Le Rubriche di PiacenzaSera - Le Recensioni CJ

Un anno di grandi ritorni rock: tutta la musica del 2024 nel Pagellone

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Il bilancio musicale del 2024 lo traccia per PiacenzaSera.it come da tradizione Giovanni Battista Menzani col suo imprescindibile Pagellone, da leggere fino in fondo per capire chi ha vinto.

20. JACK WHITE, “No Name”

Un Jack White mai così cattivo e arrabbiato, quasi un disco di hard rock!

 

19. EELS, “Eels Time!”

Mr. E lascia da parte i fuzz e il garage-rock per tornare alle sue straordinarie ballate (“Beautiful Freak”, “Electro-Shock Blues”): “Goldy” è certamente uno dei pezzi dell’anno.

 

18. ALAN SPARHAWK, “White Roses, My God”

Orfano di Mimi Parker, il leader dei Low torna con un disco spiazzante, a iniziare dalla voce letteralmente trasfigurata da vocoder e autotune. “Una strategia di sopravvivenza”, scrive ondarock.it.

 

17. MDOU MOCTAR, “Funeral for Justice”

Questo musicista nigeriano è un chitarrista strepitoso. E poi ci sono le parole: “Oh mondo, perché sei così selettivo riguardo agli esseri umani? La mia gente piange mentre tu ridi” (“Modern Slaves”).

 

16. PRIMAL SCREAM, “Come Ahead”

Bentornato caro vecchio Bobby Gillespie! L’acid rock dello scorbutico artista scozzese è ancora vivo e vegeto, per non dire della cavalcata funky – con la consueta benedizione degli Stones – di “Love Insurrection”, che si chiude con un inno alla resistenza. “C’è anche un filo di compassione che attraversa l’album. Il titolo è un termine di Glasgow. Se qualcuno minaccia di combatterti, dici “vieni avanti!”. Ricorda lo spirito indomabile dei Glasgow, e l’album stesso condivide quell’atteggiamento aggressivo e quella sicurezza”.

 

15. MABE FRATTI, “Sentir Que No Sabes”

Mabe Fratti è una violoncellista arriva dal Guatemala che fonde musica sperimentale, post-rock e atmosfere jazz in un album che, è stato scritto, “si muove meravigliosamente tra incertezza e introspezione”.

 

14. WAXAHATCHEE, “Tigers Blood”

HURRAY FOR THE RIFF RAFF, “The Past Is Still Alive”

Ecco i dischi in quota alt country. I primi sono ormai un classico, anche per il nostro pagellone di fine anno, mentre per Hurray citiamo le parole di Ansaldo di Internazionale: “Nell’anno in cui Trump ha vinto le elezioni negli Stati Uniti, questa lettera d’amore alle radici country del paese scritta da una persona non binaria cresciuta nel Bronx da genitori portoricani è un concentrato di vita statunitense, dalle vaste pianure di Santa Fe alle strade tempestate dall’eroina nel Lower East Side di Manhattan. Un disco pieno di addii e di storie dolceamare, che ci ricorda il lato più umano di un paese ormai sempre più difficile da capire, per noi che lo vediamo da fuori”.

 

13. AMYL AND THE SNIFFERS, “Cartoon Darkness”

Punk australiano con venature garage: energico, grezzo, post-adolescenziale, inquieto.

 

12. I HATE MY VILLAGE, “Nevermind the tempo”

LAMANTE, “In memoria di”

Le vedove dei Verdena si possono consolare con il secondo episodio del supergruppo I Hate My Village (oltre ad Alberto Ferrari, ci sono ex di Bud Spencer Blues Explosion e Calibro35): prog, elettronica, free jazz, punk… un disco a tratti caotico, certamente ostico, ma con dentro anche gemme pop come la bellissima “Jim”. Lamante – al secolo Giorgia Pietribiasi, originaria di Schio, nel profondo Veneto (cit.) – anche lei odia il suo villaggio, e racconta con distacco e ironia la storia sua e della sua famiglia. “Nel mio disco finalmente parlano le donne”, dice lei. Brava.

 

11. FRIKO, “Where We’ve Been, Where We Go from Here”

HOVVDY, “Hovvdy”

Due dischi perfetti per gli amanti della musica minimal ed eterea. I Friko sono un duo di Chicago che propone un’elegante miscela di folk e musica da camera: c’è chi ha addirittura scomodato Nick Drake. Gli Hovvdy sono un altro duo, però originario del Texas; il loro doppio ed eponimo album ha suggerito nuove etichette come “pillow core”, “bedroom pop” e “lo-fi indie”.

