“Quel colpo di fulmine di 38 anni fa ci ha unito per tutta la vita”
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Doveva essere solo una bella giornata, da trascorrere in riva al fiume, in compagnia. Per godere del sole, dopo il temporale del giorno prima. Le tracce del suo passaggio ancora ben presenti, con delle grandi pozzanghere. Proprio lì, davanti a uno specchio d’acqua da attraversare, Enrico incontra per la prima volta Beppe. E’ un vedersi che è anche un riconoscersi, un innamorarsi. Un colpo di fulmine che travolge entrambi. Da quel sabato assolato del 9 maggio del 1987 non si sono più lasciati.
Davanti a un caffè nella loro casa accogliente e, sotto l’occhio vigile dei loro cagnolini Teo e Lea, Enrico Girardi e Beppe Minori, 71 e 72 anni, hanno accettato con molta semplicità di condividere con noi i loro ricordi e emozioni. Un racconto personale che si è intrecciato, nell’arco di 38 anni, con le battaglie per i diritti civili. Il 17 marzo del 2017 si sono uniti civilmente, anche se nel corso della nostra chiacchierata il termine che sia Beppe che Enrico usano per definire quel giorno è, più semplicemente, matrimonio.

AMORE – “Era il 9 maggio del 1987, una bellissima giornata che il mio ex compagno mi aveva invitato a trascorrere, insieme ad altri amici, in riva al fiume a Cassano d’Adda. A un certo punto, stufo di tutto quel sole, ho deciso di fare una passeggiata – racconta Enrico -. Il giorno prima c’era stato un forte temporale e c’erano pozzanghere dappertutto, difficili da attraversare. E’ stato lì che ho incontrato Beppe. Abbiamo iniziato a dirci ‘passa prima tu, no passa tu’…Insomma, è stato un colpo di fulmine. Ci siamo scambiati il numero di telefono e abbiamo iniziato a vederci. Io da Piacenza lo andavo a trovare nella provincia bergamasca, dove era originaria la sua famiglia. Poi abbiamo fatto una vacanza insieme a Venezia, in una condizione così romantica che sembrerà inventata. Eravamo su un vaporetto, di notte, e lui mi ha chiesto se volevamo metterci insieme”.
“Raccontala giusta – interviene Beppe -. Erano le due di notte, di metà settembre. C’era un po’ freschino, ma si stava ancora bene. C’era una luna splendida, stavamo percorrendo il Canal Grande quando io gli ho detto ‘vieni qui’, mentre lui invece voleva andare al coperto perché aveva freddo”. “Mi sono vergognato tanto di non aver capito subito le sue intenzioni” aggiunge Enrico. “Siamo ancora qui dopo anni, a riderci su” chiosa Beppe. Ed è sempre lui il motore dei momenti importanti della coppia. “Sono stato io a chiedere ad Enrico di sposarci” spiega, ed è stata quella la prima volta in cui ha affrontato il tema con i propri fratelli.
FAMIGLIA – Se Enrico ha deciso di fare coming out con i propri genitori molto presto (“Nel 1977”, racconta), la storia di Beppe è un po’ diversa. “Non ho avuto tempo – dice – mio padre è morto quando avevo 13 anni e ne avevo 32 quando è mancata mia madre. Ma ero convinto che, come tutte le mamme, sapesse. Non a caso quando le zie e i parenti mi chiedevano, come si fa di solito, ‘Quando ti sposi’, mia madre rispondeva per me, dicendo che tutti i suoi fratelli si erano fatti una famiglia verso i 40 anni e quindi io avevo ancora tempo. Sono cresciuto con i miei fratelli, siamo in sette, tutti uniti e molto aperti: abbiamo avuto compagnie di tutti i tipi e ci siamo sempre trovati bene. Hanno ovviamente conosciuto Enrico, ma non mi hanno mai chiesto niente. Forse si aspettavano che fossi io a farlo. Ma ho toccato l’argomento solo quando ho detto che ci saremmo sposati. Una notizia che è stata accolta con molta naturalezza”. Beppe invece ha avuto modo di conoscere bene i genitori di Enrico. “Gli volevano un bene dell’anima, quando andavamo in giro mia madre lo prendeva a braccetto. Lo hanno trattato come un figlio, anzi forse anche di più. I miei genitori erano dolcissimi, delle persone semplici – dice Enrico – e lui anche di più, con loro”. “Mi hanno accettato subito – concorda Beppe -. Se sei te stesso, se ti comporti in modo naturale, sei educato, cortese, la gente non può rifiutarti”.

