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Dall’accoglienza alla convivenza, le parole del vescovo e la sfida dell’immigrazione

In due recenti circostanze, monsignor Adriano Cevolotto, Vescovo di Piacenza-Bobbio, ha affrontato il tema dell’immigrazione: la prima a sfondo religioso in occasione della “messa delle genti” che ogni anno per l’Epifania celebra in cattedrale con la partecipazione di tutte le comunità cristiane provenienti da altri Paesi, l’altra potremmo dire indirizzata alla città nella sua massima espressione, il consiglio comunale, in occasione della conclusione della visita pastorale.

Di fronte ai fedeli ha indicato i magi come portatori di domande e di doni, allo stesso modo chi arriva vuole conoscere e porta tesori utili anche a noi. Il fenomeno migratorio è mosso da una ricerca di migliori condizioni di vita che i Paesi dai quali provengono queste persone non sono in grado di garantire, ma questo bisogno potrebbe essere l’occasione anche per noi per smuovere le nostre presunzioni e la nostra indolenza per raccogliere quelle domande. Sono numeri importanti quelli che indicano la presenza dei bambini e ragazzi stranieri che frequentano le nostre scuole, è una presenza in mezzo a noi di persone portatrici di altre culture. E come rischiamo di vivere questo fenomeno? Come un impedimento a mantenere i livelli qualitativi per l’insegnamento e l’apprendimento o non potrebbe essere un’opportunità da sfruttare piuttosto che un pericolo dal quale allontanarsi? C’è la consapevolezza che questo fenomeno sta mutando il modello scolastico, a partire dalla realtà e non da evocazioni di altri tempi e condizioni. Anche nella prospettiva della fede riconoscere le diverse tradizioni è un completamento ed un’opportunità per tutti. Siamo chiamati a condividere come parti di una comunità più ampia e come portatori dell’annuncio della fraternità universale.

Di fronte all’assemblea civica ha parlato di una città che è cambiata per la presenza di famiglie immigrate. Non siamo più nella fase dell’accoglienza, queste persone e famiglie hanno qui la loro residenza, è il loro futuro e quello dei loro figli. Parliamo di oltre il 20% di immigrati nel comune di Piacenza: una persona ogni 5 ha origini nell’immigrazione. Il nostro rapporto con chi è arrivato da noi si sta modificando e la sfida per tutti non è più tanto cosa fare per…, ma come costruire una convivenza con… Anche la comunità cristiana si sta ponendo queste domande; la nostra Chiesa è costituita sempre più da battezzati di diverse provenienze culturali e linguistiche, che non sono di passaggio, fanno parte della stessa comunità, devono anch’esse essere una risorsa e non possono rimanere un problema. In scuole, società sportive e altre aggregazioni questo fatto non descrive ciò che avverrà domani, ma è già oggi. Il compito allora da parte di tutti è quello di far crescere la coscienza di una responsabilità, in forza di una reale appartenenza a questa città, a questo territorio e a questa nazione. La presenza interculturale non è soltanto costituita da situazioni di povertà e di disagio, ma anche da studenti e universitari che si sentono parlare inglese o altre lingue, questo è un segno della progressiva internazionalizzazione della nostra comunità: una comunità accogliente dona e riceve e così si arricchisce, al contrario ogni forma di chiusura impoverisce anche la comunità di destinazione.

Il Vescovo ha parlato inoltre dell’emergenza educativa nella quale si trovano spesso i giovani migranti, ma anche i genitori, per quanto riguarda la dispersione scolastica o il ritardo negli apprendimenti, esprimendo la disponibilità degli oratori ad impegnarsi in forme di recupero, con il coinvolgimento di tanti volontari che mettono a disposizione il loro tempo e le loro competenze: le agenzie educative incrociano tutte queste povertà ed è evidente la necessità di un lavoro fatto insieme, per il bene comune. L’intervento rappresenta un chiaro programma che l’autorità religiosa si pone a beneficio del territorio, oltre l’aspetto confessionale, altrettanto si vorrebbe da parte della politica locale che invece tende a tenere il fenomeno sotto traccia o limitarlo al welfare, anziché investire anche in modo simbolico su una realtà che è significativa sul piano quantitativo e non è certo transeunte, sulla quale si deve far correre la progettualità per il rinnovamento sociale ed urbano, nonché per quanto riguarda le politiche giovanili.

Nonostante si voglia restringere la visuale in senso nazionalista, la società multiculturale pare inarrestabile, ed anche se la politica si mantiene chiusa e sorda al fenomeno migratorio, il mescolamento avverrà in modo spontaneo o dettato da motivi economici, fino a quando non deciderà di uscire dall’anonimato e presentare con urgenza il conto a chi vuole conservare lo status quo. Gardner diceva che l’educazione multiculturale è facoltativa ma il confrontarsi con una società globale è una necessità, per poter interagire con individui con culture diverse. La scuola è un avamposto in questa direzione e ad essa si rivolgono non solo gli immigrati con esigenze di integrazione sociale, ma anche coloro che vedono lo sviluppo linguistico e culturale vocato all’apertura verso il mondo. La democrazia per essere veramente tale deve essere plurale, l’obiettivo è far convivere identità diverse, in un processo che cambia nel tempo; lo storico Malouf sostiene che ciascuno di noi dovrebbe essere incoraggiato ad assumere la propria diversità, a concepire la propria identità come somma delle diverse appartenenze invece di erigerne una a strumento di esclusione e talvolta anche di guerra. Questa è la sfida più grande dell’immigrazione oggi in Italia, ed è anche l’unica via per una convivenza pacifica, senza imposizioni e nel rispetto delle leggi del nostro Paese. Le lotte nel mondo del XXI secolo a tutti i livelli di costruzione sociale avranno sempre al centro il tema della convivenza tra radici diverse.

Gian Carlo Sacchi

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