L’accordo sui dazi Trump-Ue: una disfatta annunciata
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L’intesa siglata tra l’amministrazione Trump e l’Unione Europea prevede, in sintesi, tra le principali misure: l’imposizione di dazi del 15% su una vasta gamma di prodotti europei esportati negli Stati Uniti; l’impegno dell’UE a realizzare nuovi investimenti negli Usa in settori strategici; l’obbligo per i Paesi europei di incrementare in modo significativo gli acquisti di gas naturale liquefatto (Gnl) prodotto negli Stati Uniti; un piano di acquisti militari da parte degli Stati membri Ue a favore dell’industria bellica statunitense.
Un accordo che ha cristallizzato un forte squilibrio a favore degli Usa, scaricando sulle spalle europee gran parte delle concessioni economiche e strategiche. L’accordo siglato tra Trump e l’Unione Europea rappresenta uno degli esiti peggiori che potessero verificarsi e conferma, ancora una volta, il fallimento dell’UE come soggetto politico coeso. La differenza sostanziale tra le due parti negoziali era evidente sin dall’inizio: da un lato, i burocrati europei, espressione di 27 governi spesso in conflitto tra loro e costantemente impegnati a difendere i propri interessi nazionali e la visibilità politica dei propri rappresentanti; dall’altro, Donald Trump, un leader autoritario e abituato al confronto muscolare, che ha saputo sfruttare l’ennesima occasione di divisione interna per imporre i propri obiettivi. I negoziatori europei hanno passato più tempo a capire le richieste dei singoli Stati membri che a definire una strategia unitaria. Il risultato? Una posizione debole, frammentata, facilmente aggirabile dal presidente americano. È come se nella finale dei mondiali di calcio una squadra seguisse un solo allenatore (gli USA) e l’altra fosse costretta ad ascoltarne 27 diversi (l’UE). L’esito era scontato.
Trump ha fatto ciò che voleva. È bastato minacciare dazi del 30% per piegare le fragili difese europee. Eppure, l’Europa avrebbe avuto in mano una leva molto potente: tassare pesantemente le multinazionali statunitensi che oggi dominano settori strategici — dal commercio online (Amazon), ai social media (Facebook, X, WhatsApp), alla tecnologia (Apple, Microsoft), alla mobilità (Tesla), fino al settore aerospaziale (Boeing, Starlink) e all’energia (gas naturale liquefatto). Se l’Ue avesse reso credibile questa minaccia, sarebbero state proprio queste imprese a fare pressioni su Trump per disinnescare la guerra commerciale. E invece, il G7 e il G20, pur traboccanti di “grandi cervelli”, non solo non hanno punito queste aziende, ma le hanno persino esonerate dalla tanto temuta minimum tax globale e dalla web tax europea. Privati di ogni potenziale strumento di ritorsione, i negoziatori europei sono caduti vittima del solito schema “poliziotto buono – poliziotto cattivo” orchestrato dalla squadra di Trump.
L’amministrazione americana ha saputo blandire quei Paesi europei che traggono grandi vantaggi dalla concorrenza fiscale interna all’Ue: Irlanda, Olanda, Lussemburgo. Stati marginali dal punto di vista industriale, ma vere potenze nel campo della fiscalità agevolata per le multinazionali USA. Grazie al folle principio dell’unanimità vigente nelle decisioni europee, è bastata la neutralità di questi tre Paesi per sabotare ogni strategia di difesa europea. Non è colpa, tuttavia, dei negoziatori come Maroš Šefčovič o Ursula von der Leyen, che, per quanto formalmente autorevoli, non hanno alcun reale potere. Trump lo sa bene. I veri responsabili della disfatta sono i leader dei grandi Paesi europei: Merz, Macron e Meloni. Sono stati loro a spingere per un accordo ad ogni costo, sperando — invano — di ottenere un rapporto privilegiato con Trump.
Nel frattempo, dietro le quinte, si consumava il solito teatrino: decine di telefonate, pressioni, richieste settoriali – chi per l’automotive (Germania e Italia), chi per l’agroalimentare (Francia, Italia, Olanda) – e tutti a pregare che i negoziatori “non facessero arrabbiare” Trump. Ora, i “sovranisti della domenica” torneranno nei propri Paesi ad alimentare il malcontento e a cercare capri espiatori. Le istituzioni europee, come sempre, finiranno sul banco degli imputati. Ma la verità è che la responsabilità ricade interamente sui governi dei maggiori Stati membri. Questa ennesima prova di debolezza dimostra una verità amara: l’Europa, come entità politica, non esiste. I 27 Stati membri agiscono come figli viziati che, avendo ereditato la regione più prospera e pacifica del mondo, si dimostrano incapaci di affrontare le sfide del mondo globale, aggrappati a un benessere passato che non può più essere dato per scontato. Viva l’Europa. Ma quella vera.
Mauro Peveri




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