In aumento i laureati stranieri che arrivano nel nostro Paese: sono più degli italiani che se ne vanno
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L’afflusso dei profili con competenze superiori è aumentato negli ultimi anni, eppure sono relegati a mansioni inferiori alle loro possibilità, in un sistema economico che ha sempre più bisogno di manodopera qualificata. Il tasso di “over education” (indicatore che misura la quota di laureati impiegati in occupazioni che non richiedono il titolo di studio universitario), rileva uno studio della Fondazione Leone Moressa, si attesta al 19% tra gli italiani e al 54,9% tra gli stranieri residenti in Italia. Va un po’ meglio per i giovani tra i 25 e i 34 anni: gli italiani laureati che svolgono professioni non qualificate sono il 22,1%, contro il 43,4% degli stranieri. Non è tanto che l’Italia non attragga stranieri qualificati, quanto che il sistema produttivo non valorizza abbastanza i talenti presenti.
Negli ultimi anni, però, le cose sono cambiate; secondo i dati ISTAT, i giovani stranieri laureati non solo aiutano a contenere il calo demografico, ma costituiscono potenziale capitale umano per il Paese; il saldo migratorio tra laureati è a favore dell’Italia: tra il 2019 e il 2023 sono andati via 58 mila laureati italiani tra i 25 e i 34 anni, ma ne sono arrivati 68 mila. Questo numero è il frutto delle crisi e dei conflitti internazionali: c’è un forte aumento dall’Ucraina, ma anche da Romania e Albania. In crescita arrivi da Medio Oriente e Africa. Si tratta di qualifiche universitarie utilizzabili in Italia; il Cimea ha registrato a partire dal 2022 un boom di richieste di riconoscimenti di titoli stranieri. Se nel triennio 2019-2021 il numero di richieste mensili era abbastanza costante, circa 500, dalla primavera del 2022 si è registrata una crescita progressiva, che a luglio ha raggiunto un picco di 3.600 richieste. Ma il trend è proseguito e dal marzo 2024 al gennaio 2025 si sono ricevute più di 30 mila richieste. I Paesi di provenienza degli stranieri che chiedono il riconoscimento dei titoli di studio sono: Pakistan, Bangladesh e India; dall’Asia meridionale arriva il 38,2% delle richieste, seguono Medio Orienta e Nord Africa (17,8%) e Africa subsahariana (17,4%). Poi arrivano Europa, Asia Centrale, America Settentrionale e America Latina. Il Cimea non riconosce solo le lauree, ma anche i diplomi, tuttavia le domande di riconoscimento dei titoli di formazione superiore sono circa il doppio rispetto alle altre.
I laureati stranieri desiderano una collocazione professionale adeguata al loro titolo di studio, l’esperienza però ci mostra una realtà diversa: infermiere che fanno le colf, ingegneri che assistono gli anziani, insegnanti che lavorano come baby sitter. La Fondazione Moressa stima che in Italia vivano in questo momento 475 mila laureati stranieri, l’11,7% della popolazione di riferimento, una componente significativa che trova ancora poche opportunità occupazionali adeguate al proprio titolo di studio. Una situazione che meriterebbe maggiore attenzione in un Paese che ha bisogno sempre più urgente di mansioni qualificate. Offrire sbocchi occupazionali agli stranieri con alte qualifiche potrebbe incoraggiare i giovani a studiare nelle nostre università. Anche in questo caso dai dati del MUR emergono che in 15 anni gli immatricolati stranieri in Italia sono più che raddoppiati. Nell’anno accademico 2010-2011 gli studenti internazionali in Italia erano poco più di 43 mila, dieci anni dopo superavano i 60 mila e poi hanno continuato a crescere a ritmi sostenuti fino ad arrivare ai 209.381 nel 2024-2025.
Gian Carlo Sacchi




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