“Chi andrà in piazza quando non ci saranno più partigiani? Guardiamoci intorno”
“Quando non ci saranno più i partigiani, chi andrà in piazza a ricordare il 25 aprile?”. Se lo chiese Renato Cravedi, il partigiano Abele, in un’intervista di qualche anno fa. Quasi due anni dopo la sua morte, in una piazza Cavalli sempre più orfana di testimoni diretti di quella stagione – presenti, quest’anno, solo Luigi Leviti e Pietro Satta – è la sindaca di Piacenza Katia Tarasconi, dal palco del 25 aprile, a tentare di rispondere alla domanda di Abele: “Guardiamoci intorno, guardiamo dentro noi stessi, alla nostra identità di cittadini liberi in un Paese democratico. Fino a quando sapremo da dove nasce la nostra libertà, a chi ne dobbiamo il valore, avrà un senso ritrovarsi in questa piazza, nel nome di ‘Abele’, di ‘Giorgio’ (Giacomo Scaramuzza, ndr), di Medina (Barbattini, ndr) e di tutti i partigiani che ci hanno permesso di essere qui oggi. Viva la Resistenza sempre”.
IL DISCORSO DELLA SINDACA TARASCONI – Libertà. Democrazia. Pace. Solidarietà. Tutela dei diritti civili e politici, come bene inalienabile e supremo di ogni persona. Questi sono i valori che celebriamo oggi, nell’80° anniversario della Liberazione d’Italia. Questi i principi fondanti della nostra Costituzione, gli ideali per cui hanno dato la vita le donne e gli uomini che hanno fatto la Resistenza, scrivendo un capitolo nuovo nella storia di questo Paese, restituendo il futuro a un popolo troppo a lungo ferito, soffocato dalla violenza e dalle aberrazioni del fascismo. A ciascuno di loro va il nostro pensiero commosso e riconoscente, perché il 25 aprile è un patrimonio di memoria collettiva, ma deve aiutarci anche ad avere consapevolezza del nostro tempo. E nell’inchinarci al cospetto dei partigiani e delle staffette caduti sui nostri monti, nel cuore della pianura fertile dei sette fratelli Cervi, tra i campi innevati dove si scavava a mani nude per proteggere la dignità dei corpi abbandonati in segno di rappresaglia, sentiamo ancor più forte il richiamo alla responsabilità di difenderne e onorarne, ogni giorno, il coraggio e l’altissimo sacrificio.
Lo facciamo in un momento in cui condividiamo il lutto che ha colpito l’umanità intera per la scomparsa di Papa Francesco, voce degli ultimi e dei deboli, levatasi così spesso contro le guerre che colpiscono sempre gli innocenti e gli inermi, primi tra tutti i bambini. E poi c’era il raccoglimento silenzioso, il capo chino come quando il Santo Padre andò in pellegrinaggio al Sacrario delle Fosse Ardeatine, le rose bianche deposte su alcune tra le 335 lapidi delle vittime dell’eccidio nazifascista e le semplici, significative parole di preghiera: “(…) In questo luogo consacrato alla memoria dei Caduti per la libertà e la giustizia, ci togliamo i calzari dell’egoismo e dell’indifferenza (…)”.
I partigiani Luigi Leviti e Pietro Satta, seduti in prima fila
Perché questo, fecero, coloro che all’indomani dell’8 settembre ’43 scelsero la via della Resistenza, supportati dalla fratellanza delle famiglie contadine, dalla fede generosa dei sacerdoti, dall’attività – spesso in “ospedali” allestiti clandestinamente – di medici e infermieri che mettevano a repentaglio sé stessi per prendersi cura degli altri. Sorretti, ad ogni passo, da quanti continuarono, a costo di perdere tutto, a offrire rifugio ad antifascisti ed Ebrei perseguitati. E così i militari internati nei campi di concentramento perché non vollero aderire alla Repubblica di Salò, gli intellettuali, i giornalisti – tra loro Giacomo Scaramuzza, decano della stampa piacentina, nome di battaglia “Giorgio” nella banda dell’Istriano, Brigata Mazzini in Val Nure, di cui la nostra comunità ha pianto la scomparsa pochi mesi fa – o gli insegnanti che sfidarono la dittatura senza omologarsi.
La lotta per la Liberazione fu un anelito che attraversava la spina dorsale dell’Italia, al di là delle barriere anagrafiche e dell’estrazione sociale. Fu l’espressione di una coscienza che si risvegliava, di un Paese con la schiena dritta che non volle piegarsi. Come quella di Medina Barbattini, operaia all’Arsenale di Piacenza che si licenziò per non collaborare con i tedeschi e, arrestata per la sua attività di staffetta nella 38° Brigata delle squadre di azione patriottica, non cedette alle torture né alla brutalità del lager. Nel 1946, insieme a Rita Cervini, fu una delle prime due donne elette nel Consiglio comunale di Piacenza. Lunedì prossimo, nell’80° anniversario della Liberazione della città, le renderemo omaggio intitolandole la scuola dell’infanzia di via Ottolenghi.
