Le Rubriche di PiacenzaSera - Inter Cultura

La Chiesa piacentina e il dialogo interculturale: scuola come luogo di accoglienza

Il convegno “la scuola protagonista dell’intercultura e della comunione fra i popoli”, organizzato dagli uffici pastorali per l’immigrazione e la scuola della Diocesi, è stata l’occasione per ribadire l’impegno della Chiesa piacentina di fronte al fenomeno migratorio, che, com’è noto, costituisce un particolare impegno per le diverse realtà sociali e istituzionali, essendo la città abitata dal maggior numero di stranieri dopo Prato. E mentre in Toscana c’è una comunità abbastanza omogenea di persone provenienti dal territorio cinese, nella provincia di Piacenza siamo di fronte a diverse nazionalità, con un intreccio di culture, religioni, usi e costumi, ed anche nelle classi scolastiche, nonostante il Ministero preveda percentuali di alunni stranieri rispetto agli italiani, in molte scuole ormai è impossibile rispettare il tetto per l’aumento dei nuovi arrivati, di prima e seconda generazione, di fronte al decremento demografico, anch’esso in aumento, della popolazione autoctona.

La Chiesa Cattolica lavora da anni sul dialogo interreligioso, celebra ad ogni festività dell’Epifania la messa delle genti, riempiendo la cattedrale di bandiere di Stati diversi, svolge un’azione di assistenza agli immigrati non solo nel campo della fede, ma anche sul versante linguistico e sociale, dell’avviamento al lavoro e della conoscenza del territorio. L’ufficio diocesano per l’immigrazione ha sede presso la Congregazione dei missionari Scalabriniani, una realtà famosa in tutto il mondo per la competenza nella gestione del fenomeno migratorio, che a Piacenza ha realizzato un liceo con un indirizzo sperimentale proprio nell’interpretazione sociologica di tale fenomeno e che ci ha lasciato due opere letterarie interculturali, intitolate “lo Straniero”, utili per tutti gli studenti che vogliono approfondire il settore.

Per cogliere l’atteggiamento che deve animare il lavoro dei cattolici piacentini valgano alcune affermazioni del Vescovo diocesano nell’omelia pronunciata nella scorsa festa dell’Epifania. “Il volto della Chiesa già oggi è da ricercare oltre che nelle bandiere, nei canti multilinguistici, nella pluralità della provenienza delle persone; l’invito è di guardare ad una comunità ecclesiale nuova, è di rendere questa ricchezza facendola partecipare alla vita dei consigli pastorali. E’ iniziato un processo di trasformazione del nostro essere cristiani; a noi la responsabilità di promuovere lo scambio virtuoso, lasciando cadere un’idea esclusiva di cristianesimo, quella che ci ha generati. Se loro hanno bisogno di noi, anche noi abbiamo bisogno di loro a vari livelli”.

Ma torniamo al convegno, aperto dal direttore dell’ufficio per la pastorale dei migranti, padre Mario Toffari, il quale ha voluto subito colpire al cuore del problema: la Chiesa di Piacenza va oltre la parola integrazione nei confronti degli stranieri, come se ci fosse da inserire qualcuno dentro a qualcun altro, ma vuole arrivare alla parola comunione tra i popoli. Moderato dal direttore dell’ufficio di pastorale scolastica Claudio Ferrari, è stata introdotta la prima relazione del dirigente dell’ufficio scolastico provinciale Andrea Grossi, il quale ha raccolto perlopiù le preoccupazioni e le perplessità che i cittadini nutrono nei confronti del fenomeno migratorio, sia per la diversità delle regole ed il mutare delle proporzioni nei gruppi sociali, sia per la scarsa competenza linguistica che spesso caratterizza i giovani scolari con provenienze diverse, specialmente per quanto riguarda la così detta “lingua dello studio”.  Spesso lo scarso adattamento li spinge a scegliere indirizzi scarsamente qualificati e a costituire gruppi della stessa nazionalità chiusi che rischiano la ghettizzazione e il conflitto sociale.

