Le Rubriche di PiacenzaSera - Inter Cultura

Il patriottismo di Mattarella e gli immigrati che non preoccupano più

“È patriottismo quello di chi, con origini in altri Paesi, ama l’Italia, ne fa propri i valori costituzionali e le leggi, ne vive appieno la quotidianità, e con il suo lavoro e con la sua sensibilità ne diventa parte e contribuisce ad arricchire la nostra comunità. È fondamentale creare percorsi di integrazione e di reciproca comprensione perché anche da questo dipende il futuro delle nostre società”. Sono le parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel discorso pronunciato il 31 dicembre scorso. Su questo concetto pubblichiamo la riflessione di Gian Carlo Sacchi per la rubrica Inter Cultura.

IL PATRIOTTISMO DI CHI E’ NATO IN ALTRI PAESI – All’inizio di ogni anno si fanno previsioni, si mette sulla bilancia l’ottimismo e il pessimismo dei cittadini sul futuro e la conclusione di Nando Pagnoncelli sul “Corriere della Sera” è che il relativo ottimismo che si era manifestato quando stavamo uscendo dal Covid è ormai alle nostre spalle; molti fatti potrebbero portare importanti cambiamenti e notizie non positive sul fronte economico del nostro Paese sono la prima preoccupazione degli italiani. Al secondo posto tra le preoccupazioni è segnalata la sanità, cresciuta quasi del doppio da prima della pandemia seguono il potere d’acquisto e le questioni ambientali. Alcuni temi che tengono banco nella polemica politica, come quello dell’immigrazione, non sono presenti nella percezione popolare come oggetto di emergenze; se poi si passa ad esaminare ciò che riguarda la propria zona di residenza troviamo l’immigrazione agli ultimissimi posti.

A Piacenza il 2024 si è chiuso mantenendo il primato della multietnicità e la scuola piacentina è all’avanguardia sul fronte dell’inclusione; la presenza di immigrati è positiva anche sul piano delle nascite di questi ultimi anni. Ben più di oltre cento sono le etnie presenti sul nostro territorio, che vivono fianco a fianco con i piacentini di sempre più vecchia generazione, lavoratori impegnati nella logistica, manifattura, agricoltura e nelle costruzioni, settori che prevalgono nella nostra economia e che difficilmente impiegano mano d’opera locale: il mercato del lavoro sta cambiando fisionomia, i giovani piacentini infatti si vedono operare soprattutto nei servizi alle imprese. E’ stato notato più volte come questa presenza produca ricchezza non solo per loro ma anche per l’intera comunità, ormai imprescindibile per una realtà come Piacenza. Allora è inutile voltarsi continuamente indietro, il vero obiettivo è organizzarsi per integrare: conoscenze, formazione, solidarietà, sono il terreno di sviluppo per il tessuto sociale e produttivo; luoghi di incontro, accordi programmatici per promuovere la collaborazione con e tra le comunità straniere, per evitare isolamenti e conflitti. Occorrono investimenti nelle scuole e nella sanità universale, valorizzare la rappresentanza delle diverse culture e promuovere la reciprocità. Un esempio può venire dal forum delle associazioni di Fiorenzuola, per mettere in relazione le diverse provenienze, che culmina ogni anno in una festa multietnica.

Una volta stabiliti questi rapporti si entra in una nuova normalità che deriva dalla ricostruzione di una nuova comunità, di autoctoni e stranieri, mettendo in relazione anche le diverse generazioni, che a loro volta mutano nelle percezioni e nelle relazioni. Per questi ragazzi l’aspirazione è costruire una società “glocale”, con motivi internazionali, mettendo in relazione la cultura che hanno trovato con quella di provenienza e questo faciliterà anche l’acquisizione di nuove conoscenze e di nuove lingue. Il sociologo Ferrarotti diceva che i rapporti primari tra le persone vengono prima della struttura statuale e dunque il presunto scontro di civiltà non riguarda un confronto rigido e cristallizzato di identità, ma una mescolanza di culture che si modificano continuamente; il tramonto dell’occidente non deriverà da tale mescolanza, così come la cultura greca diventa cosmopolita ed i popoli orientali sembrano entrare nella nuova vita ellenistica, determinando un nuovo ordine aperto all’integrazione tra occidente e oriente e l’anticipazione di una cittadinanza mondiale che sarà successivamente riconosciuta alla romanità e al suo impero, in cui l’elemento greco però avrà ancora la sua importanza anche se non esclusiva.

Dopo gli anni settanta, sottolinea ancora il sociologo, nasce un nuovo individualismo: l’individuo non vive ma convive, non agisce ma interagisce e nel divenire si realizza e si fa storia e la società postula un nesso significativo e una interdipendenza vitale tra gli individui che la costituiscono. Il nord del mondo è economicamente ricco ma demograficamente debole, mentre il sud è economicamente debole ma demograficamente forte. Il mondo sviluppato, prosegue l’analisi sociologica, non potrà indefinitivamente trincerarsi nel suo benessere senza mettere a repentaglio il suo sviluppo ulteriore; la pressione alle sue frontiere è destinata a farsi irresistibile. Perciò l’alternativa all’intercultura è la pulizia etnica e quindi la costruzione del nemico è essenziale per fare la guerra.

C’è una parte della popolazione che si chiude perché considera la penetrazione della cultura occidentale come un’invasione, un’altra parte invece accoglie gli input esterni e si apre al mondo, tutta una nuova generazione che non trova nessuna contraddizione tra la preghiera in moschea e la musica rock, nessuno di loro vuole scegliere tra un’identità e un’altra; in quello spazio si è già creato qualcosa di diverso, un ibrido tra le categorie di noi e loro. La globalizzazione espande i poteri della modernità e indebolisce i legami generati dal nazionalismo, ma il risorgere del patriottismo coinvolge, come ha detto il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel messaggio di fine anno, anche chi pur avendo avuto origini in altri Paesi ama l’Italia, ne fa propri i valori costituzionali e le leggi, ne vive appieno la quotidianità, e con il suo lavoro e con la sua sensibilità ne diventa parte e contribuisce ad arricchire la nostra comunità. E’ fondamentale creare percorsi di integrazione e di reciproca comprensione perché anche da questo dipende il futuro delle nostre società. I percorsi di integrazione sui diversi versanti, economico, sociale, educativo sono dunque indispensabili per evitare che chi non ha ancora vissuto un nazionalismo umano si trovi a fronteggiare una globalizzazione disumana.

Gian Carlo Sacchi

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