ricorda Mark Lewisohn: “Siccome lo scantinato non disponeva di aste per i microfoni, le fidanzate dei membri della band dovevano sedersi ai piedi del palco reggendo manici di scopa e spazzoloni capovolti, in cima ai quali erano legati alla bell’e meglio i microfoni”.
Una ricostruzione puntuale e commossa di un apprendistato lungo e faticoso, che vuole contribuire a sfatare il mito di un successo rapido e tutto sommato facile, o a smontare l’idea che i Beatles siano stati una delle prime boy band, ovvero un prodotto da laboratorio. Vengono qui, invece, narrate le imprese e le peripezie di un gruppo di amici che scorrazzavano tra le strade di Liverpool alla ricerca di un posto dove suonare alla sera, anche una cantina o un oratorio parrocchiale, che affrontavano un tour tra le highlands scozzesi su un pulmino sgangherato senza più il parabrezza, che suonavano per dieci ore a fila nei localacci del porto di Amburgo, dormendo insieme nel sottoscala di un cinema a luci rosse: [Una sera] Parnes si accorse dei gruppi del Merseyside; dopo un’audizione al Wyvern Social Club, egli procurò ai Beatles, ai quali venne affiancato l’esperto drummer Tommy Moore, un tour in Scozia come spalla di Johnny Gentle. Si trattava per lo più di tristi sale da ballo o di piccoli pub situati in luoghi dimenticati da Dio tra le highlands del nord-est. Fu un’avventura: Gentle, alla guida del furgone, tamponò una Ford con due anziane signore a bordo, e nell’impatto Moore si procurò un taglio in faccia; medicato in ospedale, fu costretto dal gestore di un locale di Fraserburgh a salire comunque sul palco. A Forres, un’anonima località sul Moray Firth, i cinque si videro costretti a scappare dall’albergo senza nemmeno saldare il conto. Avevano toccato il fondo: erano sfiduciati e delusi, sporchi e affamati. Ma non è finita qui. Nel giugno del 1960 Tommy Moore, amareggiato per i continui insuccessi, non si era presentato a un’esibizione al Grosvenor Ballroom di Wallasey, lasciandoli in braghe di tela. Loro non si persero d’animo, salirono sul furgone e andarono a cercarlo fin sotto casa, in Fern Grove, a Toxteth, dove li accolse la fidanzata, che li mandò letteralmente a cagare: “Tommy ha finito di perdere il suo tempo con dei perdenti come voi”, ecco quello che – più o meno – la sventurata quella notte disse a John Lennon, Paul McCartney e George Harrison (e Stuart Sutcliffe). Se ne sarà mai pentita?









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