Il ruolo della scuola è innanzitutto quello dell’accoglienza ed del riconoscimento del valore umano e culturale dell’altro, per far leva sulle potenzialità degli studenti, che devono imparare a tradurre i simboli culturali e contestualizzarli, verso quelli più importanti per noi, per creare dei significati nuovi. Attenzione a non sovrapporre i simboli, ha richiamato il relatore, per evitare conflitti e violenze e dare inizio ad una nuova strada. La pedagogista Stefania Mazza ha parlato della progettazione didattica, che non può avvenire all’interno delle mura scolastiche, ma deve integrarsi con gli altri soggetti sociali. Gli adulti progettano, ma siamo sicuri che tengano conto dei bisogni dei giovani, specialmente se di diverse provenienze e culture? Non si tratta infatti di operare solo dal punto di vista cognitivo, ma anche relazionale per un apprendimento che avviene in gruppo. La scuola deve stare nella contemporaneità e quindi in una prospettiva interculturale. Ha portato l’esempio di una lezione inclusiva, che parte dall’accoglienza, che va reinterpretata in ogni momento dell’attività didattica, si sviluppa nella spiegazione, nell’esercitazione, fino ad arrivare in modo ciclico ad una sintesi. Una progettazione che lascia spazio per l’originalità dell’allievo con i suoi retroterra culturali.

Due testimonianze di docenti, uno della scuola primaria, Antonello Mortilla, ed una della secondaria superiore, Silvia Manzi, hanno parlato di accoglienza ed accompagnamento, dell’insegnamento dell’italiano come seconda lingua: le parole infatti sono le armi della conoscenza e il docente deve far da tramite tra i neoarrivati e gli altri studenti, allargando alla relazione familiare e sociale, andando oltre la didattica. Nell’esperienza riportata non si registrano conflitti per il colore della pelle o l’etnia; non trascurare dunque altri contesti, oltre quello occidentale, in modo da far dialogare le culture e che l’altro diventi prossimo. Rita Parenti, presidente dell’Associazione Mondo Aperto, un’organizzazione nata per l’assistenza agli immigrati soprattutto nell’apprendimento della lingua italiana e dell’integrazione sociale, ha sottolineato l’importanza non tanto di parlare degli stranieri quanto di parlare insieme, con l’apporto dei mediatori linguistico-culturali che a Piacenza svolgono una funzione importante in diversi settori  della vita istituzionale ed in particolare nella scuola; questi sono diventati ormai una parte del sistema, non solo per l’aumento delle competenze linguistiche, ma anche sul fronte dei rapporti con le famiglie immigrate e per l’orientamento dei giovani verso percorsi di studio e di lavoro. Una città con così tanti stranieri ha bisogno di una comunicazione facilitata e di una informazione più trasparente ed efficace.

Le conclusioni, affidate al Vescovo Adriano Cevolotto, hanno riproposto il tema della formazione dei giovani, proprio in vista di una comunità destinata a mutare le proporzioni tra italiani e stranieri, indicando la scuola come luogo primario di socializzazione. La spinta all’integrazione è nell’ottica dell’arricchimento reciproco: anche gli italiani infatti beneficiano di una socializzazione pluralistica. La preoccupazione è per i docenti, affinchè il loro enorme impegno sia sostenuto da adeguati strumenti per insegnare in un contesto completamente cambiato. E’ importante che sappiamo meritare la fiducia di chi viene da altre realtà e condizioni sociali. E’ necessario pertanto superare la paura che attraversa questo tipo di relazione. Ha manifestato la disponibilità da parte di parrocchie e oratori a collaborare ad iniziative di doposcuola o di sussidiarietà per accompagnare questi ragazzi: l’intervento della Chiesa piacentina non è soltanto per l’educazione alla fede, ma per l’educazione della persona tout court, in collaborazione con la scuola che da sola non può farsi carico oltre misura di tanti cambiamenti, ponendo la corresponsabilità della famiglia. L’immigrazione, ha concluso il Vescovo, è una grazia e il beneficio potrà venire a tutti anche agli italiani. (GS)

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