Alla “festa partigiana” a Peli il ricordo di Canzi e l’appello contro le guerre fotogallery
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Tradizionale appuntamento domenica 7 con la “festa partigiana” promossa dall’Anpi a ricordo del primo centro organizzativo in montagna del movimento partigiano della Resistenza a Piacenza, nonché della figura di Emilio Canzi, comandante provinciale di tale movimento. Dopo la messa celebrata nella piccola chiesa parrocchiale, è seguita la visita omaggio alla tomba di Canzi al cimitero.
Giovanni Menzani ha portato il saluto dell’Anpi di Travo e Fiorenzo Bertolazzi del Comune di Coli, presente anche Lara Giovelli vicesindaco di Travo. La parola è quindi passata al medico e scrittore Sandro Contini, che è stato partecipe di missioni umanitarie in zone di guerra. Anche lui ha messo sulle pagine di un libro “Le vite che non conosciamo” edito da Officine Gutenberg i propri ricordi dalle missioni sanitarie compiute come chirurgo ai quattro angoli del mondo per curare i feriti dei conflitti armati. L’insegnante e scrittrice Annalisa Trabacchi ha parlato degli albori del movimento resistenziale piacentino che trovò una prima casa proprio a Peli di Coli, argomento proprio da Trabacchi trattato nel libro “Torniamo a resistere” edito dalla casa editrice piacentina Low.
L’incontro è stato arricchito anche quest’anno dal pranzo organizzato dalla Sezione Anpi di Travo. Canti e momenti musicali a cura del Coro Infrangibile. Nelle foto alcuni momenti della giornata.
Emilio Canzi, dopo il sanguinoso rastrellamento della Divisione “mongolo”- tedesca Turkestan dell’inverno 1944-’45, che aveva temporaneamente disperso le formazioni partigiane, gravemente ammalato, proprio presso la comunità di Peli aveva trovato rifugio e assistenza. Per questo motivo, prima della sua morte, il 17 novembre 1945, a seguito di un scontro fra la sua moto e un automezzo dell’esercito inglese, aveva espresso il desiderio di essere sepolto nel piccolo cimitero di Peli. Generosa figura di anarchico, all’avvento del fascismo era stato a capo del “Battaglione Cantarana” degli “Arditi del Popolo” piacentini. Ricercato per l’uccisione di uno squadrista, era riparato clandestinamente in Francia, di dove era passato in Spagna battendosi contro i franchisti nella vana difesa della Repubblica democratica. Consegnato alla polizia italiana, l’anarchico piacentino fu confinato a Ventotene e poi, in Toscana, nel campo di Renicci. Liberato con la caduta del fascismo tornò nella sua terra, dove entrò nella Resistenza. Comandante unico della XIII Zona operativa, si batté, pur contrastato, sino alla Liberazione sull’Appennino tosco-emiliano. Nel settembre del 1945 fu tra i fondatori, a Carrara, della FAI (Federazione Anarchica Italiana). Due mesi dopo sarebbe morto in un incidente stradale, travolto da una camionetta inglese su una via della sua città natale. Per la scomparsa di Emilio Canzi a Piacenza fu proclamato il lutto cittadino e furono chiuse anche le scuole. Tra i tanti messaggi di cordoglio, giunsero alla Città anche quelli del Presidente del Consiglio Ferruccio Parri e dell’allora vice segretario del PSI, Sandro Pertini. A Emilio Canzi il Comune di Piacenza ha intitolato una via.
L’INTERVENTO DI SANDRO CONTINI – Buongiorno a tutti, e grazie per il vostro invito. Grazie alla sezione di Travo dell’ANPI e a Giovanni Menzani, per aver creduto che, partendo dalle mie esperienze come chirurgo di guerra, potessi portare un mio contributo a questa giornata.
Dopo 40 anni da chirurgo all’università di Parma, per 15 anni ho lavorato in vari paesi del mondo, soprattutto in paesi in guerra o con sanguinosi conflitti interni, collaborando con Emergency, con il Comitato internazionale della Croce Rossa e con Medici senza Frontiere. È da qui che sono nati i racconti del mio libro.
Io vi parlerò, purtroppo, di guerre. Di questi tempi non è certo originale, sommersi come siamo da mesi, da anni ormai, da immagini e notizie tragiche, orribili, inquietanti. Probabilmente nella storia dell’uomo non c’è mai stata una diffusione così ampia, anche nei minimi particolari, di immagini di guerra. Tenendo sempre presente, come già affermavano i Greci che in guerra la verità è la prima vittima.
Ho potuto constatare di persona le conseguenze e i disastri delle guerre, delle vite lacerate, distrutte. Me le sono trovate lì, davanti ai miei occhi. Sono drammi che invitano a riflettere, ma soprattutto, secondo me, a non dimenticare che questo è già accaduto nel passato e che oggi sembra come annullato, mai esistito, che tuttavia ci potrebbe guidare, ammaestrare, assistere, nel marasma, nella crisi morale ed etica che la nostra società sta vivendo.
Queste vite che non conosciamo, che ho cercato di descrivere, travolte dalla guerra, dalle violenze, possono sembrare finte, inventate. Ma sono purtroppo reali, come le immagini di guerra che da troppo tempo scorrono davanti ai nostri occhi, che prima avremmo considerate inaccettabili. Ma la psiche umana è tale che, di fronte al dolore, nonostante le continue immagini martellanti, che peraltro ci fanno solo intravedere le conseguenze della violenza bellica, a lungo andare si adatta, si abitua, soprattutto se coloro che soffrono non sono così legati a noi, per motivi di affetti o vicinanza. È questo un altro rischio: quello di abituarsi al dolore, a vedere la sofferenza.
