Lettere al direttore

“Piacenza mi ha accolta e conquistata. La vostra città resterà sempre nel mio cuore”

Riceviamo e pubblichiamo questa testimonianza d’amore per Piacenza, per le sue bellezze naturalistiche e culturali, così come l’eccellenza dei suoi piatti tipici.

Certi cammini iniziano per caso. Non è sempre facile spiegare cosa ci muova verso una città, verso una nuova esperienza. Credo che sia una questione istintiva, un cedimento volontario dei propri confini, un inspiegabile abbandono ad un senso di serenità che ci permea, a nostra insaputa.

Mi chiamo Paola Sabato, ho trentadue anni e scrivo da Gallipoli (LE). Sono approdata a Piacenza quasi per caso ed ho avuto il privilegio di viverla per alcuni mesi. Il tempo è trascorso con grazia, declinandosi con il tenue ritmo delle stagioni, finchè è arrivato il momento di salutare la città che, senza far rumore, si è presa un posto nel mio cuore.

Ricordo ancora quell’alba sulla Pianura, il treno Intercity che mi riportava a casa in direzione opposta quasi fosse un sogno che si riavvolgeva su sé stesso. C’è chi dice che nel ritorno vi sia tutto: l’agognato rientro in terra natia, la ricongiunzione col mare, con le radici, con le persone care.

Eppure, io sono qui, a scrivere in un sabato sera in cui non troppo lontano, le città pullulano di vita e di musica. I fuochi dell’estate danzano lungo le coste, nelle masserie, giù per le scogliere. Le luminarie di paese spargono in terra gli occhi di antichi sussurri ancestrali.

Ma io siedo, lontana da tutto. Mi riaffaccio alla finestra dei ricordi e, a volte, il rimpianto inumidisce le pupille. Quando racconto la mia nostalgia ai miei conterranei incontro spesso incredulità. Quello spaesamento di chi riconosce le immense risorse del proprio territorio, la bellezza dei paesaggi, la fortuna della vicinanza alle persone care. Mi parlano del mare, del suo senso di libertà. Prima di partire ero, utilizzando un tecnicismo, “una cozza ben salda al suo scoglio”. Eppure, contro ogni pronostico, mi sono sorpresa a fare il bagno nel Trebbia. La corrente fresca era un invito selvaggio a lasciarmi andare completamente, ad abbandonare gli schemi appresi. Ho assaggiato i tortelli con la coda, i pisarei, la coppa piacentina.

Mi sono commossa nel Museo Ricci Oddi, ho visitato Palazzo Farnese, ho ammirato la Cattedrale di Santa Maria Assunta e Santa Giustina, dove ho pianto il giorno prima della partenza. Ho ripreso ad andare (goffamente) in bicicletta, sperando di seminare le zanzare che inseguivano i polpacci. Mi sono sentita libera e accolta in Piazza Cavalli, dove sorridevo e parlavo con gli anziani. Ho ascoltato le campane domenicali guidare il volo delle rondini.

Non mi aspettavo di trovare una tale risonanza d’animo in una città così tanto a nord rispetto ai miei confini d’allora. Per questo, desidero ringraziare Piacenza e i suoi abitanti, per avermi insegnato l’arte delle piccole cose, la laboriosità, il buongusto, la bellezza delle sue architetture. Ovunque andrò, porterò sempre nel cuore la Città dei Palazzi, come una sorta di seconda cittadinanza affettiva.

Con stima profonda,
Paola Sabato

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