 

10. AROOJ AFTAB, “Night Reign”

Il jazz da camera di questa splendida cantante pakistana – la nuova Billie Holiday, è stato detto – conquista meritatamente la Top ten. Collaborazioni di lusso: Moor Mother, Chocolate Genius e altri.

 

9. MOUNT EERIE, “Night Palace”

GODSPEED YOU! BLACK EMPEROR, “NO TITLE AS OF 13 FEBRUARY 2024 28.340 DEAD”

Ovvero due tra i nostri artisti preferiti; non potevano mancare in questa classifica. Nel complesso, oltre due ore di musica totale, senza sconti e senza ammiccamenti, tra folk, elettronica, noise e improvvisazioni jazz. I canadesi Goodspeed scelgono di non scegliere il titolo, ma di riferire il bilancio degli attacchi a Gaza (a febbraio 2024): “Nessun titolo = quali gesti hanno senso mentre cadono piccoli corpi? Quale contesto? Quale melodia spezzata? E poi un conteggio e una data per segnare un punto sulla linea, il processo negativo, il mucchio crescente”.

 

8. VAMPIRE WEEKEND, “Only God Was Above Us”

Di nuovo le loro filastrocche pop, dolcissime e un po’ sbilenche, e ogni volta è una festa.

Ps: ben tre album di questo pagellone scomodano Dio, è un segnale dei tempi grami che ci toccano.

 

7. IDLES, “Tangk”

ENGLISH TEACHER, “This Could Be Texas”

KING HANNAH, “Big Swimmer”

Una certezza – gli IDLES da Bristol – un bel debutto – i chiacchieratissimi English Teacher da Leeds – e uno quasi, i King Hannah da Liverpool, giovani carini disoccupati (“Dave Says” è un altro dei brani che va dritto in playlist), per la non meglio identificata scena post punk britannica.

 

6. FONTAINES D.C., “Romance”

Restando in quel territorio, i nostri beniamini dall’amata Irlanda City non sbagliano un colpo: il quarto album spazia nel funk, nell’elettronica e nel dreampop.

5. CINDY LEE, “Diamond Jubilee”

Pitchfork non è la Bibbia, si sa; quest’anno spinge forte su Charlie XCX, per esempio. Sceglie tuttavia come disco dell’anno questa gemma misconosciuta, non disponibile sulle piattaforme (lo trovate su Youtube, senza soluzione di continuità). La drag queen Cindy Lee è l’alter ego del canadese Patrick Flagel, ex componente di altrettanto misconosciute punk band come Women, VietCong e Preoccupations; oltre due ore di musica irriverente e mistica, psichedelica e ipnotica, con le sue radici nei sixties.

 

4. ADRIANNE LENKER, “Bright Future”

BETH GIBBONS, “Lives Outgrown”

JESSICA PRATT, “Here in the Pitch”

Il 2024 ha visto primeggiare in classifica le regine del pop più sofisticato come Beyoncé, Charlie XCX e Sabrina Carpenter. Ma le nostre eroine sono la cantante dei Big Thief, l’ormai sessantenne ex cantante dei Portishead – ma il trip hop è soltanto un lontano ricordo – e la cantautrice folk Jessica Pratt, ermetica e introspettiva.

 

3. THE CURE, “Songs from a Lost World”

Forse è la sorpresa dell’anno, perché il rischio di uno scivolone era molto alto. Robert Smith sarà pure grottesco e imbolsito, come dice il maestro Weller (niente male il suo classicheggiante “66”, come i suoi anni), ma queste canzoni da un mondo perduto sono in verità grande musica senza tempo.

 

2. MJ LENDERMAN, “Manning Fireworks”

Mark Jacob vive in North Carolina, suona la chitarra con i Wednesday e se esce in proprio con un album che è fatto di canzoni tutte belle, quasi perfette, per amanti dell’americana (Wilco, Sparklehorse e Songs: Ohia, ma anche Neil Young) e del rock più classico, ma non era morto? Umanità perduta e disperata, raccontata con ironia e sarcasmo. Teneramente goffo: “l’antieroe dei sopraffatti”, lo definisce Rockambula.

 

1. NICK CAVE & THE BAD SEEDS, “Wild God”

Il ritorno di Cave alla melodia è un vero e proprio inno alla gioia, dopo anni segnati dal lutto e dal dolore. “A ghost in giant sneakers, laughing stars around his head/Who sat down on the narrow bed, this flaming boy/Who sat down on the narrow bed, this flaming boy/Said, “We’ve all had too much sorrow, now is the time for joy”. L’ennesimo grande disco di uno dei pochi fuoriclasse rimasti oggi in circolazione.

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