Nella ricorrenza odierna, però, c’è un’immagine che forse più di ogni altra assume un valore speciale. Torno a Papa Francesco e al suo volto sorridente accanto a quello del partigiano Abele, Renato Cravedi – ultimo superstite della battaglia di Monticello sotto l’egida del comandante Muro – che nella primavera del 2022 ha donato al Pontefice il proprio libro di memorie. Ecco, vorrei rispondere oggi, da questo palco, a una domanda che Renato pose in un’intervista di qualche anno fa, idealmente rivolta a ciascuno di noi: “Quando non ci saranno più i partigiani – si chiedeva – chi andrà in piazza a ricordare il 25 aprile?”. Guardiamoci intorno, guardiamo dentro noi stessi, alla nostra identità di cittadini liberi in un Paese democratico. Fino a quando sapremo da dove nasce la nostra libertà, a chi ne dobbiamo il valore, avrà un senso ritrovarsi in questa piazza, nel nome di “Abele”, di “Giorgio”, di Medina e di tutti i partigiani che ci hanno permesso di essere qui oggi. Viva la Resistenza sempre!
Cerimonia per il 80° Anniversario della Liberazione – Saluto di Monica Patelli, Presidente della Provincia di Piacenza
Porgo il saluto dell’intera Amministrazione Provinciale e ringrazio per la loro presenza le Autorità, i tanti Sindaci, i rappresentanti delle associazioni partigiane, combattentistiche e d’arma, insieme a tutti voi cittadini riuniti qui oggi.
Celebriamo insieme l’80esimo anniversario del 25 aprile, una data di fondamentale importanza per la nostra nazione. In questo giorno, ricordiamo con gratitudine e rispetto il coraggio e il sacrificio di coloro che hanno lottato per la libertà e la democrazia durante la Resistenza. Una cerimonia che, è doveroso ricordarlo, quest’anno si svolge nel lutto che ci accomuna per la morte del nostro amato Papa Francesco.
In considerazione del particolare anniversario di questa ricorrenza e per valorizzare il contributo di tutto il territorio piacentino, sono qui oggi tutti i comuni della nostra provincia per rievocare quanto accaduto nel 1945 in occasione della liberazione della città: un territorio che si unisce in maniera forte per fare memoria su un periodo che ha segnato la storia dell’Italia.
La Resistenza sulle nostre montagne, nelle nostre vallate, è un pezzo di storia che noi piacentini non dobbiamo dimenticare. Ci tocca da vicino, per il contributo di sangue, sacrifici, abnegazione che i partigiani seppero dare alla causa della libertà, alla lotta contro il nazifascismo, alla costruzione dell’Italia democratica. Tanti sono i cippi e le lapidi commemorative dislocati sull’intero nostro territorio provinciale. E’ davvero una grande emozione vivere tutti insieme l’80esimo anniversario in città, con la partecipazione di tutti i Comuni qui riuniti in Piazza Cavalli, suddivisi per vallata.
Anche riconoscendo la complessità delle vicende storiche, è fondamentale, al di là delle posizioni individuali, rendere omaggio a coloro che hanno combattuto e spesso sacrificato la propria vita per permettere all’Italia di risollevarsi dagli anni bui del fascismo, ritrovando così la speranza e la forza per costruire un futuro migliore.
È un giorno che ci invita a riflettere sui valori di libertà, giustizia, uguaglianza e solidarietà che sono alla base della nostra Costituzione, che della resistenza rappresenta un lascito fondamentale da salvaguardare, e della nostra stessa convivenza civile.
La libertà e la democrazia non sono conquiste scontate: richiedono impegno costante per essere tutelate e rafforzate. È nostro dovere difendere i diritti umani, favorire la partecipazione attiva dei cittadini e contrastare ogni forma di discriminazione e ingiustizia.
E’ ancora più importante ricordarlo ed affermarlo in un tempo in cui crescono le aree del mondo nelle quali i valori di libertà e democrazia sono messi in discussione.
Fare memoria è importante per ognuno di noi, ma lo è soprattutto per le nuove generazioni – che saranno le cittadine e i cittadini di domani – affinché possano trarre ispirazione dalla storia della Resistenza e comprendere l’importanza di essere cittadini consapevoli e responsabili. Il futuro della nostra democrazia dipende dalla loro capacità di mantenere vivi i valori per cui tanti hanno lottato e sacrificato.
Guardando al futuro, nutriamo la speranza che le nuove generazioni possano costruire un mondo migliore, fondato sui principi di pace, rispetto reciproco e solidarietà. Crediamo fermamente che, con l’impegno di tutti, possiamo affrontare le sfide che ci attendono e creare una società più giusta e inclusiva per le generazioni a venire.
A tutti coloro che si sono impegnati per la libertà e la giustizia va la nostra gratitudine. Il loro esempio ci deve guidare e ispirare a costruire un futuro migliore per tutti.
Buona Festa della Liberazione a tutti noi!