Per comprendere a fondo gli orrori causati dall’odio e dai conflitti, bisogna essere lì, fra gli odori e i rumori, le urla, assistere di persona alla perdita di umanità. Ho sempre pensato che proprio gli uomini di potere, dovrebbero toccare con mano, immergersi in quelle realtà, per rendersi conto, forse, in quale profondo abisso siamo caduti. Ma mi rendo conto che è utopia, desiderio irrealizzabile: il mondo sarebbe diverso.
Lavorando in zone di guerra, si riesce a percepire e si è confortati dal senso di solidarietà che si stabilisce fra gli esseri umani sofferenti; cui spesso cui si contrappone però l’impotenza e la frustrazione per le situazioni senza sbocchi, gli scarsi mezzi disponibili, gli inevitabili insuccessi. Un misto di gratificazione e di insoddisfazione, non raramente di avvilimento.
Un caro amico, con cui ho lavorato in Afghanistan per lunghi mesi, mi scrive da Gaza, dove lavora con il Comitato Internazionale della Croce Rossa:
“Qui, stringere una mano diventa tutto —un ultimo gesto di rispetto per la vita umana.
Qui, una carezza è un sussurro che dice: “Sono con te”, è l’essere umano che ancora esiste. Le lacrime scendono, ma sono il segno che sono vivo, che sono ancora umano.
La vita ha bisogno di speranza. E oggi mi alzo, e darò tutto, in questa terra del nostro pianeta dove l’odio si respira.
Io non proteggo i miei fratelli, gli sto accanto, spalla a spalla, perché mio fratello è come me.
Quando ci vediamo, ci abbracciamo. Questo popolo mi è entrato nell’anima. Perché loro sono rimasti umani. E io, spero di restarlo.”
La guerra genera odio. È generata dall’odio e lo genera essa stessa. Sfila la maschera a chi ha già scelto di non essere umano. In guerra, come scrive Tiziano Terzani, non si negano solamente le ragioni del nemico, gli si nega la sua umanità, che è il segreto della disumanità di tutte le guerre. Da questa disumanità nasce il coinvolgimento dei più deboli, bambini, vecchi, donne. Potete immaginare per quanto tempo l’odio segnerà i bambini delle varie guerre in corso? E quanti saranno i danni mentali provocati da tragedie così eclatanti?
Ma ricordiamoci che non esistono solamente le guerre fra Russia e Ukraina o in Israele. Da anni sono in corso pesanti conflitti armati in Myanmair, Congo, Sudan, senza dimenticare quanto è accaduto in Afghanistan e Iraq. Milioni di morti di cui quasi nulla conosciamo, scomparsi nel nulla. Del resto, giustamente papa Francesco ha parlato di terza guerra mondiale a pezzi.
Sempre Tiziano Terzani, dal suo libro: Lettere contro la guerra, ci ammonisce quasi profeticamente: Apparentemente, poco o nulla è cambiato nella nostra vita. Si va al supermercato a fare la spesa, le normali abitudini quotidiane non sono ancora rimosse. Ma è un’illusione, l’illusione di quel momento di silenzio che c’è fra il vedere una grande esplosione in lontananza ed il sentirne poi il botto. L’esplosione c’è stata, enorme, spaventosa. Il botto ci raggiungerà, ci assorderà. Potrebbe anche spazzarci via.
È facile rendersi conto che queste guerre hanno cambiato il mondo. Dobbiamo cambiare anche noi, non facendo più finta che tutto sia come prima, che possiamo continuare a vivere vigliaccamente una vita normale. Con quel che sta succedendo nel mondo la nostra vita non può, non deve essere normale. Di questa normalità dovremmo avere quasi vergogna.
Settant’anni fa, una generazione giovane, giovanissima, sentì questo impegno, e si sacrificò nella speranza di un mondo diverso, migliore. Dovrebbe essere di stimolo e di avvertimento per ognuno di noi, perché il loro sacrificio non vada perso.
Ritornando al mio amico in Gaza:
Un giorno i figli chiederanno ai padri:” Ma il mondo dov’era?”
E i padri risponderanno:
Il mondo urlava, si, urlava forte, ma c’era anche un altro mondo, fianco a fianco con chi soffriva”
È importante, in questi giorni bui, non voltare le spalle, come non fecero coloro che noi siamo qui a commemorare.
Quasi sempre ci troviamo fra di noi, talvolta sparuta brigata di vecchi amici affezionati, a raccontarci i ricordi, a commentare le cose del mondo e a discutere su come ovviare, come fare. Come sarebbe importante che si aggiungesse, si ampliasse il numero e che altri giovani uomini o donne si sentissero coinvolti. È questa la nostra vera sfida: far conoscere, diffondere, appassionare, indagare per quanto possibile dove sia la verità e battersi per essa. E tenere alta la testa, esprimere la propria voce, coscienti che molti cercheranno di zittire. In una parola: resistere, nonostante l’inevitabile senso di frustrazione. Di certo, nessuno può cambiare il mondo da solo e le delusioni saranno tante. Ma alla propria coscienza bisogna obbedire. Esiste un comandamento etico, nel fondo di ognuno di noi, che dovremmo coltivare.
Vorrei concludere questo discorso con due massime che citavo sempre quando parlavo delle mie esperienze agli studenti del corso di Medicina.
La prima è di George Orwell:
«Anche se le nostre azioni sono prive di effetto
Non per questo le azioni sono prive di significato»
La seconda è di Thomas Eliot:
«Quel che dobbiamo fare è provarci.
Il resto non è affar nostro»
Spero che specialmente in questi tempi ne possiamo trarre ispirazione.














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