L’Italia delle migrazioni, tra formazione e lavoro: la scuola motore del cambiamento
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Nell’ultimo scorcio di quest’anno sono usciti ben quattro rapporti che riguardano le migrazioni nel nostro Paese, segno della sempre maggiore rilevanza che assume il fenomeno e della portata che esercita, sia sull’organizzazione sociale, sia sullo sviluppo economico. Una particolare attenzione in tutte le ricerche è posta sulla socializzazione e formazione dei giovani, pietra angolare del riequilibrio demografico e della capacità di innovazione. La sensibilità degli italiani, però, viene pilotata dalla politica nella direzione della diffidenza nei confronti di famiglie provenienti da Paesi stranieri bisognose di accoglienza nelle nostre città, anche quando portano lavoro utile alle nostre imprese e potenziali cognitivi e relazionali che hanno bisogno di essere educati e fatti crescere in idonei spazi di apprendimento. Siamo talmente concentrati sui rischi che il nostro acquisito benessere può correre, sia sul fronte della società che della scuola, che non ci rendiamo conto dei vantaggi che questi nuovi cittadini potrebbero portare sul piano dell’apertura ad una visione internazionale e al superamento delle criticità che una comunità statica e avanti negli anni, nella quale attualmente viviamo, potrebbe rinchiuderci.
Prima però di guardare oltre ai confini nazionali dobbiamo affrontare questioni non risolte nel nostro lungo stivale, con i divari territoriali che sono stati – e sono tuttora – occasioni di migrazione interna, quando non di emigrazione, soprattutto per quanto riguarda i nostri giovani in cerca di un lavoro soddisfacente e di migliori condizioni di vita. Il rapporto SVIMEZ ci ricorda che la crescita dell’occupazione italiana interessa i più istruiti e questo anche nel Mezzogiorno dove la crescita è stata per gli occupati in possesso di un titolo di studio terziario, ma la tenuta sul piano del lavoro dipende anche dai servizi per l’infanzia che ancora oggi sono caratterizzati da un’estrema frammentazione dell’offerta e da profondi divari territoriali sfavorevoli al Mezzogiorno in termini di strutture pubbliche e private e di finanziamenti pubblici per il funzionamento dei servizi. Si è andato ampliando il divario tra il Centro-Nord e il Mezzogiorno per quanto riguarda le immatricolazioni universitarie: al Sud sono calate del 4%, al Centro-Nord c’è stato un aumento del 30%. Incidono infatti sul calo negli atenei meridionali i flussi migratori dei giovani studenti; nel 2010 era il 18,5% dei meridionali che optava per un corso di laurea al Centro-Nord, nel 2021 sono il 22,5%. Il 50% che si iscrive ad una laurea magistrale lo fa in una università del Centro-Nord.
Tra il 2001 e il 2021 la quota di emigrati meridionali con elevate competenze si è quasi quadruplicata, la SVIMEZ stima che nel 2022, per la prima volta nella storia delle migrazioni interne italiane, la quota di laureati sul totale degli emigrati del sud supererà quella relativa a titoli di studio inferiori. Il fenomeno delle migrazioni intellettuali non riguarda la direzione sud-nord, ma anche quella Italia-estero. Il Paese presenta persistenti saldi migratori negativi di laureati verso altri Paesi, tuttavia se il Centro-Nord è in grado di compensare questa perdita consistente di capitale umano attraendo competenze dal Mezzogiorno, le migrazioni interne amplificano il fenomeno della perdita secca di forza lavoro qualificata nelle regioni del sud compromettendo seriamente i meccanismi della crescita economica per l’area.
Se dunque la migrazione interna tende a spostare la popolazione più qualificata verso il nord, il dossier statistico di IDOS ci dice che siamo prossimi ad un calo di forza lavoro nei paesi sviluppati ed un innalzamento nei Paesi in via di sviluppo; senza immigrazioni mantenere l’equilibrio occupazionale richiederebbe eliminare posti di lavoro nei paesi ricchi e crearne in quelli poveri. Nel 2023 circa 300 milioni di persone vivono in un paese diverso da quello di nascita, 183 milioni possiedono una cittadinanza straniera e il saldo migratorio per i Paesi del nord è positivo; il numero di migranti forzati è aumentato, oltre il 70% proviene da Paesi in crisi alimentare o in presenza di conflitti. Il “piano Mattei” del governo italiano intende limitare l’immigrazione garantendo sicurezza energetica, miglioramento ambientale e socio-economico dei Paesi origine dei flussi, ma sia in Italia che in diversi Paesi europei si considera l’immigrazione una minaccia alla sicurezza ed alle economie, anche se da noi gli immigrati-lavoratori dopo aver pagato tasse e contributi riescono ad inviare ai parenti nei Paesi d’origine 8,2 miliardi di euro di rimesse. Anche l’UE deve affrontare la carenza di forza lavoro, causa una popolazione che invecchia ed una formazione inadeguata, e quindi cercare di attrarre lavoratori qualificati in un mercato del lavoro sempre più competitivo.