DIRITTI E MATRIMONIO – “Nell’arco di tanti anni, da quando ci siamo messi insieme, sono cambiate molte cose: raggiungere questo obiettivo non era pensabile. Una volta c’erano situazioni molto pesanti. Passare anche solo semplicemente davanti a un bar o a un cantiere poteva scatenare insulti, dovevi stare molto attento a come ti muovevi. Un atteggiamento un po’ effeminato poteva essere accompagnato da prese in giro pazzesche. Ecco, quando ho confidato a mia madre di essere gay mi ha subito accettato, e mi ha dato tutto l’amore del mondo. Però mi ha detto “Stai attento, perché siete visti male”. Perché lei stessa, che lavorava come sarta, aveva dei pregiudizi nei confronti di un suo collega e, parlando di lui diceva ‘tutti i gay sono così’.
“Dalla proposta dei Dico, negli anni Duemila, si è arrivati grazie a Monica Cirinnà alla legge sulle unioni civili nel 2016. Da quando è stata, sono state circa alcune migliaia le unioni civili celebrate in Italia. Non sono tantissime, ma è un diritto che c’è – sottolinea – ed è giusto che ci sia”.
“La società civile precede sempre il Parlamento – aggiunge Beppe -. Il Paese era già pronto, prima che si arrivasse a questa legge. Non è un’accusa, ma un dato di fatto. Accade lo stesso per il fine vita: la gente chiede che si decida in tal senso, eppure non avviene. Sarà per la Chiesa o per altri motivi, ma è un dato di fatto che la società sia pronta e la politica no. Lo stesso è accaduto per l’unione civile, non che non si voglia arrivare alla definizione di matrimonio – non so cosa cambi e non è questo quello che mi preoccupa -. L’importante è che finalmente ci sia una legge che dica: se due persone si vogliono bene, si vogliono bene. Punto. Non sono fatti miei se sono maschi o femmine, saranno affari loro”. “Abbiamo chiesto a un notaio a chiedere cosa cambiasse, sul fronte dei diritti, tra l’unione civile e un vero matrimonio. E ci è stato assicurato che non ci sono disparità. Ma man mano che passano gli anni aumentano le aspettative. Nel 1987 soltanto il pensare di avere una legge che ti garantisse la possibilità di potersi vedere in ospedale, se uno di noi fosse stato malato, era una possibilità a cui nessuno pensava, perché era prospettiva troppo lontana”.
AIDS – Proprio parlando di salute, l’amore tra Beppe e Enrico è nato quando l’Aids ha spazzato via un’intera generazione. Una patologia che adesso sembra lontana, come dimostrano l’aumento di nuove infezioni, ma che negli anni Ottanta era una vera condanna a morte. “Abbiamo dovuto dire addio a tanti amici – racconta Enrico -. Del gruppo del mio ex compagno, con il quale avevo vissuto a Milano tra il 1980 e il 1983, è rimasto solo lui. Gli altri sono morti tutti. E stiamo parlando di ragazzi giovani, al massimo di 40 anni. All’epoca si andava a fare i primi test a Bologna, in anonimato. Ti davano un cartellino e con quello facevi il prelievo del sangue. Quando ho incontrato Beppe era proprio il momento massimo dell’esplosione dell’Aids. Non mi ha fermato: innamorarsi era una cosa bella, a prescindere dalle brutture della vita. Eppure ho visto tanti ragazzi morire, anche qui a Piacenza. Giovani ammalarsi sapendo di dover morire. E non c’entrava la promiscuità, lo stile di vita. Bastava una volta sola, l’incontro con una persona o lo scambiarsi una siringa. La capacità del mondo gay all’epoca è stata quella di reagire: prima di tutto facendo informazione al massimo, all’interno delle compagnie, tra gli amici. E poi non smettendo di vivere: si andava ugualmente a ballare, ci si innamorava ugualmente. E’ quello che è successo a noi. Siamo stati attenti, ci siamo sottoposti a tutti i controlli. Ma abbiamo scelto di vivere, abbiamo scelto l’amore”.

SENTIMENTI – Un amore che è per tutta la vita, nonostante gli inizi non semplici. “Ero molto ansioso, gelosissimo del passato di Beppe, che è una cosa assurda – ricorda Enrico -. Ma quando mi sono innamorato di lui, proprio perché avevo capito che era una cosa importante, mi sono uscite tutte le insicurezze. I primi mesi non gliel’ho resa facile. Poi ho capito che non avrei trovato un’altra persona in grado di capirmi come lui e mi sono lasciato andare”. “Non bisogna voler cambiare a tutti i costi l’altra persona, ma accettarla così com’è. Ovvio che si sono troppi lati negativi è meglio lasciar perdere, ma dove non arriva il cuore arriva la testa. In amore – dice Beppe – servono entrambi. Il fatto che Enrico sia riuscito, con il tempo, ad abbandonare le sue insicurezze, è stato positivo. Non per me, ma per lui, per la sua vita”. “In amore poi il cambiamento avviene in maniera naturale, stando insieme. Ma ci vuole anche fortuna” dice Enrico che assicura “Io rifarei tutto da capo”. Beppe concorda, “a parte – ride – i primi sei mesi”.
FIGLI – Sono un grande rimpianto. “E’ una cosa che a noi è mancata, l’idea di avere figli. Non ci si pensava allora, quando ci siamo messi insieme, perché non era neanche previsto. Ma in vacanza, all’estero, vediamo spesso coppie di ragazzi giovani, inglesi e tedeschi, con bambini piccoli – racconta Enrico -. Ma so che questo è un tema molto delicato”. “Ora certo, avrei più l’età per fare il nonno, piuttosto che il padre, ma è l’unica cosa che mi manca – ammette Beppe -. Mi sarebbe piaciuto avere figli, forse perché sono cresciuto in una casa in cui eravamo in sette. Non per egoismo o perché siano un prolungamento di me stesso, ma perché sono belli, danno allegria. Certo, i bambini portano anche problemi ma è bello vedere una vita crescere. Avere un’opportunità di trasmettere qualcosa di tuo, che sia accolto o meno. Mi sarebbe potuto poter trasmettere quello che ho vissuto nella mia famiglia: i miei genitori per forza ci hanno dovuto lasciare liberi, perché non avrebbero potuto seguirci tutti completamente. Questo ci ha insegnato a essere indipendenti e a maturare prima e, al tempo stesso, che ci sono dei limiti da rispettare. La nostra casa, i genitori, erano da dividere tra noi sette: è così che ho imparato che stare con gli altri significa anche doverli rispettare. Ecco, mi sarebbe piaciuto poter trasmettere questo ai miei figli”.







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