La giustizia che sbaglia, Bellocchio rilegge il caso Tortora: “Portobello” sbarca a Venezia
Quella di Enzo Tortora è la storia di uno dei più grandi ed eclatanti errori giudiziari. Nella serie “Portobello“, fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, il regista piacentino Marco Bellocchio racconta e rilegge quella vicenda accaduta tra il 1983 e il 1987. La serie è prodotta da Our Films (Mediawan, Lorenzo Mieli, Mario Gianani), Kavac Film (Simone Gattoni), HBO Original, (Laura Carafoli) e coprodotta con Arte in collaborazione con Rai Fiction, The Apartment Pictures, a Fremantle company, e sarà disponibile su HBO Max a partire dal 2026. A interpretare Enzo Tortora è Fabrizio Gifuni, attore feticcio di Bellocchio, già protagonista di “Fai bei sogni”, “Esterno notte” e “Rapito”. Il cast si completa con Lino Musella, Barbora Bobulova, Romana Maggiora Vergano, Davide Mancini, Federica Fracassi, Carlotta Gamba, Giada Fortini, Massimiliano Rossi, Pier Giorgio Bellocchio, Gianfranco Gallo, Alessandro Preziosi, Alessio Praticò, Francesco Russo, Gennaro Apicella, Luciano Giugliano.
LE PRESENTAZIONI A VENEZIA – La serie “Portobello” sarà presentata il primo settembre alle 8.30 in Sala Darsena e alle 11.15 in Sala Grande per gli accreditati, mentre per il pubblico la prima presentazione sarà alle 20 al PalaBiennale e la seconda alle 21.45 in Sala Grande. Altro appuntamento riservato agli accreditati è il 2 settembre alle 8.30 al PalaBiennale. Qui il programma.
LA VICENDA – Portobello racconta uno dei più clamorosi errori giudiziari italiani: la vicenda del presentatore televisivo Enzo Tortora, la parabola tragica della caduta di un uomo innocente. Nel 1982 Enzo Tortora è all’apice del successo, conduce Portobello e raggiunge 28 milioni di spettatori in prima serata, tutti in attesa del concorrente che riuscirà a far parlare il pappagallo, ospite d’onore della trasmissione. Il presidente della Repubblica Sandro Pertini lo nomina commendatore. Tortora è il re della televisione degli anni Ottanta e il suo programma racconta e conforta il Paese. In quegli stessi anni il terremoto dell’Irpinia dà l’ultima scossa agli equilibri, già fragili, della Nuova Camorra Organizzata. Giovanni Pandico, uomo di fiducia del boss Raffaele Cutolo e spettatore assiduo di Portobello dalla sua cella, decide di pentirsi. Interrogato dai giudici, fa un nome inatteso: Enzo Tortora. Quando, il 17 giugno 1983, i carabinieri bussano alla porta della sua stanza d’albergo, Tortora pensa a un errore, ma è solo l’inizio di un’odissea che lo trascinerà dalla vetta al baratro. Le accuse erano di traffico di stupefacenti e associazione a delinquere.
L’arresto di Enzo Tortora fu uno shock per l’opinione pubblica, il conduttore non fu risparmiato dalla stampa: la sua foto in manette, in mezzo a due carabinieri, fece rapidamente il giro del Paese. Solo pochi giornalisti si schierarono a difesa dell’innocenza di Tortora: tra questi c’erano Piero Angela, amico di Tortora, Giorgio Bocca – che definì la vicenda “il più grande esempio di macelleria giudiziaria all’ingrosso del nostro Paese” – ed Enzo Biagi, che in un articolo dal titolo “E se Tortora fosse innocente?” si rivolse direttamente al presidente della Repubblica Sandro Pertini: “Non le sottopongo il caso di un mio collega ma quello di un cittadino. Non auspico un suo intervento, ma non saprei perdonarmi il silenzio. Vicende come quella che ha portato in carcere Enzo Tortora possono accadere a chiunque. E questo mi fa paura”, scrisse.
Dopo sette mesi di carcere, a Enzo Tortora furono concessi gli arresti domiciliari. Nella primavera del 1984 il Partito Radicale gli propose di candidarsi alle elezioni del Parlamento europeo: il 17 giugno fu eletto con 485mila voti. Intanto, altri collaboratori di giustizia iniziarono a fare il nome di Tortora durante gli interrogatori. Il 17 settembre 1985 Enzo Tortora fu condannato a dieci anni di carcere e a pagare una multa di 50 milioni di lire. Tortora si dimise dunque dal Parlamento europeo, rinunciando all’immunità, e tornò ai domiciliari. Un anno dopo, nel processo d’appello, Tortora fu assolto dall’accusa di associazione a delinquere di tipo mafioso per non aver commesso il fatto e da quella di spaccio di stupefacenti perché il fatto non sussiste. La sentenza fu confermata dalla Cassazione il 13 giugno 1987. Quattro mesi prima, Tortora era tornato in televisione col suo “Portobello” aprendo la trasmissione con un discorso passato alla storia: “Dunque, dove eravamo rimasti? Potrei dire moltissime cose e ne dirò poche. Una me la consentirete: molta gente ha vissuto con me, ha sofferto con me questi terribili anni. Molta gente mi ha offerto quello che poteva, per esempio ha pregato per me, e io questo non lo dimenticherò mai. Io sono qui, e lo so, anche per parlare per conto di quelli che parlare non possono, e sono molti, e sono troppi”. Il ritorno di Tortora però durò poco: il conduttore si ammalò di cancro e morì il 18 maggio del 1988.