Le persone straniere residenti in Italia sono tornate a crescere dopo la pandemia, ma diminuiscono le nascite e resta rilevante l’incidenza dei nuovi nati stranieri, confermando il contributo al declino demografico del Paese; anche l’acquisizione della cittadinanza italiana si attesta a livelli elevati e sono aumentati i permessi di soggiorno per lavoro. Chi ha seguito corsi di formazione nei paesi di origine riconosciuti dall’Italia entra fuori quota flussi (14 programmi di formazione sono riconosciuti in 10 paesi e in 10 comparti); numeri ancora molto esigui, che segnalano l’urgenza di approcci più inclusivi in linea con i fabbisogni effettivi del Paese. Si chiede un maggiore collegamento tra le politiche di accoglienza e asilo con il mercato del lavoro.
I lavoratori stranieri sono sovraistruiti per i lavori a cui sono adibiti, spesso di qualità inferiore ai titoli posseduti; in costante aumento sono le imprese guidate da stranieri. I NEET di altri paesi sono superiori agli italiani (29,6% dei 18-29 anni, rispetto al 19,4% dei coetanei italiani). Tra i diplomati di altre provenienze, il 38,5% si è iscritto all’università, ma all’elevarsi del livello formativo cala questo tipo di studenti: 13,3% della scuola primaria, 12,5% dell’infanzia, 11,7% secondaria di primo grado, 8,4% di secondo grado, con il 67,1% che sceglie istituti tecnici o professionali, a fronte del 46,4% degli italiani.
Anche il difficile accesso alla cittadinanza italiana gioca nei processi di riconoscimento dei giovani di origine straniera: coloro che l’hanno ottenuta, ci dice Caritas-Migrantes, nel 2023 superava le 200 mila unità; la popolazione straniera è più giovane di quella italiana: 20,6% fino a 17 anni, 10,8% da 60 anni in su, 10,7% tra i 35 e i 39 anni, 10,2% tra i 40 e i 44 anni. Il 35,1% delle aziende ha assunto almeno un lavoratore straniero e i contratti di lavoro per loro sono 2.518.047, come personale non qualificato: agricoltura, pulizie, costruzioni, spostamento e consegna merci. Dal 2019 al 2023 le domande dei lavoratori immigrati sono aumentate del 13,6% ed aumentano anche le assunzioni di tecnici qualificati. Il numero degli alunni con cittadinanza non italiana si avvicina all’11,2% della popolazione scolastica, di cui il 64,5% è nato in Italia: negli ultimi anni sono cresciuti i bambini e i ragazzi non accompagnati e rifugiati; le principali difficoltà di riuscita nel percorso formativo riguardano la ridotta frequenza della scuola dell’infanzia, il ritardo scolastico a seguito del ritardato inserimento iniziale e delle ripetenze, la difficoltà nel completamento e nel proseguimento degli studi, i disturbi dell’apprendimento, nella lingua italiana e di orientamento da parte dei neo arrivati. Gli iscritti all’università sono 121.165, il 6,3% degli immatricolati, che negli ultimi 10 anni è cresciuta del 74%.
Con la Fondazione Moressa viene esaminata l’economia dell’immigrazione. Gli immigrati rappresentano il 9% del PIL e hanno un basso impatto sulla spesa pubblica; dal punto di vista fiscale i loro contribuenti sono 4,6 milioni, il saldo fiscale della popolazione immigrata rimane attivo con tasse e contributi che superano i servizi welfare loro destinati. Nel 2023 sono presenti 775.559 (10,4%) imprenditori nati all’estero e 586.584 (11,5%) imprese a conduzione straniera. Negli ultimi dieci anni gli imprenditori nati in Italia sono calati del 6,4%, mentre quelli nati all’estero sono aumentati del 27,3%. Il valore aggiunto prodotto da questi nuovi occupati ammonta a 2.734.000 e il PIL dell’immigrazione è di 164.241 milioni di euro.
Tra le politiche di innovazione, dunque, sono da annoverare la capacità di attrarre e trattenere gli stranieri, a cominciare dagli studenti. Sarà infatti necessario migliorare l’offerta formativa non solo universitaria in un’ottica plurilinguistica, in un contesto coerente con le nostre vocazioni economiche e culturali organizzate in prospettiva interculturale, accompagnata da servizi e incentivi, anche economici, per chi proviene da aree in via di sviluppo, oltre a condizioni che favoriscano l’occupazione. Non è più necessario delegare al Parlamento strade che portino alle riforme scolastiche, sono le scuole stesse, dotate della necessaria autonomia, a sperimentare quotidianamente i cambiamenti che avvengono nel corpo sociale, dovuti alla necessità di inquadrare e far dialogare le diverse culture: la politica scolastica non scaturisce più da un confronto tra antropologie e una dialettica di visioni ideali; la scuola costituisce il portale della società sul territorio e deve essere il primo interlocutore a rispondere delle richieste della propria comunità, senza mediazioni politiche o burocratiche che non siano date dalle professionalità dei suoi operatori. Non c’è dunque tanto bisogno di concentrarsi sulla modifica degli ordinamenti e delle strutture, ma con la necessaria flessibilità potremmo farci carico del vero cambiamento che ci deriva dalla composizione delle nostre classi e dalla identità dei nostri alunni, vecchi e nuovi.
Gian Carlo Sacchi




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